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“La virtù di ogni donna è strettamente legata all’angolo retto”. Balzac interprete (quasi duecento anni fa!) dell’andatura e dei movimenti

“La grazia vuole forme arrotondate. Pensate alla gioia di una donna quando della sua rivale può dire: ‘È molto spigolosa!’. Mentre stavo osservando i diversi portamenti nel camminare, nella mia testa sorse un dubbio atroce, a confermarmi come in ogni scienza, anche in quella più frivola, l’uomo sia ostacolato da difficoltà insormontabili; è per lui impossibile sapere la causa e il fine dei suoi movimenti.

“E allora iniziai a chiedermi da dove derivasse il movimento. Intuii
che, per noi, capire dove comincia e dove termina è complicato almeno quanto capire dove comincia e termina il Sistema Simpatico…”

A scrivere queste parole non è un qualche bizzarro aforista ottocentesco e neanche, non par vero, uno svagato teorico settecentesco della ragion pura. Le frasi prese a prestito per iniziare questo breve elzeviro su Balzac sono per escogitazioni esplicite di quel romanziere: un Balzac che, nel lontano 1833 segnato dall’apparizione del suo piccolo capolavoro Il medico di campagna che porta in esergo una delle migliori dediche della storia letteraria (alle anime ferite / ombra e silenzio), dà pure alle stampe, letteralmente per soprammercato e forse anche per allineamento all’impalpabile moda intellettuale mesmerista, un libricino sintomatico di quel clima e di quell’atmosfera: Théorie de la démarche, reso come Una teoria del camminare da Eliot nel 2014.

Negli anni che corrono dal 1830 al 1833 i romanzieri smettono di esser tali e il calamo finisce nel cassetto: Stendhal scappa a Trieste come console di Francia e un più giovane Balzac affiora nel demimonde a sciabolate oltranziste, ma i tempi sono grami perché anche se la rivoluzione del ’30 ha portato un Luigi Filippo gettando nel cestino della storia progressista l’ultimo dei Borboni – con scialo di tempere e oli nelle gigantografie pittoriche di Delacroix, altro amico di Stendhal – un romanziere resta pur sempre tale anche quando sente il richiamo degli onori politici.

In sostanza, né Stendhal né Balzac fanno lo scatto nella vita che conta a livello di intese o accordi parapolitici con la società e la sua epoca: e continuano a macinare. Il rosso e il nero è proprio del 1830, Gli Sciuani di Balzac dell’anno prima e segnano l’ingresso per il più giovane scrittore nell’empireo di quel che resta (anche a occhi di critica marxista, se i saggi Einaudi di Lukacs si aprivano su quella storia di Balzac prima che su altri volteggi teorici).

Il 1833 che vede la pubblicazione del libricino Una teoria del camminare che cos’è allora in fin dei conti? A tre anni da quella piccola Rivoluzione estiva del ’30 – ché i francesi sul serio fanno le rivoluzioni, quindi anche d’estate, a onta di certi politici troppo machiavellici di qua dalle Alpi – Balzac si trova ad aver scritto – si calcola – almeno un centinaio di romanzi di consumo.

Chiaramente sotto i trent’anni aveva le forze per una simile impresa, prima che arrivassero i tempi eroici delle quaranta mezze tazzine di caffè al giorno per La pelle di zigrino che è del ’31. Ma tutto quel lavorio di bottega a beneficio degli altri, ché il suo nome non appariva mai sui romanzi – se è permesso dire – in ghostwriting per l’annoiata Francia prerivoluzionaria gli è servito se non altro per distinguere tra i vari negrieri che gli vaticinavano l’arricchimento a condizione che egli si facesse (o fingesse: tanto tutto è uguale nella torta al formaggio coi vermi delle scuole di scrittura nel sottoscala dei tempi), per loro, fantasma da scantinato.

Le cose andarono così per un certo tempo, poi Balzac fece il salto di qualità: e furono Gli Sciuani, furono le recensioni negative (quindi di buon augurio) del sommo critico di allora, Sainte-Beuve; furono, infine e al vertice, quei romanzi noir da ciclo tra bretone e siciliano-Sellerio, sui professori della Normale parigina orditori di congiure contro Napoleone (si vuol ricordare Un episodio durante il Terrore), quelle storie a incanto di certe fatture e malie beffarde hoffmanniane (L’albergo rosso è difatti ambientato di là dal Reno) fino al compendio di storia degli umili ma senza lo schifio stilistico di Flaubert verso i cuori semplici (Eugenie Grandet).

Questo serviva di necessità per chiarire chi e cosa era quel Balzac a 34 anni che oltre ai romanzi fa uscire un trattatello dove leggiamo, col piacere di sfogliare in più direzioni: “Virvoucher è una splendida parola del francese antico e indica l’azione di andare e venire, di girare attorno a qualcuno, di toccare ogni cosa, di alzarsi, di risedersi, di bisbigliare in continuazione e di essere pedanti – in pratica significa fare una serie di movimenti inutili, imitare le mosche.

“Ai virvoucheurs bisogna assolutamente concedere la libertà di movimento, altrimenti finiranno per rompervi la testa o distruggervi qualche mobile prezioso. Vi è mai capitato di ridere di una donna che, con i suoi movimenti di braccia, testa e piedi, disegna degli angoli acuti? E di ridere di quelle donne che vi tendono la mano come se ci fosse una molla ad azionare il loro gomito? E di quelle che si siedono con il
busto rigido, o si alzano di scatto come il soldatino di un giocattolo a
molla?

