28 Giugno 2024

Il segreto di Stradivari e i funerali di Beethoven. Dialogo con Artemio Focher

Didatta, traduttore, scrittore, musicista e qualcosa mi sono dimenticato: Artemio Focher è una delle rare, rarissime figure delle nostre attuali lettere e arti, che l’Italia di domani o posdomani – forse, si spera – non tarderà a vergognarsi per non aver trattata con la dovuta attenzione e stima. Ma siamo ancora in tempo.

Figlio di Ferruccio Focher, uno dei molti, troppi validi filosofi italiani obliati, nasce nel 1960 a Cremona da una famiglia trentina scesa in pianura alla fine del XIX secolo. A dieci anni Artemio Focher inizia a studiare pianoforte. Non consegue il diploma del decimo anno – si fermerà al settimo – ma ciò non gli impedisce di suonare anche l’organo, svolgendo, precisa, «una intensa attività di organista liturgico» e altresì «accompagnando una Schola cantorum di buon livello». Il classico autodidatta delle grandi avventure artistiche personali.

Dopo gli studi al liceo classico (e si sente), studia Lingue e letterature straniere moderne a Pavia e si laurea con Giorgio Cusatelli – scrittore e traduttore tra gli altri di Thomas Mann e Goethe (Le affinità elettive, Il divano occidentale-orientale), operativo alla Garzanti e uno dei massimi germanisti del secolo scorso – con una tesi sulla produzione musicale della poetessa Annette von Droste Hülshoff, che di Focher denota destino e volontà.

Chiuso il regolare ciclo di studi, insegna per alcuni anni nei licei e poi passa all’università di Cremona, dove si dedica interamente alla lingua tedesca – in ispecie applicata al dominio musicale e dei beni culturali – di cui in pratica è madrelingua: non si contano infatti i soggiorni all’estero con borse di studio del ministero degli esteri e del Goethe-Institut.

Attualmente è titolare di tre corsi, finalizzati, tiene a precisare il professore, «solo al saper leggere», vale a dire alla comprensione: come se col tedesco fosse poco. Colto come rari lo sono e penna felicissima, la sua bibliografia, alquanto vasta, assomma traduzioni, curatele e opere originali. L’ultima in ordine di tempo è Il violino nella letteratura tedesca (Lim 2024), opera trasversale che può entusiasmare e tornare utile allo studioso e ai lettori desiderosi di conoscere uno spaccato vastissimo (si va dal Medio Evo alla contemporaneità) di un’avventura orgogliosamente europea. Per il medesimo editore nel 2001 esce un gioiello: Ludwig van Beethoven. 26-29 marzo 1827, un vasto panorama sulla morte e i funerali del Gran Sordo. Tra le sue traduzioni ricordiamo gli Epigrammi (Marietti) e Beethoven (se) di Franz Grillparzer, giusta Buscaroli «il solo poeta che l’Austria avesse» in quel torno di tempo (La morte di Mozart, Rizzoli, Milano 2002, p. III). Tra gli innumeri saggi e articoli vogliamo ricordare quello sulla musica di E.T.A. Hoffmann, poco conosciuta e ancor meno eseguita; un contributo su Puccini per i cento e cinquant’anni della nascita (1958-2008); e poi Hermann Hesse e Brahms a Cremona.

Del 2017 è invece Leggere in tedesco (Hoepli), titolo troppo modesto per la miglior grammatica di quell’idioma nella nostra lingua (giudizio personale ma piuttosto fondato).

È riservato ed educatissimo ma senza affettazione; nondimeno, quando parla e soprattutto quando scrive, è sicuro di sé. Per nulla incline ad apparire (ciò che però non è una scusa per non puntargli addosso i riflettori) preferisce che a parlare siano i suoi lavori. Anche in questo senso, come si vede, Artemio Focher è in controtendenza con l’andazzo egomane vanesio e vuoto dell’attuale torno di tempo.

