“Ti diranno che tua madre è pazza, un’egoista”. Fuani Marino, sopravvissuta a se stessa
Cinema
Fabrizia Sabbatini
Sean è morto, sia lode a Sean. Aveva novant’anni, compiuti lo scorso 25 agosto; nato a Edimburgo, scozzese, ruvido, abitava da tempo alle Bahamas: l’Oscar lo colse nel 1988, come “non protagonista”, in un film di plastica, epica bellezza, Gli intoccabili, di Brian De Palma. Figlio di un operaio e di una cameriera, a sedici anni si arruola nella Royal Navy. Congedato nel ’50 – non supera le visite – comincia a fare di tutto: è bello, piacione – ma non compiacente – e la tivù gli offre una via, che diventerà aurea. Ciascuno ha i film del cuore: Sean Connery, autentico titano del cinema, non si è fatto annientare da James Bond. È stato 007 e il papà di Indiana Jones, Riccardo Cuor di Leone e Guglielmo da Baskerville; è stato uno degli immortali – in Highlander, 1986 –, ha interpretato Roald Amundsen (nel sottovalutato La tenda rossa, 1969) ed è stato il sensuale e spietato Vronskij in una versione televisiva di Anna Karenina (1961). Tra i film formidabili, ricordiamo La donna di paglia (1964), L’uomo che volle farsi re (1975; diretto dal geniale John Huston), I banditi del tempo (1981; firma Terry Gilliam). Per Alfred Hitchcock fu il giovane industriale, Mark Rutland, che scopre l’enigma di Marnie, frigida, cleptomane, bellissima. Indipendentista – parteggiava per lo Scottish National Party –, frugale, tutto viso, Sean Connery sorvolava sulla tragedia con uno sguardo, un ammiccamento, una battuta. Veniva dai bassifondi, non poteva concedersi aeree speculazioni sugli abissi che tormentano l’uomo. Era solido, di lignea bravura. Lo guardavi, e ti sentivi sicuro: avresti potuto aggrapparti alla sua schiena. Ti avrebbe sorretto. Era un re.

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La carriera di Sean Connery ha una svolta clamorosa tra il 1964 e il 1965, quando recita in “Marnie” e in “Agente 007. Missione Goldfinger”. Per “L’Europeo” Oriana Fallaci riesce a fermare e a intervistare il grande attore: il pezzo, “007, ovvero il ritorno del divo”, esce nel numero 9 della rivista, nel 1965. Il servizio lo leggete integralmente qui; sotto ne annunciamo l’esordio.
Se la follia collettiva è misura di popolarità, e con la follia il numero delle persone contuse calpestate ferite, donne piangenti, bambini perduti, costole rotte, sedie rovesciate, quel che accadde a Parigi per la conferenza stampa e la prima di Goldfinger dimostrò senza ombra di dubbio che Sean (pronuncia Sciòn) Connery è oggi il divo più popolare del mondo. Sballottato soffocato compresso Sean Connery rischiò quella sera una fine prematura, selvaggia: la prova di quanto può essere stupido il mondo quando si innamora di un mito, in tal caso il discutibile eroe che ha nome James Bond agente 007, o di chi lo impersona, cioè lui. Ma chi è lui? Chi è questo Sean Connery per cui perfino mia nonna perde la testa? Tanto per cominciare, un tipo che dice di no alla regina. Presentavano un gruppo di attori, giorni or sono, a Sua Maestà Elisabetta: lui fu naturalmente invitato e rispose «Neanche per sogno, non ho tempo da perdere io, e poi non mi va». Amici e familiari produttori dovettero supplicarlo perché cambiasse idea e brontolasse «Ci vado, uffa, accidenti!». lntervistarlo è praticamente impossibile. Agenti di pubblicità sbiancano in volto o imprecano se gli chiedi di organizzarti un incontro, poi narrandoti quale martirio sia lavorare con una simile fiera ti forniscono brevi foglietti dai quali risulta che la fiera nacque a Edimburgo 34 anni fa, è sposato con Diane Cilento, l’attrice che ammirammo in Tom Jones, recita di preferenza in teatro, i suoi cavalli di battaglia sono Macbeth di Shakespeare e Judith di Giraudoux. Ottimo tuttavia, anche in Ibsen e Pirandello. «Ma no!». «Ma sì. Lo ignorava? Per questo l’ingrato si arrabbia a parlar di James Bond». «Si arrabbia?». «Si infuria. Caso mai lo vedesse, non tenti». «E se tento?». «La picchia». «Mi picchia? O che è?». «È la più grossa insopportabile inavvicinabile testa di legno che uno possa conoscere, un maleducato, un bizzoso, e oltretutto un avaro che in due anni non mi ha mai offerto un bicchiere di birra». […]
Il mio incontro con l’idolo avvenne a Parigi dove stava girando il prologo del prossimo film, Thunderball. Terence Young e l’art director Ken Adams me lo portarono a cena, per rompere il ghiaccio, e questo era lui: questo gigante dal volto pieno, tuttavia segnato da rughe profonde come cicatrici, e gli occhi grandi inermi indifesi. Colpiva anzitutto per quello. Poi per la mole davvero imponente, drammatizzata da spalle eccessive: spalle di un uomo che mangia molto beve molto e fa molto l’amore. Infine, ma questo si capiva più tardi, colpiva per la sua timidezza, una timidezza da adulto che è scontento di sé e probabilmente è assai solo, assai incerto. Nessuno, davvero, potrebbe assomigliare a James Bond meno di Sean Connery.

