“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
A Tommaso Labranca interessavano le lampade. Potevano essere “di design”. Costose o economiche. Scelte per qualche vezzo o comprate in un negozio di incensi. Non importa. Gli premeva indagare ciò che la lampada contiene. Il momento in cui un oggetto smette di essere un oggetto e diventa una dichiarazione di stile, appartenenza e identità.
A dieci anni dalla morte, Dal pop al popolo. Opere scelte – summa definitiva degli scritti principali dell’autore milanese, curata da Claudio Giunta (Mondadori, 2026) –, permette di rileggere Labranca al di là dell’etichetta che lo ha accompagnato per anni: quella di «critico del trash». Etichetta non falsa, ma insufficiente. Il trash era il suo laboratorio, non il suo oggetto ultimo. Giunta lo definisce «il migliore critico delle arti di massa dell’ultimo mezzo secolo in Italia», aggiungendo al contempo che non si sapeva perché lo leggessero in pochi. L’uomo che aveva studiato la società della visibilità, ecco il paradosso, non era diventato abbastanza visibile. Ma, come si suol dire in questi casi, facciamo un passo indietro.
Tommaso Labranca nasce a Milano nel 1962. Il padre è benzinaio e gommista, la madre portinaia. Frequenta Lettere Moderne alla Statale, ma abbandona presto l’università, giudicandola ormai «ferma al ’68». Lavora come traduttore, alla De Agostini, impara a impaginare, produce fanzine, musica, immagini. Nel 1993 pubblica a proprie spese Giovani Salmoni del Trash. L’anno seguente arriva Andy Warhol era un coatto, qualcosa di molto simile ad un manifesto. Labranca non è un intellettuale che arriva alla cultura pop dopo avere studiato quella colta. È uno scrittore che mette l’alto e il basso sullo stesso piano critico. Televisione, pubblicità, canzoni, arredamento, moda, libri, personaggi dello spettacolo: tutto può essere osservato, sezionato, smontato. La sua biografia segue la stessa logica. Traduttore, narratore, saggista, autore televisivo, conduttore radiofonico, editore, produttore musicale: una carriera apparentemente dispersiva che diventa coerente proprio se si considera la sua insofferenza per le categorie. Labranca non appartiene a un campo specifico perché diffida dei campi. E soprattutto diffida dell’idea che la cultura debba trovarsi soltanto nei luoghi a essa ufficialmente consacrati.
C’è una frase di Estasi del pecoreccio (1995) che sembra quasi una dichiarazione di poetica:
«Forse, se avessi avuto una vista sulle colline toscane o su una cupola borrominiana sarei diventato un esteta o uno storico dell’arte. Be’, meglio così».
È una battuta, certo, ma contiene una teoria. Il paesaggio forma lo sguardo. La cupola produce l’esteta; il capannone industriale, per certi versi, produce Labranca. Il trash è il punto di partenza. Oggi la parola è stata talmente dilatata da poter significare quasi tutto ciò che è involontariamente ridicolo. Un programma televisivo, un vestito, una frase, un personaggio. Il concetto, però, è più preciso. Il trash non è semplicemente il brutto. È l’imitazione fallita di un modello superiore. Little Tony che imita Elvis. Emilio Fede, buon’anima, che costruisce un telegiornale secondo un modello internazionale. L’oggetto italiano che importa un’immagine americana e la ricompone secondo possibilità diverse. Il punto non è quindi la bruttezza. È la distanza tra ciò che si vuole essere e ciò che si riesce a essere. Labranca non ride soltanto di chi ha cattivo gusto, cerca di capire perché quella persona abbia bisogno proprio di quel gusto. Il trash diventa così una forma di autobiografia involontaria: racconta aspirazioni, frustrazioni, desideri di promozione, fantasie di appartenenza. Il coatto non compra soltanto un oggetto. Compra la possibilità di essere qualcun altro.
Con Neoproletariato (2002), non a caso, Labranca allarga il campo dal prodotto al consumatore. Il neoproletario vive in una società nella quale la distinzione sociale è diventata soprattutto estetica, visiva. Non deve essere ricco: deve possedere i segni della ricchezza. Non deve essere colto: deve possedere i segni della cultura. È il passaggio dall’avere all’apparire. Da qui nasce anche il concetto di “pluscool”, ciò che eccede il necessario e che proprio per questo diventa indispensabile sul piano simbolico. Il prodotto non vende più soltanto sé stesso. Vende la vita che dovrebbe accompagnarlo. Il capitalismo contemporaneo ha imparato da tempo che le “cose” non bastano: occorre vendere l’identità. Labranca osserva il meccanismo quando è ancora possibile vederne le cuciture. In 78.08 (2008), insieme alle vicende del protagonista Antonio Maniero – l’ultimo dei discotecari –, compare un’altra parola decisiva: “pseudorealtà”. La realtà, nel mondo contemporaneo, non viene necessariamente falsificata. Viene montata. Selezionata. Arredata. Fotografata. Raccontata. Da allora il processo è diventato quasi universale. Non viviamo soltanto le nostre esperienze. Le prepariamo per il nostro pubblico. Qui Labranca arriva molto vicino al nostro presente. Non perché avesse previsto Instagram, TikTok o gli influencer – sarebbe una semplificazione retrospettiva – ma perché aveva individuato il meccanismo culturale che li rende possibili: la trasformazione della vita in immagine della vita.