Faccia o meno testo, i due lettori e mezzo di chi scrive, ne sanno l’intransigenza, l’insofferenza, la drasticità; sicché questo panegirico apparirà subito per il sincero e ben meditato slancio verso chi davvero se lo meriti, come emergerà da questa intervista tuttavia insufficiente a rendere il vasto equipaggiamento del suo protagonista. Il resto dovrete scoprirvelo da voi. Prendetevi del tempo e fate subito spazio sui vostri scaffali. Per l’intanto – buona lettura. (Luca Bistolfi)

Lui è Artemio Focher

Iniziamo dalla fine, ossia dal suo ultimo libro Il violino nella letteratura tedesca. Nelle prime intense pagine del suo libro, lei racconta, con dovizia di documenti e riflessioni, le condizioni sociali, alquanto miserrime, in cui versavano un tempo musica e musicisti e la loro progressiva ascesa. Tuttavia non riesco a cogliere bene i motivi storico-cultural-sociali di codesta ascesa. Ci sono stati eventi scatenanti?

L’ascesa sociale e professionale dei musicanti/musicisti è stata lenta, ma progressiva e costante fino agli inizi del XIX secolo e tranne rari episodi non sembra mai avere avuto episodi eclatanti in grado di accelerarla significativamente. In tale faticosa evoluzione nei territori germanofoni (e in genere nel centro Europa) nel XVII secolo si fanno, ad esempio, sempre più pressanti il desiderio e la necessità di differenziare nell’immaginario della società la figura del musicista colto e preparato tecnicamente dal musicante popolare, da osteria (Bierfiedler). I romanzi barocchi di Printz, Speer, Kuhnau e altri ne sono una evidente dimostrazione, assai rilevante anche da un punto di vista storico-musicale.

Tuttavia se si considerano alcune testimonianze illustri e particolarmente significative come quelle provenienti dalle famiglie Händel, Telemann o Wackenroder ci si accorge di come sia problematico, ancora nella seconda metà del secolo XVIII, intraprendere la professione di musicista per un giovane membro di una rispettabile famiglia borghese, visto il costante scarso prestigio sociale e la pur sempre modesta dignità professionale che permeava le figure di chi si dedicava alla musica. E tutto ciò nonostante la grandissima importanza che la musica in ogni sua forma ormai possedeva nella società. Ma ancora non si era evidentemente esaurita l’antica, tuttavia pur sempre attuale e puntuale caratterizzazione di Tertulliano: «Che assurdità! Si ama questa gente e si fa loro del male, li si disonora e si tributano loro applausi, si stigmatizza l’artista e si tiene in grande considerazione la sua abilità. Che bizzarra considerazione: si perde la reputazione in virtù di ciò per cui si ha benemerenza».

Sarà di fatto con il capovolgimento della musica nella gerarchia delle arti proposto, anzi, imposto dal Romanticismo e significativamente anticipato dalla fase tardo settecentesca della Empfindsamkeit in Germania e in Francia dalle prese di posizione dei philosophes, che la situazione inizierà a mutare in modo rapido e sostanziale.

Perché proprio mentre il Musikant si trova in basso nella scala sociale, si sviluppa la fattura del violino, che tra l’altro era associato a esercizio artistico infimo?

Ogni strumento presenta col passare del tempo una più o meno evidente evoluzione tecnica, dettata dalla necessità di una maggiore o differente sonorità e dalle esigenze di una più appagante e articolata espressività. Ciò accade anche con quello che diventerà nel XVI secolo il violino e che oggi si differenzia solo in pochi dettagli dallo strumento a quell’epoca sviluppato. Strumenti ad arco erano infatti sempre esistiti, come chiaramente dimostrato dall’iconografia, ma, in virtù delle loro modeste caratteristiche sonore, mai avevano ragguagliato il grande favore (e quindi la diffusione sia in ambiti popolari sia colti) degli assai più apprezzati, squillanti e versatili strumenti a fiato.

Sarà solo nel corso del XVI secolo che il violino nello sviluppare le sue peculiari sonorità e caratteristiche tecniche decreterà in tempi rapidissimi il proprio universale successo, sia come strumento popolare, adatto soprattutto ad accompagnare feste e danze in contesti popolari (Ohne Fiedel ist kein Fest, “Senza violino non c’è festa” recita un antico proverbio tedesco), sia come strumento colto e virtuosistico per eccellenza.

