“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” scriveva Italo Calvino. E mi viene in mente questa celebre citazione mentre leggo Pulsar, l’ultima opera di Aldo Nove (appena uscita per il Saggiatore che ha in corso di pubblicazione l’intera opera dell’autore). La storia comincia nel 1967, anno in cui nasce la voce che racconta questa storia, che è un viaggio nell’infanzia di un bambino e vuole essere metafora di ogni infanzia.
“Il protagonista di questo libro si chiama Antonello. Antonello Centanin”.
La storia si ripete e la prima pagina non è che l’ultima, soltanto sbiadita, quella di pag. 235: fai fatica a metterla a fuoco. Una voce che si fa poesia, si fa visione, diventa luce che squarcia le tenebre dell’età adulta. Leggerlo mi ha fatto pensare a Viggiù (paese di nascita della voce e dello scrittore), un paese di confine con la Svizzera, che è protagonista di molte pagine.
“Viggiù e la luna erano uniti dal fatto che a Viggiù si vedeva la luna ma dalla luna non si vedeva Viggiù io che andavo su e giù dalle stradine e questa storia che diventava continuamente più piena di nomi”.
Il discorso non presuppone la grammatica, è uno srotolare poetico di immagini che continuano a tirarla in ballo (la tua infanzia).
“Allora dalla luna uscivano mio nonno con dei tipi del pianterreno urlavano facevano le boccacce sembravano fatti in un altro modo erano diversi dalle persone assomigliavano agli omini della pubblicità del caffè Lavazza e scendevano sul balcone dove c’ero io”.
C’erano, come in ogni pagina d’infanzia, le bestemmie e i bestemmiatori.
“Altri bestemmiatori di Viggiù erano un signore con il collo lungo che veniva nel bar di mia zia a raccontare delle cose sulla caccia e anche il figlio di uno di Saltrio con la camicia a righe”.
Ogni moneta tintinna piena di luce nel salvadanaio dell’infanzia, “il gesto d’amore supremo”. Come Dio e i discorsi intorno a lui.
“Mia nonna diceva che all’inizio c’era Dio, e stava seduto tutto il giorno ad aspettare di inventare il mondo, le automobili, una pentola, gli asili, il telefilm della baronessa di Carini. All’inizio, Dio non si spaventava perché non aveva ancora inventato i mostri della prigione, non li aveva nascosti dietro delle porte a Viggiù”.
Ad aspettare non c’era Dio, ma c’era tutta l’Italia, con il fiato sospeso “all’imboccatura del pozzo all’inizio della trasmissione”. Si squadernano quindi le decadi insieme alle tragedie. Era il 1981 e Alfredino Rampi era l’emblema dell’infanzia che finisce, lui “disperatamente solo e morboso”, dentro “il budello roccioso” di ottanta metri circa.
“Era la perdita definitiva dell’identità e del suo lamento fuggevole e prezioso, tutto quello che di noi rimaneva, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino”.
Nell’infanzia, ad un certo punto, qualche anno prima, nel 1973, piomba la morte.
“La notte che è morto mio nonno alla tele hanno fatto vedere Pinocchio che scappava per le strade piene di sassi di un paese di tanti secoli fa”.
Intorno: “tutto sembrava una festa dove non parla nessuno neanche la musica di Celentano del carabiniere ma solo il rumore lontano delle automobili che passavano”. E andare al cimitero è guardare le facce delle persone morte, chiuse nella bara, “tenuti dentro” (“lo sanno le bare, a questo predisposte, che i morti non devono uscire”) e che rimanevano da più di cent’anni “a guardare me che correvo ogni tanto mi fermavo a guardare l’aspetto normale del silenzio”.

La musica sullo sfondo – Iggy Pop, David Bowie e Ian Curtis – e l’amore che divide. L’amore che, come nel suo precedente Amore mio infinito (Crocetti), è un insieme di amori e pur sempre qualcosa di sfuggente.
“L’amore che divide è la nascita dell’amore che arriva quando capisci che l’amore non è mai quello, non lo puoi indicare con un dito”.
Tra le carte degli anni che vengono scartate in questo libro e ricordate da tutti c’è anche l’11 settembre in cui si trova la frase che tutti (tutti quelli di una certa età s’intende) hanno sentito dire da qualcun altro (in questo caso: “trovai un messaggio. Di mio fratello: “Accendi la televisione” Detta così, non su un canale specifico. “Accendi la televisione. Pulsar. Su qualunque canale. L’unificazione dell’universo. Degli universi. Delle opinioni. Delle narrazioni. Degli io. Dei noi. Mondo. Accesi e vidi angoscia e la sentii suntuosa crescere in ogni dove”). Pulsar non poteva non ricordare anche il 2020 con la sua retorica mortale:
“un’emergenza sanitaria in tutto il mondo cantammo in coro tutti in casa
ANDRÀ TUTTO BENE!
era il tormentone appeso ai muri, con disegnini di arcobaleno, sole e bambini felici di scampare un giorno l’epidemia e sopravvivere in un’infinita paranoia”.
Pulsar è un romanzo e non è un romanzo, è un flusso di coscienza, a tratti filosofico, di un adulto con un’immedicabile nostalgia dell’infanzia, un libro sulla memoria, quella individuale che si rifrange in quella collettiva, dove il passato esiste quando ricordato, mentre si mescola con il presente e con l’avvenire e tutta una serie di oggetti che ci dimentichiamo lì, nei dintorni e lungo i bordi sfrangiati dell’infanzia. Perché non ricordiamo quando veniamo al mondo, qualcun altro ci racconta una storia, che forse assomiglia alla nostra.
Una storia fatta di cose, dall’ovomaltina alla televisione, “a brandelli tra anni, cugini, dischi a quarantacinque giri, alluvioni, lucertole, madri, sceneggiati televisivi, fino alla prossima era glaciale”.
La letteratura, dicevamo, è questo posto dove ci piove dentro.
Linda Terziroli