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Nel novembre del 1965 anche “Playboy” esce con una intervista ‘monstre’ a Sean Connery, titolata “A candid conversation with James Bond’s acerbic alter ego”. Eccone alcuni passi.
Ha acquisito i tratti di James Bond interpretandolo?
Mi piace pensare di averli da prima. Certo, ora gioco a golf. Non l’ho mai fatto. Ho iniziato dopo Licenza di uccidere. Non tanto perché Fleming e Bond giocavano a golf: è che non posso più giocare a calcio, e il golf è un gioco che puoi fare fino a novant’anni.
Condivide altri gusti sportivi propri di Bond?
Beh… gioco a poker. Ho giocato ferocemente durante il set nel Pacifico. Come James Bond, poi, mi piace nuotare. Ma io sto in superficie. Tutta questa roba sott’acqua, con le bombole sulla schiena, non mi entusiasma. Ho paura degli squali e dei barracuda, lo ammetto.
Quanto alle pistole e alle macchine sportive?
Ho guidato auto da competizione e ho sparato, ero arruolato in marina. Ma non so nulla di spionaggio, di mirini da cecchino e robe simili. I caratteri che condivido con Bond sono piuttosto immediati: i vestiti, la destrezza fisica, l’umorismo, la freddezza in situazioni pericolose…
…e l’arte di amare le donne.
Ho una certa esperienza anche in quel campo, suppongo. Ma non sono mai stato un donnaiolo come Bond. Naturalmente, non mi dispiace apprezzare una bella donna, anche se non si va oltre. Mi piace ancora la compagnia delle donne, già… ma anche quella degli uomini. Diversi tipi di divertimento, è ovvio.
Pensa sia corretto dire a una donna “ti amo” per portarla a letto?
Penso che si possa dire qualsiasi cosa, anche se non corrisponde al vero. Prima delle parole c’è sempre un contatto fisico. Si possono dire cose prima… e dopo. Ma prima di tutto viene l’azione, la verità del corpo, poi le parole.
Le donne la trovano più attraente da quando interpreta James Bond, non è così?
Credo di sì. Semplicemente, confondono l’uomo con l’immaginazione. Ricevo lettere molto strane da parte di donne, mi dicono di tutto. Le consegno alla mia segretaria per un ringraziamento formale. Se iniziassi a comportarmi davvero con una donna come fa Bond… chiamerebbero la polizia.
Questo solleva un punto importante. Per molti critici, le avventure di Bond sono interessanti ma inverosimili: crede sia così?
Credo che la preoccupazione principale per un attore o per uno scrittore non sia la credibilità ma la rimozione del tempo. Solo quando sei totalmente assorbito da un film ti diverti, perché esci da te stesso, e perdi la cognizione del tempo. Quando un artista ha il genio di saper sospendere il tempo, allora riesce nel suo compito. Non importa davvero se ciò che interpreta sia ‘credibile’ o meno. Le credibilità viene dopo, semmai. In seguito, puoi discutere. Ma il lavoro dell’attore è rimuovere il tempo.