Nel libro lei sostiene l’aiuto fornito dai philosophes nella rivalutazione dei musicisti e della musica. Che cosa li spinse in questa direzione?

Ritengo che l’importante contributo dei philosophes alla storia della musica derivi essenzialmente dal fatto che ne parlino e ne scrivano costantemente, in vari, differenti contesti, analizzandone le caratteristiche peculiari e portando quindi la musica per la prima volta in Europa nell’ambito di profonde discussioni non solo musicali, ma anche filosofiche, linguistiche e culturali nel senso più ampio.

Sul terreno più specificamente musicale penso, ad esempio, alla vivace contrapposizione ideologica rispetto alla concezione musicale di Rameau, ai numerosi scritti di argomento musicale di Rousseau (anche sull’Encyclopédie), che ne fanno un riferimento europeo; alla sua posizione dopo la celebre rappresentazione parigina de La serva padrona di Pergolesi e quindi a quella che passerà alla storia come la Querelle des bouffons, e alludo ovviamente anche al Dictionnaire de musique. Ma anche Diderot e D’Alembert svilupparono competenze musicali di ampio respiro che li inserirono nelle discussioni dell’epoca.

Insomma, la musica divenne finalmente un importante oggetto di studi, e, uscendo dagli angusti ambiti settoriali, si fece disciplina universale con una diffusione, una profondità e soprattutto una onorabilità fino a quel tempo sconosciute.

Mi ha favorevolmente molto colpito trovare nel suo ultimo libro una citazione dal Tramonto dell’Occidente, il cui autore, come saprà, in Italia è – stupidamente – guardato di storto. Che cosa la attrae nel Tramonto dell’Occidente? (Dico il capolavoro, non il dato di fatto!).

Ho letto l’opera alcuni anni dopo il termine degli studi universitari e ne rimasi affascinato per l’originale analisi comparativa tra le grandi civiltà storiche, per la visione “faustiana” della cultura occidentale, cui mai, in tali termini, avevo pensato. Come pure mi fece riflettere l’idea delle civiltà considerate al pari di organismi non dissimili da un organismo umano e quindi destinate a uno sviluppo, alla decadenza a poi alla morte. Ovviamente, con l’amara considerazione di trovarci nella fase conclusiva del ciclo della civiltà occidentale. Ma nel mio studio sulla presenza del violino nella letteratura tedesca tale opera è entrata solo per una brevissima, tuttavia non irrilevante citazione: «il violino è il più nobile degli strumenti concepiti e costruiti dall’anima faustiana», ossia nella visione di Spengler il violino rappresenterebbe il più raffinato, elegante nonché audace prodotto della millenaria, superba cultura musicale della civiltà occidentale. E detto da una siffatta personalità non mi è parsa una riflessione da trascurare.

Lei nasce vive e insegna a Cremona, la città liutaia per definizione. Quando e perché l’Italia assume questo primato, che mantiene ancora oggi?

Gli sviluppi della liuteria in Italia vanno di pari passo con gli sviluppi delle diverse arti e quindi in quel sublime laboratorio che fu il Rinascimento italiano anche gli strumenti a corda vissero una profonda fase di rinnovamento i cui risultati si propagarono poi all’intera Europa. Fu inizialmente a Brescia che si sviluppò una liuteria dai tratti innovativi (si pensi a Gasparò da Salò), ma poi altre città si arricchirono di botteghe e scuole liutarie, anche se Cremona spiccò subito per fama e prestigio internazionale grazie in particolare ai maestri della famiglia Amati, Guarneri e all’impareggiabile Antonio Stradivari. Va tuttavia detto che anche all’estero si svilupparono importanti scuole liutarie, ad esempio a Füssen in Germania, o in Boemia e in Francia, ma anche all’estero solo quella cremonese si fece paradigmatica. Non a caso in innumerevoli opere della letteratura tedesca, sia in prosa sia in poesia a partire dal XVIII secolo, l’aggettivo Cremoneser o i nomi dei liutai cremonesi sono usati antonomasticamente (ancor oggi e con frequenza) ogni qualvolta si intenda esaltare un prodotto liutario di eccezionale fattura, come accade, per fare un esempio, nelle novelle Rat Krespele Der Baron von B. di E.T.A. Hoffmann.

