“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Pierre Reverdy ‒ appartato e prolifico poeta ‒ ha lasciato un’impronta profonda nella poesia contemporanea. Di lui so nulla, ma l’istinto che tutto vela e disvela, e tutto offre alla discoperta dell’ignoto, non poteva risparmiarmi di approfondire, traducendo, i suoi versi. Nella fattispecie, la poesia Solitude (la trovate a pagina 87 della raccolta Main d’oeuvre. 1913-1949, Gallimard, 2018).
Sotto la testa le modanature in legno ancora poco dettagliate Nella mano l’acqua trasparente dei fiumi E in tutte le direzioni i raggi del sole sollevano le palpebre i bordi dell’orizzonte dove tremano i cipressi Una linea di uomini simili conduceva al monastero dalle porte mal chiuse Più lontano che tra le due rocce e la montagna che fa rotolare i cespugli fino al fondo del burrone Tutti i rami fanno gesti con un movimento incerto Tutti gli uccelli corrono e parlano insieme Non si vede nella notte che una sola apertura E non è quella che brilla davanti a me Ma poiché abbiamo spento invano tutte queste porte Possa il cielo rimanere pallido come le guance dei morti e le mani della croce Il fuoco della casa si alza sopra gli alberi E la fiamma si mescola al suono di altre voci
È una solitudine popolata, in realtà, quella di Reverdy. Non è certo quella del poeta che ora vi scrive e tenta un azzardato commento, arrischiando nell’equilibrio della scrittura il proprio disequilibrio. Io, restando fermo e fedele alla vocazione, o nella stanza-studio o da qualche altra parte a Torino, insceno il sabba con i morti immortali, eludendo il silenzio con il ritmo di una canzone. Reverdy, tutt’altro, animato dalla meraviglia della natura, racconta l’immaginifico silenzio di acque trasparenti, di schegge di sole, di margini all’orizzonte con cipressi tremuli.
Il poeta francese, intravedendo sai e monasteri, burroni di montagna e rami che insicuri sembrano parlarci, oltre che una comunità di uccelli, ci avvisa che, attraversando la notte, una sola apertura potrebbe indicarci la luce della via. Ma, nonostante tutti questi simboli siano apparsi invano: “Possa il cielo rimanere pallido come le guance dei morti/ e le mani della croceˮ, un’altra luce, un’altra apertura permane nel buio della notte, ed è quella di un focolare, la cui “fiamma si mescola al suono di altre vociˮ.
Nient’altro dunque potrà essere più auspicabile del fatto di trovarsi in una casa e in buona compagnia: di una donna, come di amici, si presume. Ed anche la mia casa, ora sola e pigra, presto vorrà ospitare qualche amico poeta, se solo si azzardassero a tentare di ravvivare la fiamma dell’incontro, permettendo al fuoco di alzarsi incredibilmente sopra la folta testa degli alberi.