“Nella forma più nobile, la vita sottrae. Il gesto divelto della prova”. Veronica Tomassini fa la rivoluzione: caro lettore, se vuoi un romanzo rivolgiti direttamente all’autore… Come le grandi mistiche, dal niente trae la luce

Posted on Settembre 15, 2020, 11:50 am
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Questa piccola donna, statuaria nel suo dolore, convinta di essere una candela – colei che si scioglie all’obbedienza di una fiamma – è una spada, in verità. Questa piccola donna, con occhi simili al Canto del Servo di Isaia, dieci anni dopo l’esordio, clamoroso, Sangue di cane, eleva il suo sangue dalla cagnara della letteratura presente, vigente, vincente, e ne fa opera. Fa una piccola rivoluzione, come sa fare lei: disegna qualcosa sulla terra, in uno squarcio periferico, nel mezzogiorno metallico ostile alla pietà, dove i palazzi in falangi hanno pure l’ardore della Città di Dio, e muove un millennio. Come le grandi mistiche – quante volte gliel’ho detto – Caterina da Siena, Veronica Giuliani, Louise du Néant, che dal niente traggono un Niagara di luce. Veronica Tomassini. Eccola lì, fragile, all’apparenza, questa donna devota e violenta, coraggiosa alla preghiera, capace di mordere il crudo, di strappare. Graziata da una serie di libri importanti – ne cito alcuni: Il polacco Maciej, Christiane deve morire, L’altro addio, Mazzarrona – divenuta già canone nell’altro lato dell’oceano (è discussa nello studio, Righetous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narrative, a cura di Stefania Lucamante, edito dalla University of Toronto Press), s’è rotta le palle dell’editoria italiana, prona non tanto alle convenienze e alle conventicole ma al volo basso, alle mezze misure, alle mezze seghe, e ha stampato l’ultimo romanzo, Vodka siberiana, da sé. L’ha fatto come si confà a un grande libro: copertina accurata, grafica adatta (il tutto a cura di Alina Catrinoiu), scrittura… beh… fate voi, vi lego un brandello. Una volta Flavio Santi ha scritto che se fossimo in un Paese normale la poesia di Simone Cattaneo sarebbe trattata come quella di Simon Armitage (incidentalmente elevato a poet laureate in UK). Io dovrei dire che se fossimo in un Paese decente Veronica Tomassini, che scrive con l’estro di Marina Cvetaeva, è allo stesso tempo classica e postumana, arcadica e arcana, totalmente ‘attuale’ e del tutto fuori tempo, una specie di incrocio tra Katherine Mansfield, Angela da Foligno e l’Apocalisse, avrebbe la fama che fu concessa a Marguerite Duras. Dai suoi libri mungerebbero film. In tivù farebbero a gara per avere la sua opinione su tutto. E lei li incenerirebbe tutti – tutti abominevoli nel loro urlato perbenismo, nella loro laccata rincorsa al trono. Ma questo è un paese a contrario, incapace a forgiare un immaginario, uno straccio di mito, è un paese a quattro zampe che subisce i miti altrui, servile, inebetito, beato in un vuoto cinismo. Ecco. In questo paese votato al sorriso e all’ira misera Veronica Tomassini ha compiuto una piccola rivoluzione. Il suo gesto, da scrittrice con una bibliografia aurea alta così, non riguarda la rivalsa: qui la vicenda delle altezze e del rango (proprio di chi, da re, lecca il sottosuolo) è ribaltata. Le grandi major editoriali, abbiate pietà di loro, non sono in grado, non hanno la grandezza per pubblicare Veronica Tomassini. La scrittrice è ingombrante. Sembra una creatura piccola, una ‘creaturina’, ma è troppo vasta. È un oceano. Un oceano decuplicato. Come fai a contenerla? Veronica Tomassini ti massacra. Pubblicare lei significa mandare al macero gli altri. Allora, lei fa da sé. E impone un nuovo ritmo alla letteratura. Da ora, è il lettore che deve reclamare lo scrittore. Se vuoi il libro, devi rivolgerti allo scrittore. E lui, con una cura magistrale, te lo spedisce. Gli editori debbono incassare; allo scrittore, a precipizio nell’opera, basta sopravvivere, vivere. Il gesto di Veronica Tomassini, in fondo, è una chiamata. Fate come me. Impone un novo modo, un mondo nuovo. Sfida gli altri scrittori. Avete le palle di fare come me? Veronica Tomassini sembra fragile. Ma è una che fonda monasteri. (d.b.)