Ho dedicato anche a questo intrigante aspetto un breve capitolo nel mio libro sulla presenza del violino nella letteratura tedesca [citato nel cappello introduttivo].

Lei ha capito il “segreto di Stradivari”?

Il fantomatico segreto di Stradivari è stato di volta in volta attribuito a caratteristiche differenti dei suoi capolavori liutari, e quindi a questo o quel tratto tecnico costruttivo, ma è stato più che altro oggetto di fantasie, talora letterarie. Tuttavia nel 2023 una ricerca del Laboratorio Arvedi di analisi del Museo del Violino di Cremona, in collaborazione con gli scienziati del Sincrotrone di Trieste, ha individuato tra la vernice e il legno uno strato di preparazione intermedio formato da colle proteiche, collagene o caseina. Si tratta di una lavorazione dello strumento sino ad allora del tutto ignota. In attesa di ulteriori studi e approfondimenti, rimane il piacevole sospetto che si sia finalmente scoperto l’agognato “segreto”, che da secoli rende unici e pressoché inimitabili i violini del maestro di Cremona.

Diamo per scontata la vasta e imbarazzante ignoranza musicale degli italiani soprattutto d’oggi (Berlioz nel 1831, dopo il viaggio in Italia, non parlava diversamente!), quindi la nulla dimestichezza con i grandi nomi del XVII e XVIII secolo. Cionondimeno la musica austriaca e tedesca svetta. Come si contempera questa situazione con la richiesta frenetica e l’accoglienza festosa dei musicisti italiani presso le corti straniere europee?

Si tratta di due fenomeni che considererei separatamente: la storia della musica parla italiano fino a fine XVIII, inizi XIX secolo. Come ben noto, sino ad allora la musica e i musicisti italiani erano al vertice della piramide della musica europea. Avere a corte un musicista italiano era non solo un fiore all’occhiello, ma era la garanzia di avere la musica più all’avanguardia e i musicisti più dotati e innovativi. I romanzi Il ciarlatano musicale (1700) di Kuhnau e il Gulden di Reichardt (1779) ci fanno intuire (con piacevolissima ironia) quanto l’essere italiani fosse determinante per aspirare al successo. Beethoven, per fare un solo illustre esempio, non disdegnò ancora nella maturità di italianizzare il proprio nome sul frontespizio di alcune sue composizioni. Ma poi si sa che nell’Europa del XIX secolo inizia il “tramonto” (per rifarsi ancora a Spengler) del primato culturale (e musicale) italiano e prende avvio l’avanzata trionfale, in ogni settore della cultura, quindi non solo della musica, del mondo germanofono. E tale primato culturale, non disgiunto da quello economico e politico, si è consolidato col passare dei decenni, assegnando quel (legittimo) primato alla musica tedesca e austriaca presso il grande pubblico di cui lei giustamente parla.

Poiché oltre a essere un musicista e uno storico della musica (per limitarci a questo dominio!) lei è anche, per l’appunto, un umanista a tutto tondo, le vorrei sottoporre la seguente questione. Nel Beethoven, Piero Buscaroli sostiene con forza il disprezzo e persin l’odio del Titano contro i francesi e la Révolution, ciò che si può capire, tra l’altro, dal Fidelio, che egli ricostruisce, documenti alla mano, come un’opera anti-rivoluzionaria. Al contempo, Buscaroli sottolinea il primato di Beethoven quale artista che riesce a sganciarsi dalla sudditanza a teste coronate e impieghi statali. In questa ricostruzione io ho sempre trovata una grande contraddizione. Beethoven aveva un carattere forte e fiero ed era molto cosciente di sé, ma senza i mutamenti di assetti politici e sociali ingeneratisi col dramma 1789-1793, egli sarebbe stato costretto alla carriera di uno Haydn o d’un Mozart. Qual è il suo giudizio?