Insomma, la identificano con James Bond: le pesa?
Ora le spiego. In interviste come questa il compito è far capire che uno che ora è Bond funzionava bene anche prima di interpretare Bond e che farà altre cose, abbastanza buone, dopo Bond. Ci sono molte cose che ho fatto prima di Bond… ho recitato i classici a teatro, ad esempio. Ma questo non piace al pubblico, presumo. Quindi, può capire che questa immagine di Bond sia un po’ seccante… eppure ci convivo.

In due anni è diventato una delle star più pagate del mondo. Figlio di un operaio, si godrà questa ricchezza…
Certo. E voglio tutto ciò che posso. Non sono un falso modesto a riguardo. Non credo a chi si accontenta dell’apprezzamento artistico mentre muore di fame in soffitta. Questo non significa che sia disposto a recitare solo per questioni di soldi. Ho rinunciato a una parte in El Cid, pagato molto bene, perché ho uno spettacolo di Pirandello a Oxford… Non sono avaro, ma tengo da conto il denaro: ti dà il potere e la libertà di operare come desideri. So quanto sia difficile guadagnare e risparmiare. Vengo da un ambiente dove dovevi accontentarti di ciò che c’era. E c’era poco, molto poco. Cose del genere non le dimentichi.
Come spende?
Ho comprato una Jaguar di seconda mano, e la casa dove vivo, con circa un acro di terra. Non investo nella terra, non ho molto domestici… solo una segretaria e la tata per i figli. Le vecchie abitudini sono dure a morire. Ancora oggi, se mangio molto in un ristorante, sono consapevole che i soldi che spendo sono quelli che guadagnava mio padre in una settimana. Non riesco a superarlo, anche se firmo un foglio e non pago in contanti. Preferisco ancora i soldi veri agli assegni. E sono ancora il tipo di persona che non sopporta vedere la luce accesa in una stanza quando non c’è nessuno.
Poteva diventare calciatore professionista: cosa la ha fatta desistere?
Stavo lavorando in South Pacific quando ho ricevuto l’offerta di giocare come professionista. Ho sempre amato il calcio: ero propenso ad accettare. Poi ho valutato, mi sono chiesto: quanto può durare la carriera di un calciatore? A trent’anni sei già al tramonto. Quindi, ho preferito fare l’attore: volevo qualcosa che durasse più a lungo, che mi divertisse. Avevo pochissima esperienza sul palco, ma la mia si è rivelata una mossa intelligente.
Come ha raggiunto questa indipendenza?
Vengo da un ambiente duro. I genitori ti lasciavano libero. Quando avevo nove anni, mia madre mi ha beccato che fumavo. ‘Non lasciare che tuo padre lo scopra, altrimenti ti mena e ti spacca il sedere’. Ho cominciato a lavorare a 13 anni: pagavo la mia parte di affitto. In Scozia funziona così: ti fai il letto dove dormi. Non ho chiesto consigli, non li ho ricevuti. Dovevo fare da solo – o niente.
Avresti preferito un’altra vita?
Assolutamente no. Ho avuto grandi motivazioni. Quelle che mancano nella società odierna. Tutto funziona così bene, oggi, ed è così disponibile, che si è privati dell’iniziativa, si è conquistati e storditi da un falso senso di sicurezza. Oggi abbiamo tutto su un vassoio: lavoro e cibo a sufficienza. La medicina socializzata ha eliminato la preoccupazione per la malattia. L’unica competizione che resta, l’unico conflitto, oggi, è tra quei pochi che cercano di correggere un torto e la maggioranza che crede che alla fine quel torto si risolverà da solo.
Lei fa parte dei primi…
Mi piace pensarlo.
Ultima domanda. Per quanto tempo crede di restare negli occhi e nel cuore del pubblico?
Non ho idea di come mi sentirò o cosa sarà fra cinque anni. Vivo eternamente nel presente. Ho lavorato col cu*o a terra per 21 anni: ora mi sto librando, libero. Al mondo ci sono due tipi di persone: quelli che vivono sotto un guscio e aspettano la pensione, e quelli che si muovono, guardinghi, che tengono gli occhi aperti. Mi sono sempre mosso, ho sempre tenuto gli occhi aperti… pronto ad alzare il dito medio in faccia al mondo. Mi comporterò sempre così.