«La redenzione di Paolo, se non la sua santità, inizia nell’istante in cui egli perde il dominio del cavallo, e viene disarcionato: chi stava in alto è ora a terra, la superbia è stata umiliata e l’uomo è in balia dell’animale che potrebbe d’improvviso schiacciarlo (…); ma questa stessa umiliazione è l’inizio della redenzione». Così scrive Vittorio Sgarbi(per il quale non smettiamo mai di fare il tifo) in Il punto di vista del cavallo (La Nave di Teseo), a proposito della Conversione di San Paolo, di Caravaggio. È un dettaglio apparentemente marginale – il cavallo che occupa uno spazio così ampio della tela, mentre Paolo giace a terra – a diventare la chiave attraverso cui Sgarbi ci invita a osservare il dipinto. Nella scena della conversione, infatti, a catturare lo sguardo non è l’uomo, ma l’animale. Paolo, che fino a un istante prima dominava il cavallo, è finito a terra. La sua caduta fisica diventa il principio della sua trasformazione spirituale. Il rovesciamento dello sguardo ci aiuta a comprendere un’opera, perché nell’arte, come nella vita, spesso è necessario abbandonare il punto di vista che ci sembra più naturale, e guardare da una prospettiva diversa. È quello che fa Sgarbi quando individua un elemento che rischia di sfuggire, e lo trasforma in una chiave di lettura.
«Davanti a un quadro di Caravaggio è come se fossimo aggrediti dalla realtà».
Accade che l’arte passi attraverso la parola e incontri la letteratura. Entrambe, con linguaggi differenti, tentano di dare forma all’esperienza umana. Un testo può nominare ciò che non è visibile, e un dipinto può renderlo visibile. Entrambi custodiscono significati che non si esauriscono mai. Un’opera ci parla di una passione, di un conflitto, di un desiderio, e può farlo con una frase, una linea, un colore, un gesto, due note musicali. E ogni dettaglio diventa qualcosa che non smette di significare.

C’è dunque un che di profondamente letterario nel gesto di raccontare un’opera pittorica, nel consegnare la visione agli altri, e stimolare la consapevolezza che un volto può contenere un’intera esistenza, che una stanza può dire un’assenza, che un gesto può custodire una storia. In questo spazio si colloca la figura di Vittorio Sgarbi, che nel corso della sua attività di storico e critico dell’arte ha fatto della parola uno strumento per raccontare la pittura, avvicinandola a un pubblico ampio, senza rinunciare alla complessità insita nelle opere. Ha saputo mostrare come un percorso di linee e colori possa diventare, di volta in volta, racconto, poesia, storia. Ha saputo trasmettere l’idea che ogni dipinto custodisce una pagina di letteratura, una vicenda umana, qualcosa che ci riguarda anche quando appartiene a un tempo lontano dal nostro.
Il confronto con Roberto Longhi diventa inevitabile… Longhi, per esempio, ha avuto un ruolo decisivo nella rivalutazione critica di Caravaggio nel Novecento e ci ha insegnato a leggere la pittura attraverso gli strumenti della storia dell’arte, dell’analisi formale e di una scrittura capace di restituire la complessità delle immagini.Sgarbi appartiene a una stagione diversa e si muove in una dimensione diversa, quella della divulgazione e del discorso faccia a faccia, ma tra i due esiste una convinzione profonda, ossia che un’opera d’arte non è soltanto un’immagine da contemplare, ma un universo da interrogare e interpretare e che, in qualche misura, dice sempre qualcosa di noi. Longhi costruisce con la sua scrittura una forma di visione; Sgarbi porta quella visione nel racconto, nel confronto diretto con il pubblico. Sono due modi differenti di mettere il pubblico in rapporto con l’opera. In entrambi, tuttavia, la parola non è una semplice didascalia alla tela, ma è uno strumento che può interagire con il nostro modo di vedere.
«Fu un bagliore e tornò alla vita […]. Ora stava bene e silenziosamente osservava quello che temeva di avere perduto per sempre».
Ogni volta che Sgarbi affronta un pittore, lo riconsegna al tempo. Ma non soltanto al tempo in cui quell’artista è vissuto, anche al nostro, fatto di inquietudini dai mille volti.

«Gli artisti appartengono al tempo che li capisce, che li interpreta, che li sente contemporanei. Tra questi nessuno è più vicino a noi, alle nostre paure, ai nostri stupori, di quanto non sia Caravaggio. La sua è la pittura della realtà, porta una visione diversa e una diversa realtà nel mondo del Manierismo». In Il punto di vista del cavallo, Sgarbi stabilisce una serie di analogie fra Caravaggio e Pier Paolo Pasolini:
«Se c’è un autore nel Novecento che ha una somiglianza psicologica con Caravaggio, è proprio Pasolini, che cerca la vita vera, e in questo era caravaggesco, e in questo Caravaggio era pasoliniano».
È una somiglianza che riguarda, prima ancora che lo stile, il modo di osservare la realtà, e di stare dentro la vita. Sgarbi scrive che «a Caravaggio non interessa rispettare il decoro del contenuto, ma di riprodurre le cose per quello che sono», e forse anche Sgarbi è un po’ caravaggesco. Al di là delle differenze profonde fra un pittore e un critico, è un pensiero che può aiutarci a comprendere anche il modo in cui Vittorio Sgarbi guarda l’arte (e la vita): la necessità di sottrarre la realtà al decoro, che la rende accettabile, e di restituirla alla sua evidenza, alla sua complessità, alle sue contraddizioni.
«Ciò che vediamo in quei pochi centimetri quadrati di tela ha un’altra dimensione, ha una forma propria, una concentrazione di pensiero che passa attraverso tutta l’esistenza di chi l’esprime».
Ascoltare Sgarbi o leggerlo ci spinge a riflettere sul fatto che ogni dipinto ha una storia, quella del suo autore, del suo tempo, delle figure che lo abitano, delle circostanze in cui è stato creato. E poi c’è la nostra storia, quella che comincia nel momento in cui ci fermiamo a guardare quel piccolo universo incorniciato. Forse questo è il senso più profondo del raccontare l’arte, restituire alla pittura la possibilità di essere letta. Sgarbi sa fare questo, dà la parola all’arte senza sottrarle la sua voce. La sua parola ha moltiplicato il significato di un’opera e ha restituito ai nostri occhi l’immagine. Ha accorciato la distanza fra il nostro sguardo e il dipinto, senza impoverirlo, ma rendendone più evidente la ricchezza e mantenendo viva la meraviglia.
Di critici d’arte è pieno il mondo, come di tante altre cose, ma alcuni sono capaci di trasformare la conoscenza e la competenza in un’esperienza condivisa. È allora che la divulgazione smette di essere soltanto un insieme di informazioni e diventa narrazione, scoperta, possibilità di vedere.
E quando la parola incontra l’immagine ci fa un regalo, perché ci immerge in un dipinto fino al punto in cui non abbiamo più bisogno delle parole e torniamo a guardarlo. E lo vediamo, magari, come non lo avevamo mai visto prima, ed è una cosa, questa, che può accadere anche con l’esistenza: avere una visione altra davanti a ciò che ci accade.
Cettina Caliò