“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Non ne sappiamo abbastanza della luce. Non ne sappiamo abbastanza del buio. Leggevo l’ultimo romanzo di Antonio Moresco, Canto del buio e della luce per Feltrinelli, e mi accorgevo che viviamo nella luce senza mai approfondire cosa sia la luce, “Se sei dentro qualcosa, come fai a capire dove sei e chi sei?”, e che scivoliamo verso il buio senza immaginare che si possa vivere al di fuori di un buio così diffuso e accettato da essere diventato la nuova luce,
“E io che allora devo stare proprio dentro questo crepaccio, devo essere questo crepaccio”.
Leggendolo ho cominciato a temere di starne subendo la suggestione. Alla reiterazione della descrizione del buio il buio è come avesse cominciato a colonizzarmi gli occhi, a spegnermeli, e stavo nel giorno come stessi nella notte del cielo di stelle sterminate, senza più nessuna luce. Stavo smettendo di vedere o stavo cominciando a vedere veramente? Perché Moresco quando scrive è come Sandor, un personaggio tra i cento del romanzo, tra i mille del romanzo, Sandor che è “un ipnotista di professione”. Antonio Moresco con la sua letteratura attira nella sua trance o chiama fuori dalla trance di un ipnotizzatore più potente di lui, che Moresco prova a combattere e svelare tramite la letteratura che scrive?
Nel mondo al buio di Canto del buio e della luce, un mondo che non può continuare così e che continua così, la voce che racconta nel buio e del buio si chiede nella seconda parte, la Parte sacrificale, a circa metà del romanzo, perché tutto ciò che non è il racconto della cosiddetta realtà debba essere rubricato come fiction: Perché l’hanno definita “finzione” e non, per esempio, “invenzione”, “prefigurazione” o addirittura “profezia”?
Un indizio sul tipo di romanzo che Moresco abbia voluto scrivere lo dà Moresco stesso nella Nota in chiusura: è un romanzo inconsulto.
Dalla Treccani online:
agg. [dal lat. inconsultus, comp. di in–2 e consultus (part. pass. di consulĕre) «considerato, ponderato»]. – Che non procede da maturo consiglio; avventato, imprudente o temerario (implica in genere più grave biasimo dell’agg. inconsiderato, in quanto sottintende maggiore incoscienza, nella persona, del pericolo a cui va incontro col suo atto e della gravità delle possibili o reali conseguenze); gesto i.; decisione i.; moti i. della folla.
Moresco ha scritto un romanzo temerario e avventato, imprudente e pericoloso.
Per procedere nel romanzo, così come nell’opera letteraria di Moresco, bisogna orientarsi. Darsi un punto fermo quale che sia.
Primo tentativo di punto fermo, dall’interno: “La mia città”, per Nottetempo, 2018, collana Poeti, di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa. Un libro di poesia linguistica e illustrativa su Mantova, la città natale di Moresco. Vedere alla voce: “LA MIA CITTÀ È BUIA”: “Sembrava di camminare all’interno di una fortezza buia!”, e prima, alla voce “LA MIA CITTÀ È UN GATTO CHE GRAFFIA UNA POLTRONA DI CUOIO, DI NOTTE”: “E poi il buio, la notte. Quelle grandi case buie, di notte. C’è da rabbrividire a passare vicino a certe case buie, di notte! Tu non sai cosa succede dietro quelle mura fredde e bagnate, di notte! Non so adesso… Giuliano, devi riuscire a metterci dentro anche questo! Ma come si fa a dipingere la violenza?” E se in Canto del buio e della luce Moresco abbia provato a metterci dentro quella violenza, ma: come si fa a raccontare la violenza?
Secondo tentativo di punto fermo, dall’esterno: “INRI”, per Edicola Ediciones, di Raúl Zurita. Ecco un verso del poeta cileno Zurita: “Scrivo immaginando lettere devastate d’amore”. Altro verso: “Il cielo è nero, ci sono margherite”. Altro verso “Odo i chiodi affondare nella bara dell’oceano”. Perché INRI di Raúl Zurita per orientarsi nel romanzo di Moresco, nei libri di Moresco? Perché in INRI c’è qualcosa dello stile di Moresco, la scrittura come un’onda, incessante, instancabile, inesorabile, che ritorna apparentemente uguale e mai uguale, apparentemente innocua e che invece a ogni ritorno commette un altro affondo, un’altra azione di consunzione, di distruzione, di riconfigurazione del paesaggio. La scrittura visionaria e ipnotica, dolente e amorosa. Perché anche Zurita in INRI racconta la violenza, nel suo caso quella della dittatura di Pinochet, quando i desaparecidos divennero tombe in tutti i paesaggi del Cile, dal mare alle montagne, lanciati dagli elicotteri.
Un punto di contatto per questo secondo tentativo di punto fermo: in Canto del buio e della luce, sempre nella seconda parte, la Parte sacrificale, quando a prendere la voce nel buio è il personaggio chiamato Papa Francesco:
“E intanto, mentre camminavo lungo queste strade che adesso sto percorrendo al buio, avevo negli occhi le cose viste e scoperte quando ero vescovo di Buenos Aires, il colpo di stato, le torture, le persone gettate vive dagli aerei e dagli elicotteri, nel Río de la Plata (…)”.
L’Argentina di Papa Francesco come il Cile di Zurita, Zurita che come Moresco non canta per il buio ma dal buio, canta il buio.