Trovo sempre ingiusto identificare completamente una persona con un certo pensiero, una certa idea, soprattutto se osserviamo quella persona in modo diacronico. Tutti noi siamo in continua evoluzione e se ci confrontiamo con quello che eravamo non dico quarant’anni fa, ma solo dieci o venti, ci vediamo sotto alcuni aspetti mutati, talora anche profondamente. E quindi trovo sbagliato e limitativo inchiodare Beethoven a una fase della sua vita o incastrarlo in una sola idea, sia pure corretta, ma forse solo se limitata a un periodo o a una situazione particolare. L’interpretazione di Buscaroli del Fidelio (3 versioni dal 1805 al 1814) è probabilmente pertinente, ma la famosa dedica a Napoleone (sia pure poi erasa) sulla Sinfonia Eroica (1802-1804) già ci fa capire che la visione di Beethoven a proposito degli avvenimenti francesi e delle loro conseguenze non fosse stata sempre univoca.

Diciamo così: che in Beethoven potevano benissimo coesistere idee francesi e antifrancesi, a seconda dei periodi della sua vita o degli avvenimenti nei quali di volta in volta si trovava coinvolto. Pertanto non ho alcun problema nel riconoscere nel Fidelio un atteggiamento antifrancese da parte di Beethoven, mentre nei tratti esteriori della sua vita, nel suo fiero trattare alla pari i suoi potenti mecenati, nel suo sentirsi svincolato da quegli obblighi che avevano angustiato i suoi colleghi fino alla generazione precedente, riconoscere un’accettazione probabilmente in parte inconsapevole dei principi e delle idee scaturite dagli avvenimenti francesi di qualche decennio prima.

Negli ultimi anni ho notato un sensibile peggioramento delle grammatiche stampate in Italia, di qualsiasi lingua, tanto nei contenuti quanto soprattutto nell’impostazione, cervellotica, arzigogolata, inutilmente complicata: queste nuove grammatiche sembrano quasi fatte per non essere capite. È un’impressione, anzi: una certezza che hanno molti linguisti con i quali ho parlato. Lei invece va in netta controtendenza. La sua grammatica Leggere in tedesco è un capolavoro sotto ogni riguardo ed è impareggiabile e dovrebbe essere assunta a modello. Le farebbe piacere raccontarne la genesi? Quali resultati le ha dato fino a oggi?

La ringrazio molto per i complimenti, che (e lo dico con una certa soddisfazione) mi sono pure giunti sia da giovani studenti sia da persone più in età. Il lavoro è scaturito dalla mia attività universitaria: io insegno Letteratura tedesca e Lingua tedesca (finalizzata alla sola lettura) presso il Dipartimento di Musicologia e Beni culturali dell’Università di Pavia. I miei studenti (futuri musicologi, letterati o storici dell’arte) hanno la necessità di saper leggere una bibliografia in tedesco. Delle quattro abilità linguistiche richieste per l’apprendimento di una lingua straniera mi sono pertanto concentrato sulla sola abilità “saper leggere”. Non esistendo dei corsi idonei ai miei scopi ho preparato fin dagli inizi del mio insegnamento delle dispense nelle quali la progressione grammaticale fosse finalizzata al leggere e non alla comunicazione orale. Ovviamente le priorità sono molto diverse e le difficoltà di apprendimento molto minori. Col passare del tempo queste dispense, in continua evoluzione grazie alle esperienze dirette sul campo, sono dapprima divenute un corso pubblicato nel 1997 presso un editore cremonese e poi, radicalmente trasformate e arricchite, il volume edito da Hoepli. Grazie ai contenuti del volume, con sole sessanta ore di lezione riesco a portare i miei studenti a un livello tale da permettere loro di leggere (ovviamente con ausilio di un dizionario per il lessico sconosciuto) qualsiasi testo scritto in tedesco. Il volume contiene nelle ultime lezioni anche le informazioni necessarie per affrontare testi arcaici ottocenteschi scritti in alfabeto gotico o testi poetici. Anche questa caratteristica del volume è stata molto apprezzata.