Labranca, va’ detto, non è il difensore del basso contro l’alto. La sua polemica contro il trash non è una difesa aristocratica del buon gusto. Al contrario: la sua cultura è abbastanza ampia da consentirgli di essere feroce anche con il mondo colto. In Chaltron Hescon (1998) prende di mira quella che chiama «Contaminazione Preterintenzionale»: l’intellettuale che mescola cultura alta e cultura pop non lo fa per amore del confronto, ma perché deve dimostrare di essere contemporaneo. Anche qui il problema è la posa. Labranca può ridere di chi chiama «loft» un appartamento di periferia, ma può ridere con la stessa spietatezza del colto che usa la cultura come arredamento mentale. Il trash è democratico. Ciò che conta è sempre la distanza fra l’immagine che si vuole dare e la realtà che la sostiene.
Labranca non è neppure un nostalgico. Non rimpiange pasolinianamente un’Italia incontaminata dalla televisione e dai consumi. Sa che quella società aveva le sue miserie e che la modernizzazione ha prodotto anche possibilità nuove. In Neoproletariato scrive:
«Bambini, non credete a scrittori e priori che rimpiangono il pane e le acciughe».
È una frase che lo salva dalla tentazione di diventare un moralista. Il problema non è il consumo in sé, ma cosa promette. Moltiplicando le merci, la società dei consumi ha moltiplicato le versioni possibili di noi stessi. Ed è forse per questo che oggi è così difficile capire dove finisca il gusto e cominci la posa. La biografia di Labranca, a questo punto, diventa quasi un contrappunto alle sue teorie. L’uomo che studiava la rappresentazione non sembrava particolarmente interessato a rappresentare sé stesso. Non aveva costruito una figura pubblica rassicurante. Non aveva trasformato la propria cultura in un certificato di rispettabilità. Procedeva per deviazioni, invenzioni, progetti laterali. Blog, riviste, musica, piccoli editori. Nel 2013 fonda 20090, una casa editrice nella propria abitazione. È una perfetta soluzione labranchiana al problema dell’industria culturale: se l’editore non arriva, ci si costruisce un editore. Nella notte tra il 28 e 29 agosto 2016, infine, muore improvvisamente d’infarto, a cinquantaquattro anni. La consacrazione (con qualche riserva) arriverà un attimo dopo, come spesso accade agli autori che hanno avuto la sfortuna di essere troppo contemporanei al proprio tempo.
Dal pop al popolo è anche questo: una tardiva restituzione. È la dimostrazione che Labranca non appartiene soltanto all’ultimo decennio del secolo scorso. La tentazione, oggi, sarebbe quella di chiamarlo profeta. Eppure, Labranca non prevedeva il futuro. Guardava il presente con una precisione sufficiente a capire che il presente era già una macchina di anticipazioni. Non gli interessava tanto ciò che le persone possedevano quanto ciò che volevano far credere di possedere. La società dello spettacolo non è fatta soltanto di spettacoli. È fatta di persone che imparano a vivere come se fossero dentro uno spettacolo. La televisione è stata il primo laboratorio. Internet ha moltiplicato i laboratori. I social hanno trasformato ciascuno di noi in produttore, montatore e pubblico della propria pseudorealtà. Labranca avrebbe probabilmente riconosciuto il meccanismo. Forse avrebbe trovato qualcosa di trash anche nella nostra ossessione di apparire autentici.
Leggere Labranca oggi significa fare qualcosa di più che riscoprire un autore brillante. Significa mettere in discussione le ragioni del nostro gusto. Finché osservavamo il neoproletario, eravamo convinti di non esserlo. Finché giudicavamo la lampada brutta della casa altrui, pensavamo di avere una lampada migliore. Poi ci siamo accorti che anche la nostra lampada dice qualcosa, e magari non quello che speravamo. Questa è la vera ironia di Labranca. Non averci insegnato semplicemente a distinguere il bello dal brutto, l’alto dal basso, il colto dal popolare. Ma che il brutto può essere un bello desiderato male. E che dietro quasi ogni cattivo gusto può esserci una buona intenzione deformata: il desiderio di essere migliori, più ricchi, più colti, più moderni, più felici. In una parola: il desiderio di essere qualcun altro.