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Pubblichiamo un brano da “Vodka siberiana”, l’ultimo romanzo di Veronica Tomassini

 Ti attraversano d’un tratto – come scivolando confusamente su un corrimano malconcio – gli ultimi mesi, che non sai come chiamare. Miracolo. Se devi per forza dare un nome alle cose. Tanto hai peccato, tanto sei precipitata, tanto qualcosa ti restituiva nella perfezione del dolore.

La perfezione del dolore si sarebbe manifestata alla fine del tempo fissato per te e gli abitanti della casa costruita sulle maree. Una ciurma di sbandati con una sola aspirazione: disaffezionarsi alla vita. La vita, qualsiasi cosa volesse significare. Allora ti sembrava che fosse soltanto una questione di sottrazione, che la vita avanzava, togliendo. Nella forma più nobile, la vita sottrae. Il gesto divelto della prova. Riconsegna talvolta, anzi lo fa senz’altro, non quel che credevi, forse, o speravi. Ma è meglio, è peggio?

Cosa puoi dirmi oggi? La perfezione del dolore è di gran lunga superiore alla perfezione della tua solitudine. La tua dimora è inedificabile eppure è indistruttibile.

Sotto la pioggia, aspetti fino a sera. Novembre diventa un mese implacabile, luttuoso. Novembre contiene giorni di lontananze. La tua dimora erigeva piano piano bastioni e isole di infelicità, erano cime, pinnacoli svettanti e lucidi. Lampeggiavano quel che sarebbe stato da allora.

La pioggia ti scivolava addosso, era il cenno, un sentiero verso reiterate mestizie. E in reiterato risuona nel tempo l’aggettivo all’occorrenza che rimprovera l’accecamento, l’ostinazione, la tua devozione alla suggestione di un desiderio, lo trasformi, diventa una speranza. Sei ostinata. Vuoi essere amata, non senti ragione.

Sei misera.

Sei sola.

L’usciere ha dato il turno al collega, anonimo e indifferente alla stessa maniera. Dentro, la brigata di imperdonabili è una macchia, un paesaggio di carne viva all’apparenza, un esperimento di costruzioni empiriche imperfette, da verificare e espellere come un feto concepito svogliatamente, un parto orrorifico.

C’è un bar di fronte il palazzo della caserma. Due arabi conversano animosamente. Un tale chiede soldi ai passanti. Non vedi altro che l’umanità derelitta declinare di sbieco in un enorme sottoscala, bigio, giallognolo.

Aspetti l’autobus sotto la pensilina, non ti protegge abbastanza da una strana morte che ti ha investito, il gelo dell’impossibilità, o la morte. E tuttavia è soltanto un anticipo o la conferma del tuo destino, sarebbe diventata la tua poetica, il destino dell’impossibilità, delle cose che non succedono, che si divaricano piuttosto, il tuo protrarsi nella disperazione, compiaciuta, nel crogiolo di ogni disfatta, accudita meticolosamente. Tornerai l’indomani e aspetterai per sempre finché le cose avrebbero smesso di succedere per procurare cordoglio, separarti dal resto.

Separarti, ogni volta, separarti. Hai imparato a chiedere perché, perché, perché, fino a sfinirti. Ma mai del tutto. La tua infelicità parziale ti abita, sicché, nessuno può entrarvi.

Sali sulla corriera. Poggi la fronte al vetro, le gocce arrivano di traverso, come la tua vita, l’umanità che procede verso i reflui, la sottodimensione del poveraccio, del peccatore debitore. Non sei una santa. A te non importa nulla dell’umanità che procede. Vuoi solo dormire. Così dormi, la fronte sul vetro, le lacrime stentoree e fisse, sono tracce del tuo spirito provato, indefesso o pigro. Ma provato, nell’istante in cui la pioggia sbatte di sbieco sul finestrino di una corriera. E tu dormi.

Veronica Tomassini

**In copertina: Caravaggio, Santa Caterina d’Alessandria, 1599