Da “La mia città”, vedi alla voce LA MIA CITTÀ È BUIA:
“Vicino alla mia casa (…) c’era il Rio pieno di pesci gatto, che si muovevano là dentro con i loro corpi viscidi, le loro bocche pulsanti e i loro baffi, in mezzo a quelle lunghe alghe tormentate dalla corrente come interminabili chiome nere che si divincolavano al buio”.
Dal Canto del buio e della luce, nella prima parte, la Parte istruttiva:
“non mi resta che far cantare insieme a me e attraverso di me anche il buio”.
Canto del buio e della luce è una lettera devastata d’amore, ho poi deciso di leggerlo sotto questo segno. (Dalle parole della donna baciata, all’interno del romanzo: “Sì, e il giorno dopo, e sempre più nei giorni che sono seguiti, la mia bocca ha cominciato a fiorire, le mie labbra sono esplose, i suoi contorni si sono aperti, squarciati, hanno cominciato a ricoprirsi di bolle di herpes, di ferite, di croste, e io ho portato in giro come un trofeo quella bocca femminile tutta martoriata su cui era passato il turbine dell’amore…”).
Moresco in questo suo ultimo romanzo racconta l’avvento del buio sul mondo, nel mondo, un avvento cominciato molto prima, nel mondo e nella percezione estetica del mondo che Antonio Moresco ha maturato da tempo.
Siamo nel buio, ma quando? Come lo scrittore che racconta nel romanzo “Anch’io farò delle congetture.” Indizi disseminati nel romanzo: la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina e sta continuando a massacrarla al buio quindi dovremmo essere dopo il 24 febbraio 2022. Israele non ha ancora dichiarato guerra a Hamas dentro Gaza quindi è prima del 7 ottobre 2024. Prigozhin non è ancora morto, quindi siamo anche prima del 23 agosto 2023. In Vaticano ci sono ancora due papi, va da sé che se il primo papa è Francesco l’altro è Papa Benedetto XVI, che muore il 31 dicembre 2022. Quindi siamo da qualche parte nel tempo tra il febbraio e il dicembre del 2022? Dovremmo dunque essere nel recente passato, sia. Ma il passato di chi? Nel mondo di chi legge il buio non ha ancora sommerso il mondo. O lo ha sommerso ma abbiamo così fatto l’abitudine a stare nel buio che è come stessimo ancora nella luce, “nella cosiddetta luce”?
D’altronde il tempo per esistere ha bisogno della luce ma se la luce non c’è più non ci può essere neppure il tempo e il relativo ordine degli eventi all’interno del tempo.
“Ecco, solo adesso mi rendo conto che anche la storia non si è dipanata attraverso il tempo ma attraverso la luce (…) che la storia è stata alla fine una STORIA DELLA LUCE”.
Quindi fine della luce, fine della storia? Solo quella della luce. Inizia la storia del buio, la storia al buio, nel cosiddetto buio.
Il Canto del buio e della luce è la trasfigurazione del mondo secondo la sensibilità di uno scrittore che ha rinnegato qualunque compromesso di genere, che lotta contro qualsiasi convenienza della separazione, che tiene assieme l’incubo e la favola, la teologia e la danza, l’economia e le tratte migratorie dei pinguini della Terra del Fuoco, i moscerini e la Banca d’Italia, il teatro e l’astrofisica, Vessicchio e Jeff Bezos, la Teoria Quantistica dei campi e i draghi dalle palle a sventola, la matematica e il manuale di reparto di Gastronomia di un supermercato, dirigendo un’opera buffa e apocalittica di “fantascienza sacra”, in cui tutto prende vita, in cui tutto prende voce, dai formichieri di cristallo progettati dall’intelligenza artificiale che ha miniaturizzato il mondo ridotto a capocchia di spillo ai manichini vestiti Armani in marcia come le cartareschiane statue di Abbacinante – L’ala destra, Voland, il tutto agglutinato nella colla della letteratura che si vuole indomita, donchisciottesca, spalancata, inconsolabile, irriducibile.
La letteratura che non ha abdicato alla sfida dell’immaginazione dall’interno di quella inaccettabile “macchina di dolore” che è il mondo per come la specie umana fin qui è stata capace di architettarlo.
I protagonisti de Canto del buio e della luce sono “gli oltrepassati” da un’esistenza che non induce più alla speranza ma allo spavento della resurrezione. Per dirlo con le parole del personaggio Gesù che appare nella terza parte, la Parte abissale:
“No, io non porterò nel mondo l’orrore della redenzione e della resurrezione, io non condannerò il mondo a risorgere, non mi macchierò di una simile colpa!”
E il pessimismo metafisico di Moresco? È il realismo inconsolabile di uno scrittore che non si fa dettare il racconto dalla cosiddetta realtà. In INRI così Zurita chiude la sua raccolta di poesie d’amore per i morti annientati della violenza, nell’Epilogo: “Un sogno magari sognò che c’erano dei fiori, che c’erano dei frangenti, che c’era un oceano che li sollevava in salvo dalle loro tombe nei paesaggi. No. Sono morti.” Moresco con le sue opere e con il suo ultimo Canto del buio e della luce non è e non vuole essere né un consolatore né un disperatore. Vuole inventare. Prefigurare. Profetizzare?
La letteratura non è la fine. La letteratura è l’opportunità di darsi un altro inizio a partire dal racconto di una fine annunciata.