Tra le sue molte traduzioni mi hanno colpito quelle di Grillparzer ed Erich Kästner: quest’ultimo non mi sembra uno dei poeti o scrittori di lingua tedesca più frequentati e, paradossalmente, nemmeno il classico Grillparzer. È questo il motivo della sua scelta o ce ne sono altri?

Mi sono dedicato a Grillparzer (in particolare curando una edizione di Epigrammi) e Kästner (curando una prima edizione antologica di sue poesie) per la grande affinità che ho percepito con lo spirito, i contenuti e lo stile poetico dei due autori. Grillparzer ha utilizzato la forma dell’epigramma tutta la vita per commentare con piglio ironico e grande acume eventi e persone illustri del suo tempo. Tra i bersagli dei suoi oltre mille e cinquecento epigrammi si trovano Beethoven, Hegel, Wagner, Mozart, scrittori e intellettuali, politici e tanti altri. E mi è parso molto interessante (oltre che piacevolmente divertente) far rivivere (con metrica e rime) le graffianti impressioni a caldo di un colto e arguto contemporaneo.

Quanto invece a Kästner, io apprezzo molto la cosiddetta Gebrauchslyrik (Lirica per un uso quotidiano) che caratterizza la produzione di alcuni tra i più importanti poeti e intellettuali degli anni della Repubblica di Weimar, alludo a Brecht e Tucholsky, oltre a Kästner. È una poesia viva, acuta, caustica, incisiva, piacevole, utile, moderna, in moltissimi casi di sbalorditiva attualità ancor oggi. La nostra attuale epoca ha infatti (purtroppo) molte somiglianze con le vicende politico-economico-sociali degli anni della Repubblica di Weimar. Ho quindi fatto una selezione cercando di rendere, ogni qualvolta possibile, anche il ritmo o la metrica dei testi, per non indebolirne la grande efficacia.

Devo però con dispiacere riconoscere che, a differenza di altri miei lavori, questo volume non ha ottenuto il riscontro di critica che mi sarei immaginato. Ma si sa che la poesia in genere non sta vivendo un buon momento, e la scomparsa degli scaffali dedicati alla sola poesia nella maggior parte delle librerie ne è purtroppo una evidente, triste conferma.

Il suo libro sulla morte di Beethoven racconta di un funerale direi oceanico. Mezza Vienna vi partecipò. Mi corregga se sbaglio: può essere prima cerimonia funebre più vastamente partecipata della storia.

I funerali di Beethoven furono i primi funerali di una moderna star dello spettacolo. La partecipazione a migliaia di persone di ogni classe sociale (si dice oltre ventimila) e, ad esempio, la necessità di contenere la folla straboccante con l’aiuto dei militari sono la dimostrazione di come il nome di Beethoven fosse penetrato in profondità nella società del tempo e non solo viennese, raggiungendo e coinvolgendo emotivamente individui che probabilmente mai avevano ascoltato una sola nota del Maestro. Anche la presenza di decine di carrozze della nobiltà e di tutti gli artisti più eminenti suggellarono il trionfo postumo del compositore.

Se si confrontano le esequie di Beethoven con quelle di Mozart si capisce subito come la figura del musicista/compositore si fosse trasformata nell’immaginario popolare nell’arco di poco più di trent’anni. Col giorno del funerale prende avvio anche quel Beethoven-Mythos che tanta importanza e influenza avrà in Germania e che trasformerà Beethoven nel musicista romantico per antonomasia, protagonista, suo malgrado, di decine di opere in poesia e in prosa, tra cui il brillante racconto Un pellegrinaggio a Beethoven di Richard Wagner.

Mi ha fatto molto piacere vedere che l’anno successivo alla pubblicazione del mio libro sulla morte e i funerali di Beethoven, il Beethoven-Haus di Bonn abbia voluto colmare per il mondo tedesco tale evidente lacuna storico-musicale realizzando un volume apertamente ispirato al mio e pressoché analogo in molte sezioni.