Queste donne in genere sono molto virtuose. La virtù di ogni donna è strettamente legata all’angolo retto. Quelle che invece hanno commesso, per così dire, degli errori, sono segnate da movimenti squisitamente rotondi. Se fossi una madre di famiglia, tremerei di paura per le mie figlie quando il maestro di danza dice: ‘Arrotondate i gomiti’.”

In fin dei conti Una teoria del camminare di Balzac osa quel che i romanzieri temono da sempre di fare: tentare cioè la via del saggio senza bibliografia annessa, quella spigolatura del quotidiano vista da una panchina sul viale senza venir presi dalla foga di infiorettare quanto si osserva. Basta accomodarsi su una panchina del boulevard de Gand a veder passare i parigini per distinguere nella folla l’artista dal cortigiano, l’adultero dallo spione.

Questo Balzac lo sapeva da quando aveva iniziato le sue varie Scene della vita parigina o provinciale che fosse, quelle fisiologie in atto poste in forma di romanzetto ma intese a costruire un sistema di commedia, quasi uno studio di costume dove il paramento organico – Vita privata, di provincia, della politica ecc. – è posto davanti al tumultuoso materiale fabulistico.

La natura umana ama nascondersi dietro le cortine delle sue “scene”, ma Balzac sa che essa non potrà mai celare profondamente e a lungo i suoi segreti: chi mente trova il modo di mentire anche solo muovendo un piede dietro l’altro, in buona sostanza, e a un buon osservatore non occorrono bisturi e microscopi per esaminare la fisionomia morale dei passanti. Così che i più allenati riescono con un unico colpo d’occhio a cogliere il centro di un fenomeno senza perdere di vista l’intera circonferenza. Purché l’intuito non si faccia prendere dalla fretta del romanziere a cottimo e si sieda con pazienza sulla panchina:

La camminata è la fisionomia del corpo. Non fa paura pensare che un acuto osservatore sia in grado di percepire un vizio, un rimorso o una malattia solo guardando un uomo in movimento? Quanta ricchezza di linguaggio si può trovare in tali effetti immediati di una volontà inconsapevole!

Sono spaventosamente significativi l’inclinazione di uno dei nostri arti più o meno accentuata; la forma telegrafica di cui esso, nostro malgrado, ha contratto l’abitudine, l’angolo o il contorno che gli facciamo descrivere – insomma, qualunque cosa rechi il marchio della nostra volontà. Il pensiero in azione è più significativo della nostra parola. Un gesto semplice e un brivido involontario sulle labbra possono denunciare l’atto finale e terribile di un dramma per lungo tempo tenuto nascosto tra due cuori.

“Perciò quest’altro aforisma: Lo sguardo, la voce, il respiro e la camminata sono identici; ma poiché all’uomo non è permesso di poter vigilare contemporaneamente su queste quattro espressioni del suo
pensiero, differenti e simultanee, cercate quella che dice la verità:
conoscerete l’uomo per intero.”

La genialità, se così si può dire, del libretto da passeggio di Balzac per come l’abbiamo visto risiede in questa propensione verso una cultura alchemica, indimostrabile, meramente rosacrociana che ha percorso la letteratura francese in via carsica, nonostante tutte le pretese di chiarezza cartesiana implicite sin dal Seicento e a onta di quella foga di tutto spiegare e tutto dimostrare scaturita dalla meravigliosa Lettera sui ciechi di Diderot – che certo fonda la cultura europea, se così vuol Kundera potrebbe anche esser vero.

Ma ci sono sbalzi di umore nella temperatura francese, gradienti che non riusciamo a afferrare. E Balzac ce li segnala per quel che sono, escandescenze della bestia uomo, vittima sontuosa della sua commedia di attrazioni armoniche dettate da flussi animali, mesmerici:

Esistono alcune oscillazioni della gonna che valgono un premio… È confermato però che le donne possono sollevarsi la gonna solo con molta discrezione. Questo principio diventerà incontestabile in Francia.
Per finire, circa le diagnosi sull’importanza del modo di camminare, vi chiedo di perdonarmi una citazione diplomatica.

“Secondo quanto racconta Mercy d’Argenteau, un ambasciatore del secolo scorso, la principessa di Hesse-Darmstadt condusse le sue tre figlie dall’imperatrice affinché costei scegliesse tra loro una moglie per il granduca. L’imperatrice indicò immediatamente la seconda, senza aver rivolto la parola a nessuna delle tre. La principessa, stupita, le chiese il motivo di un simile giudizio.

‘Mentre scendevano dalla carrozza le ho osservate attentamente dalla mia finestra. La più grande ha inciampato; la seconda è scesa con naturalezza; la terza ha oltrepassato il predellino. La prima deve essere goffa, l’ultima distratta’ rispose l’imperatrice. Era così.

“Allora, se il movimento rivela il carattere, le pratiche di vita e i costumi più intimi, cosa penserete del passo di quelle donne, strizzate nei loro corsetti, che muovono su e giù i loro fianchi un po’ forti, con un alternarsi perfetto che sembra quello delle leve di una macchina a vapore, e che mettono in questo movimento sistematico una specie di presunzione? Non credete che pretendano di scandire l’amore con una detestabile precisione?”

Ma qui ci fermiamo, per non invadere lo zigzag di Balzac nel paragrafo successivo dove prende a fare una vera e propria apologia degli oziosi: “Su quel boulevard in cui portavo avanti le mie osservazioni, per la mia felicità passò un agente di cambio. Si trattava di un uomo imponente, pieno di sé, che cercava di darsi un’aria disinvolta e raffinata…”

Andrea Bianchi

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