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“Ho già cagato e sudato la mia vita in scritti…”. Artaud vs. Picasso

Nel 1947 Antonin Artaud, che sarebbe morto poco dopo, entra dentro Van Gogh le suicidé de la société, con quelle parole, turbate, terse, “Le istituzioni si disgregano e la medicina, che dichiara van Gogh pazzo, appare come un cadavere inutilizzabile e marcescente”. Ai primi dell’anno, aveva scritto a Pablo Picasso: “Non sono un debuttante alla ricerca di illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti. Ho già cagato e sudato la mia vita in scritti che valgono poco più dell’agonia da cui provengono – Ma bastano a se stessi e non hanno bisogno di un padrino…”. Se Van Gogh è il suicidato della società, Pablo Picasso di quella società suicidale è il re. Certo, certo – lo spiega, con dovizia di particolari, Pasquale Di Palmo – “Picasso fu coinvolto nella vendita di quadri e manoscritti che si tenne alla galleria Pierre il 6 giugno 1946 al fine di aiutare economicamente Artaud, al suo rientro a Parigi dopo il quasi decennale ricovero in svariati manicomi, tra cui quello di Rodez”. Resta il fatto che di fronte alla proposta di illustrare con alcune acqueforti Artaud le Mômo, testo-testamento, carta d’identità, specchio-falò di Moi, Antonin Artaud, si cela, scappa, “non volle abbracciare il progetto, sottraendosi agli incontri con Artaud presso il suo atelier di rue des Grands-Augustins. La governante di Picasso costringeva sempre lo scrittore a rimandare l’appuntamento”. Uno ha la governante; l’altro è francamente ingovernabile. Sarebbe stato, chissà, uno dei grandi incontri della storia dell’arte, ma Picasso preferì farsi portavoce di “questa società/ assolta/ consacrata/ santificata/ e invasata” che ha suicidato Van Gogh e volle suicidare Artaud.

Dai documenti – di cui dico dopo – risulta che Artaud caracolla intorno alla casa di Picasso dal 20 dicembre del 1946 al 6 febbraio del 1947 (“Dinanzi alla mancanza di Picasso… Lo stesso Picasso non poteva comprendermi come potrei fare io…”) senza risultato né parola duellante di diniego. Quasi il sommo matador dell’arte abbia paura di le Mômo, il mimo, il mimetizzato da pazzo, il me raddoppiato (moi moi), l’Artaud nelle arlecchine vesti di Momo, figlio della Notte, cacciato dall’Olimpo perché sfotte gli dèi mostrandone la cialtroneria, la potenza fittizia, il mito smitizzato (l’Hypnos che ha ipnotizzato René Char è, nella genealogia mitica, l’altro genitore di Momo).

Rewind. Pierre Bordas, giovane e sagace editore – pubblicherà Samuel Beckett, Tristan Tzara, Paul Éluard, Philippe Soupault – ascolta una lettura di Artaud a Parigi, “nella galleria di Pierre Loeb”. “Improvvisamente Artaud si alzò allontanandosi dalla cerchia degli ospiti, una strana apparizione alla Edgar Poe”, ricorda. “Sembrava un fantasma, pallido come un trapassato, devastato da rughe profonde, l’aspetto febbrile, le mani tremanti”. Bordas è magnificato, sbalordito, sedotto da Artaud e gli propone di pubblicare le poesie che ha appena ascoltato. “L’indomani, era nel mio ufficio”. Si trovò ad addomesticare (senza successo) un poeta fenomenale, allucinato, che passa dagli elogi olimpici (“è il più bel libro mai apparso in librerie”) alle accuse di essere stato truffato (“mi deve una somma considerevole… non sarà sorpreso che le tolga la pubblicazione delle mie opere…”). L’unica condizione posta da Bordas è che fosse Picasso a illustrare i versi di Artaud. Sappiamo come è andata. Picasso si accorgerà di sé – e di Artaud – troppo tardi: nel 1957 crea “una puntasecca a colori che verrà inclusa nel libro d’arte contenente un inedito di Artaud intitolato …Autre chose que de l’enfant beau, edito da Louis Border”. Le Mômo, col suo rabbioso sortilegio, era sparito da un pezzo; ormai noto, confinato nell’agiografia, pulito, depurato, può andar bene al sommo artista.

Le Lettere a Pierre Bordas di Antonin Artaud, a cura di Domenico Brancale per Prova d’Artista, sono dunque un piccolo documento eccezionale, in quest’epoca storpia, bassa, dove le variopinte lettere di un genio d’allora paiono gioielli, preziosi, amuleti, sprazzi carismatici, oggi (va letto, semmai, al fianco di Succubi e supplizi, che raccoglie testi di quegli anni, stampa Adelphi, 2004). Infine, fu Artaud a ‘graffiare’ il suo libro, con disegni propri, che propiziano la lettura, o meglio, il rito, la parola che fa astrologia e sacrilegio; il libro, ora, è graziato da un disegno di Nicola Samorì. Nello scritto introduttivo, Pierre Bordas ricorda la mitica lettura di Artaud al Théâtre du Vieux-Colombier, il 13 gennaio 1947: “Tutta Parigi era lì, la stessa radio francese per registrare la lettura”. Per capire cosa accadde quel giorno e cosa fu detto da AA, bisogna leggere Histoire vécue d’Artaud-Mômo, edito da Fata Morgana. “Il mio corpo è mio e non voglio che altri ne disponga. Nel mio spirito circolano molte cose, nel mio corpo circolo soltanto io. È tutto ciò che mi è rimasto di ciò che avevo”, ha detto, dal pulpito della conferenza, le Mômo. “Per guarirmi dal giudizio degli altri, ho tutta la distanza che mi separa da me stesso”. Tra André Gide e Camus, in sala, sedeva anche Picasso.

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Venerdì 3 gennaio 1947.

A Pablo Picasso, 7 Rue des Grands Augustins.

Pablo Picasso,

Non sono un debuttante alla ricerca di illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti.

Ho già cagato e sudato la mia vita in scritti che valgono poco più dell’agonia da cui provengono. – Ma che bastano a se stessi e non hanno bisogno di un padrino o dell’accompagnamento di chicchessia per fare il loro piccolo cammino.

Tra tutte le opere scritte dopo la mia uscita dal manicomio di Rodez ho estratto cinque poesie che hanno invogliato un editore, il quale ha desiderato fossero illustrate da 6 sue acqueforti,

se fosse stato per me non ci avrei mai pensato.

Anch’io sono capace di fare il mio ritratto e d’illustrare i miei testi con figure che cessano di essere disegni per diventare dei corpi animati. Infatti a Rodez non ho fatto altro che fabbricare corpi animati,

motivo per cui l’amministrazione della polizia manicomiale non ha smesso di torturarmi.

Ho cinquant’anni.

Antonin Artaud

*Il testo è tratto da: Antonin Artaud, Lettere a Pierre Bordas, Prova d’Artista, 2021, a cura di Domenico Brancale, con una nota di Pasquale Di Palmo e un disegno di Nicola Samorì; www.galerie-bordas.com

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