Secondo diversi germanisti con i quali ho avuta occasione di parlare, i massimi stilisti di lingua tedesca sarebbero – in ordine cronologico – Schopenhauer, Nietzsche e Freud. Mai né prima, né durante, né dopo si sono raggiunti i loro vertici, al contempo, di chiarezza, profondità ed eleganza. A me tuttavia pare strano che il tris non si trasformi in un poker con l’aggiunta ovvia di Goethe. Vorrei ascoltare il suo parere.

È sicuramente vero che gli autori succitati racchiudano in sé in modo superbo i tratti menzionati (e li collocherei anch’io in alto alla virtuale classifica), ma eviterei un podio con soli tre gradini, se non per finalità giustificabili con intenti scolastici. Aggiungerei quindi senza incertezze, altri gradini e, tra i soli scrittori, vi collocherei, almeno Johann Wolfgang Goethe, come lei propone, e senza alcuna incertezza anche Thomas Mann. Ma perché anche non Friedrich Schiller o Theodor Fontane? E perché non Heinrich Heine, che sa aggiungere anche ironia a chiarezza, profondità ed eleganza?

Suo padre era Ferruccio Focher, un filosofo ahimè poco noto in Italia (ma si consoli: la nostra mafietta ne ha liquidati parecchi), docente di filosofia teoretica a Parma per un quarto di secolo. Le farebbe piacere parlarci di suo padre?

Mio padre è stato uno studioso di grande vivacità intellettuale con una inesausta passione, direi vocazione al sapere e agli studi: aveva iniziato la sua carriera come filologo classico, lasciando poi prevalere interessi da italianista per approdare poi definitivamente alla filosofia. Al di là del valore del poliedrico studioso, tengo a sottolineare lo straordinario successo che come didatta ha sempre riscosso, sia negli anni iniziali della sua carriera quale docente di italiano e latino al Liceo Classico sia, soprattutto, in seguito, presso il Dipartimento d Filosofia dell’Università di Parma. Ancor oggi vi sono suoi ex studenti che me ne parlano in termini che definire entusiastici non è esagerato. Tra il 1963 e il 2000 ha pubblicato, oltre a numerosissimi saggi e articoli su riviste e giornali, dieci volumi, sviluppando studi su Benedetto Croce, Carlo Cattaneo, Karl Popper, Hannah Arendt, Giambattista Vico, Thomas Hobbes e altri. In virtù del suo carattere riservato e dell’avversione per i riflettori, diciamo così, si è sempre tenuto ai margini del palcoscenico italiano della filosofia, anche se ha coltivato importanti amicizie e ha ricevuto innumerevoli consensi.

Alla sua scomparsa io e mio fratello, in concomitanza di un convegno su di lui, abbiamo donato la sua imponente biblioteca filosofica e di italianistica all’università di Pavia, città in cui era stato studente e alunno del prestigioso Collegio Ghislieri. Quanto all’uomo, al suo carattere e alla sua personalità, sarei un po’ troppo di parte a parlarne e quindi mi fermo qui. 

Ora vorrei, per così dire, entrare più nella sua vita “intima”. Quali sono le sue letture costanti? Ci sono autori oppure opere prediletti, che hanno lasciata un’impronta sulla sua vita interiore?

Questa domanda mi mette in seria difficoltà perché sono così tanti gli autori letti e i libri apprezzati che non saprei da dove cominciare. Non saprei neppure se iniziare da testi letterari o saggistici, da testi storico-musicali, storico-letterari o di altri ambiti, ad esempio politici di attualità o storico-artistici. Mi piace leggere di tutto, sulla base degli interessi contingenti, degli stimoli dati dal quotidiano, o degli obblighi professionali del momento. E quindi non saprei darle una risposta sintetica. O, in alternativa, le potrei dare una risposta lunga qualche decina di pagine.

Perché non ha investito le sue capacità linguistiche e culturali anche in un maggior numero di traduzioni? Come lei saprà ci sono a giro tanti improvvisatori e pasticcioni: è un peccato che lei stia troppo a riposo!

