“Che cosa resterà di me?”: un anno senza Franco Battiato
Musica
Michele Nigro
“Anch’io volevo soffrire per una causa”. Parole manifesto, queste di Roald Amundsen, l’Aquila bianca della Norvegia, che illuminano una volta di più il suo temperamento da eroe.
Amundsen era nato il 16 luglio 1874 nei dintorni di Sarpsborg, a sud di Oslo, da una famiglia originaria delle boscose isole Hvaler, a sud del fiordo di Kristiania, come veniva allora chiamata la capitale norvegese. Il padre e lo zio erano esperti navigatori: con la nave di proprietà avevano navigato per il mondo in lungo e in largo. La mamma di Roald invece sognava un’avvenire da medico per il figlio che, in un momento di profondo mutamento per la Norvegia, aveva già scelto i suoi padri e fonti di ispirazione: il britannico Sir John Franklin e il compatriota Fridtjof Nansen. “Uno strano desiderio mi ha fatto desiderare di poter affrontare anch’io una prova simile” scriveva Amundsen ripensando all’avventurosa quanto funesta impresa di Franklin e al suo tentativo di attraversare il passaggio a nord-ovest negli accesi anni ’40 dell’Ottocento, quando infiammava il conflitto norvegese con la vicina Svezia.
L’ammiraglio inglese, leggo nel prezioso libro The White Eagle. Roald Amundsen, Sailor of the skies di Olav Gynnild, nel vano tentativo di tener testa ai morsi della fame, con i suoi 134 uomini destinati alla morte insieme a lui, ordinò a tutti di mangiare i propri stivali. Quell’avventura a dir poco estrema lo attirò e forse, anzi quasi certamente, ispirò perdutamente Amundsen, come solo possono fare le avventure sognate nella prima giovinezza. Correva il 30 maggio del 1889, il giovane esploratore polare aveva solo diciassette anni, quando l’eroico Nansen tornò in patria.
“Sarebbe diventato senza dubbio un giorno memorabile della vita di molti giovani norvegesi. Certamente lo è stato nella mia. Fu il giorno in cui Fridtjof Nansen ritornò dalla sua spedizione in Groenlandia. Il giovane sciatore norvegese risalì il fiordo di Kristiania in quella giornata soleggiata, il suo corpo orgoglioso che irradiava tutta la meraviglia del mondo per la sua impresa, per ‘l’opera di un pazzo’, per la sua realizzazione dell’impossibile. Quel giorno camminavo tra la folla esultante con il cuore che batteva e tutti i miei sogni di ragazzo prendevano vita, una vita tempestosa”.
Nansen non poteva che rappresentare, agli avidi occhi del ragazzo, un maestro da raggiungere ed eguagliare, uno che, per intendere la grandezza, mette a fuoco l’idea di un passaporto per gli apolidi, per chi non ha patria, oltre ad essere uno scienziato e un esploratore.
Pochi anni dopo, all’età di ventitré anni, Roald Amundsen, che non era ancora Amundsen, parte con Leon, il fratello maggiore, con gli sci attraverso la pianura montana Hardangervidda, in pieno inverno. L’attrezzatura di Amundsen è sempre leggendaria: sacchi a pelo d’accordo, ma nemmeno uno straccio di tenda. Dopo alcuni giorni, i due fratelli Amundsen incontrano una tempesta di neve, si perdono e cercano di costruirsi, alla bell’e meglio, un rifugio nella neve bagnata. Nella notte, il futuro esploratore dei poli si sveglia a più riprese, intrappolato nella morsa fatale di un sacco a pelo completamente ghiacciato. Sembra una bara di ghiaccio ed è difficile respirare. Per la prima e forse l’ultima volta della sua vita, Roald Amundsen viene preso dal panico: urla a squarciagola, lancia, furiosamente, il suo sacco a pelo. Poi appare Leon, suo fratello, che lo tira fuori dalla neve. Questo è il suo primo battesimo del ghiaccio. Il ricordo a cui penserà forse un giorno, quel 18 giugno, prima di partire col francese Latham, per salvare gli uomini del disastro del Dirigibile Italia comandato dall’amico-nemico Umberto Nobile.

Amundsen conosceva personalmente i membri dell’equipaggio. Tutti: uno per uno li aveva conosciuti a bordo del dirigibile Norge qualche stagione prima. Il 18 giugno, al momento della partenza da Tromsø, l’ultimo giorno in cui Roald Amundsen è stato visto vivo. Quella bellissima mattina di lunedì 18 giugno, Roald Amundsen si comportava in modo strano, sembrava guardare con aria assente quello che gli capitava intorno. Con le due forti e lunghe mani, si era stretto la cintura della tuta e si era seduto in coda all’aereo. Ma tutto questo avvenne molto più tardi. “Belgica” era invece il nome del veliero belga dove il venticinquenne esploratore sale come secondo ufficiale a bordo. Il suo sogno già allora era quello di raggiungere per primo il polo Nord. Nel pieno dei preparativi per la spedizione, all’improvviso, i due americani Frederick A. Cook e Robert E. Peary annunciano di aver conquistato il Polo Nord, nel 1908 e nel 1909. All’annuncio della conquista, la certezza di un sogno che si spezza, Amundsen ammutolisce. Ma non si perde d’animo: la sua rotta volgerà verso il polo Sud. L’impresa doveva essere ammantata da un po’ di mistero e una certa dose di inganno. E la grande bandiera norvegese sventolò sul ghiaccio antartico quasi a Natale: era il 14 dicembre 1911.
Nel piccolo museo delle meraviglie polari, The Polar Museum di Tromsø, al primo piano, si vedono scorrere le rarissime immagini in bianco e nero del viaggio in slitta trainata dai cani di Amundsen e la sua conquista dell’Antartide. La bandiera che sventola in un’atmosfera a dir poco tormentata. Lungo la strada, la squadra di Amundsen era stata tormentata dalle condizioni meteo: tempeste di neve e ghiaccio, l’ansia che consumava l’eroe che voleva arrivare, almeno stavolta, primo. Battere gli altri esploratori sul tempo. Strappargli la conquista e la fama. Prima di Robert F. Scott, prima del suo mito: Nansen. Il caratteraccio dell’Aquila bianca della Norvegia si fece subito evidente: un duro scontro con uno alcuni compagni, l’esperto guidatore di slitte trainate da cani e generoso Hjalmar Johansen, costrinse quest’ultimo a veder sfumare la conquista del polo Sud: fu escluso, infatti, dall’ultima tappa. Tornato in patria, Johansen si tolse la vita. Un altro uomo perse la vita nella sfida alla conquista del polo Sud: Robert F. Scott. Nella tenda di Scott venne ritrovata una lettera che Amundsen aveva scritto il 15 dicembre 1911 e lasciato per Scott al polo Sud. La lettera era destinata al Re Haakon VII di Norvegia, indirizzata al Palazzo Kristiana. Annunciava la sua conquista. Ma la lettera che annunciava il trionfo norvegese era stata trovata in una tenda di morti, coraggiosi e ardimentosi eroi britannici che persero la vita dopo aver accarezzato, invano, un sogno di gloria. Ma questa è un’altra storia.
Il vero destino degli ultimi giorni di Roald Amundsen, prima della morte, invece, ancora oggi è un’affascinante terra inesplorata.
Linda Terziroli