In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». (Mt 21,28-32)
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Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
(Fil 2, 5-7)
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NON NE HO VOGLIA
“L’incorrispondenza tra il dire e il fare, comune a entrambi i figli, viene risolta – come sempre in Matteo – dalla parte del ‘fare’ (poiéo): il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo”.
(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
Essere figli, entrare nella vigna significa avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo? Significa spogliarsi di ogni privilegio, svuotare se stessi? Comprendo allora che i figli siano in disaccordo con il padre. La vigna fa paura. La dolcezza dell’acino richiama la dolorosa e definitiva spremitura. Come Cristo: lui sì, il Figlio perfetto.
Non voglio! grida il primo figlio. E chi può volere questo? Si aprono domande terribili. Perché la vita prevede il passaggio del torchio? Perché il martirio continua a essere un luogo privilegiato, se non unico, per la testimonianza dell’Amore?
Davvero l’unico modo per dare senso alla vita che ci tocca in sorte è quello di svuotarci di noi stessi? L’orizzonte è quello di dare la vita per i carnefici? Gli stessi che rischiano di essere misericordiosamente accolti, al pari dei santi, nella misericordia infinita del Padre?
«Non voglio!», grida il figlio. E miracoloso, davvero miracoloso, è che quest’uomo, alla fine, si penta e cambi decisione. Quale attrazione più forte della morte può averlo condotto alla conversione?
So bene che quella narrata da Gesù in questa pagina è una parabola scagliata contro l’ipocrisia del mondo religioso, tarlo sempre presente e infido, così subdolo che, sappiamo, è difficile arrivare a un’autodiagnosi; eppure, rimane molto interessante che Cristo scelga questa narrazione nuda, quasi didascalica, che nulla dice sul processo di conversione del primo figlio. Poco sulle concrete motivazioni del rifiuto e meno ancora su quelle del ripensamento. Forse perché non c’è nulla da dire. Tutto si svolge nel mistero, nel segreto di una filiale e irriducibile appartenenza. Forse questo è il sentiero da percorrere.
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SÌ, SIGNORE
“Non era riuscito a salvare i cristiani, e nemmeno era riuscito, come Garrpre, ad affondare sotto le onde per inseguirli. La sua compassione per loro era stata travolgente, ma la compassione non era l’azione. Non era amore. La compassione, come la passione, era solo una sorta di istinto. L’aveva imparato molto tempo prima, seduto sui duri banchi del seminario, ma a quell’epoca era stato soltanto un’esperienza appresa dai libri”.
(Shusaku Endo, Silenzio, Corbaccio, 2017)
È una risposta militare, quella del secondo figlio: obbedisce agli ordini. Perché poi non dia seguito concreto all’intenzione, e se dietro quel sì ci sia solo la peggiore delle ipocrisie, nemmeno qui è detto. A Cristo non interessa specificarlo: è una denuncia precisa contro le nostre illusioni di essere nel giusto solo perché abbiamo compreso, perché scriviamo, perché predichiamo?
O perché abbiamo prostituito le parole. Quelle evangeliche almeno: verbi declinati in carne, parole che dovrebbero già essere esercizio di fecondità. Testimoni il più fedele possibile del Dio dell’incarnazione. Il secondo figlio sembra non percepire per nulla la potenza delle parole. La loro concretezza, la loro efficacia.
Ma penso anche, variazione sulla variazione, a quanti “sì” abbiamo pronunciato con tutta la consapevolezza che avevamo nel momento del giuramento e che poi la vita ha svuotato. Abbiamo detto dei sì alla vigna non sapendo bene a cosa avessimo acconsentito. Eravamo consapevoli, certo, ma quella consapevolezza era poca, pochissima; poi la vita, le esperienze, gli errori e una rinnovata e disincantata lettura della nostra miseria ci hanno portato a rinnegare quel sì. A quale vigna abbiamo davvero detto sì? A quali condizioni? Possiamo essere all’altezza noi, così fragili, di promesse che si misurano sull’eternità?
Mi viene in mente Kichijirō, ancora in Silenzio di Endō. Cade. Rinnega. Torna. Cade ancora. E ancora torna. Forse è proprio questo a mettermi in crisi.
Perché così tanto, perché così tutto?
E se il solo figlio, il solo figlio fedele fosse solo Cristo?
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“I peccatori precederanno i giusti e non li precederanno per la loro conversione e la loro successiva giustizia, ma perché i peccatori che credono (…) mostrano così di patire la loro indegnità e di affidarsi alla misericordia di Dio. E questo è essenziale nell’ottica della salvezza”.
(Sergio Quinzio, I Vangeli della domenica, Adelphi, 1998)
“La salvezza non è data da questa perfetta conformità della prassi alla parola: l’unica chance di salvezza è, al contrario, la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi: è il pentimento che deve sopraggiungere almeno ‘alla fine’, che deve diventare la sorgente ispiratrice della decisione finale”.
(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)
E se fossimo noi i pubblicani e le prostitute? Noi che abbiamo usato il Vangelo per interessi personali e, mi verrebbe da dire, legittimi? Noi che abbiamo compreso, nel tempo, che il nostro essere apparentemente docili alla chiamata non era perfetta obbedienza di figli: avevamo solo paura. E il Vangelo, il nostro modo di viverlo, ci ha rassicurato. Un Vangelo senza vigna, senza martirio, senza perdita di noi stessi; anzi, al contrario, un modo per realizzare il nostro ego. La nostra identità. Assumere ruoli per trovare uno spazio nel mondo. Pubblicani al servizio di un occupante straniero: il nostro Io.
Abbiamo cercato rifugio nei poveri, nei tradizionalisti, nelle Ande, nell’incenso di una sacrestia, nei campi di un oratorio: poco importa, è uguale. Abbiamo cercato un posto.
Poi arriva il momento in cui l’appello si fa radicale. E quella che chiamavamo vigna non lo era più, e forse non lo era mai stata.
Era stato rifugio.
Da lì continua ad arrivare l’appello del Padre.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
In copertina: Tintoretto (1518-1594), Tre studi di Atlante