In realtà mi pare di avere pubblicato diverse traduzioni, ad esempio molto gratificante è stata per me la traduzione dell’Album letterario o lo scrigno del giovane Kreisler (edt), diario letterario di Johannes Brahms, come pure le memorie beethoveniane di Breuning (se) o di Grillparzer (se). E poi il volumetto Piacere Mozart! (edt), pubblicato in collaborazione col Mozarteum di Salisburgo, o ancora i diari di guerra di Deichelmann (Ho visto morire Königsberg, Mursia) e di Kästner (Taccuino 45. Diario del tracollo del Terzo Reich, Mattioli). E altro ancora. Ma, sa, io ho anche una famiglia con la quale mi piace trascorrere il tempo libero e ho vari hobby ai quali mi dedico molto volentieri. Ho pertanto sempre trovato riduttivo (e forse anche un po’ triste) esaurire la mia giornata col solo lavoro accademico, per quanto piacevole, appagante e interessante potesse essere.

Come ho detto con dispiacere nell’introduzione a questa intervista, il suo nome circola poco in Italia anche se il mondo culturale italiano non tarderà a vergognarsi di non averle puntati addosso i riflettori. Ma a parte il solito andazzo nostrano, lei è una persona riservata sua sponte oppure, diciamo così, obtorto collo?

La ringrazio molto per le sue parole, di sicuro troppo benevole, ma come mio padre non amo la ribalta e i miei studi e la mia attività hanno il solo fine di appagare me stesso e di dare spessore alla mia attività di docente. Il λάθε βιώσας di Epicuro, o il verso «bene qui latuit bene vixit» di Ovidio (motto fatto proprio da Cartesio) o quanto proposto da Epitteto nel suo Enkiridion,hanno da sempre in una certa misura sintetizzato la mia naturale disposizione d’animo. E quindi se mi invitano a parlare o a presentare un mio lavoro sono ovviamente contento e molto lusingato, ma, lo dico solo a lei e in camera caritatis,lo sono un pochino di più se non vengo interpellato…

Le pongo una domanda da bar dello sport. Lei conosce il tedesco alla perfezione (e immagino anche altre lingue) e conosce Germania e Austria altrettanto; ha il piglio dell’umanista europeo; è intelligente; a quanto ho potuto capire, ha anche un carattere pacifico: cosa ci fa ancora in Italia?

Sommando tutti pro e tutti i contro di vari paesi, soprattutto europei, lei è proprio sicuro che l’Italia ne esca nel complesso sempre perdente? Io non lo penso. Nonostante lo sfacelo nel quale ci hanno condotto classi politiche corrotte e indegne che hanno tradito e svenduto il paese, io riesco pur sempre a scorgere tanti fattori umani, sociali, storico-artistici, urbanistico-architettonici, paesaggistici, naturalistici, ambientali, climatici e perché no? gastronomici che rendono la vita in Italia nel complesso preferibile all’esistenza in quei “paesi frugali” che hanno solo una (talora apparente) migliore efficienza statale, ma che difettano in quasi tutti gli altri ambiti che le ho menzionato e che per me (e sottolineo per me, senza alcuna pretesa di esprimere una verità universale) non sono di minore importanza. E quindi è giusto che ognuno, sulla base delle proprie esigenze e aspettative, operi serenamente le proprie scelte. Tuttavia, detto con franchezza, non mi pare proprio che nel momento attuale alcun paese al mondo possa vantare una netta situazione di prevalenza sugli altri, tale da poter essere preferito a priori o indicato come esemplare. E ciò men che meno nell’attuale tramontante (tra il tragico e il grottesco) Europa.

Se la memoria non mi inganna, al telefono una volta mi ha accennato a un suo lavoro su Paganini. Vuole o le è consentito dall’editore raccontarci qualcosa? Gliene saremmo molto grati; ma in caso di diniego – capirei.

Si tratta di un lavoro che dovrebbe uscire il prossimo autunno: è la prima edizione italiana (con mia ampia introduzione) di un testo memorialistico tedesco su Paganini, arricchito da una sezione che ho recentemente scoperta e che è pertanto del tutto sconosciuta alla critica paganiniana.

*L’intervista è a cura di Luca Bistolfi

*In copertina: Orazio Gentileschi, Donna che suona il violino, 1612 ca.

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