Io e Ilaria Palomba ci conoscevamo già. Intendo prima di vederci per la prima volta e poi tutto è andato come già visto. Qualcuno sostiene il caso, qualcun altro le vite precedenti. C’è poi chi si arrischia sul Nagual o sulla complementarità. Qui in realtà la faccenda risiede in un ballo: è importante che gli scrittori danzino ogni tanto. È quella “gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa” della quale cantava De André. Quella danza in cui abbiamo alzato la polvere di Trastevere e dentro alla polvere ricordi di fatti mai avvenuti ed emozioni delle sfere dell’immaginario. 

Poi un sorriso, un’intesa: lo stare di lato alle cose. L’aura della generosità. E le parole che trovate qui sotto.

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Ci siamo conosciuti parlando di microanime e macroanime, e concordiamo sul fatto che il mondo letterario non faccia espandere a sufficienza i cuori. Come mai, secondo te?

L’anima è un dono che non tutti possiedono o che taluni perdono per strada. Perdere l’anima non è difficile, accade a chi sostituisce l’amore (canale universale di luce libera) con le cose da possedere, che si sostanziano in attributi materiali, soldi, corpi, altre anime, posizioni sociali, appartenenze a gerarchie editoriali, scalate sociali, dunque, una posizione dalla quale si può ricattare chiunque non la possieda (la posizione). Avidi, il nostro mondo ne è pieno. Scalano velocissimamente per disporre dei corpi e delle anime degli altri. Io queste persone le riconosco poiché ne sento il malodore, sin da subito, alcuni/e sono così in fin troppo giovane età. Da costoro mi allontano poiché sento quell’odore, che preferisco non descrivere per non trascendere. Potranno raggirare un grande gruppo editoriale o un qualunque allocco, ma non me, con me questa gente non avrà mai vita facile; le loro maschere vanno in frantumi dinanzi alla mia follia. Ci annusiamo e disprezziamo reciprocamente a prima vista. Le macroanime, invece, le riconosco dal fatto di essere aggredite dalla maggioranza, ovvero dalla marmaglia, quando fanno del bene, o quando scrivono Poesia senza badare ai dettami del proprio tempo o all’estrema contingenza; le riconosco subito, e sto dalla loro parte. Come mai non raggiunge adeguati traguardi e riconoscimenti questa categoria di autori? Si ha l’impressione che spirito, anima e cuore siano parole volgari, poco all’avanguardia e démodé. Oggi contano solo i corpi e la neolingua, nel suo nauseante perbenismo, maschera perfettamente la violenza generalizzata e l’appiattimento culturale spacciato per canone.

Il “troppo sentire” di certi poeti, su cui pure ci siamo confrontati – invece – come lo valuti?

Il suicidio è la conseguenza di quel sentire. A un certo punto le strade si biforcano, o suicidio o santità, Simone Weil e Cristina Campo sono state un esempio di santità. Coloro che non si sono suicidati hanno ceduto alla follia poiché il poeta nella sua veggenza è costretto a portare una croce più grande della sua umana capacità di sopportazione; quando non è reduce da tragedie epocali quali, in egual misura, campi di sterminio, genocidi, guerre o famiglie terrifiche da cui non ci si libera neppure attraverso il lutto, è preso a bersaglio, deriso, calunniato, invidiato, incompreso, insultato, perseguitato come Cassandra, qui penso a Hölderlin che dovette rinchiudersi nella torre di Tubinga per proteggere la sua rivoluzionaria veggenza. Il poeta vede il tempo circolare non lineare perciò presente e predice. Amelia Rosselli, perseguitata dai suoi fantasmi (i fascisti, i servizi segreti) si gettò dal quinto piano della sua casa in via del Corallo l’11 febbraio del 1996. La ferita originaria fu l’assassinio del padre Carlo Rosselli e dello zio Nello per mano dei sicari fascisti nel 1937, a Bagnoles-de-l’Orne. Tale lutto segnò l’inizio di un nomadismo animico e linguistico, nel multilinguismo della non individuazione, che fece della sua parola poetica una frammentaria resa all’infinitudine. La poesia fu per lei il tentativo di imbrigliare il delirio in un’orchestratura metrica e musicale tale da hackerare l’angoscia persecutoria che la tormentava, quella di essere spiata dai servizi. Paul Celan si suicidò annegandosi nella Senna, a Parigi, nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 lanciandosi dal pont Mirabeau, tragico epilogo o strascico dell’esperienza dell’olocausto, linea di confine da cui non si torna. Nessun trauma termina con la fine dell’esperienza, l’inconscio porta l’eternità del trauma nella sottile placenta del mondo e non ne estingue la causa. Le cicatrici portano in sé la memoria della ferita, esistono ferite insanabili come la memoria di un abuso epocale che rende impossibile vivere mantenendo salda tale memoria. Celan scrisse nella lingua tedesca, la lingua dei suoi carnefici, per frammentare quella lingua e portarla al balbettio (poiché la poesia non è scudo del linguaggio ma suo superamento). In Jean Améry la tortura subita e l’esperienza nel campo di concentramento sono diventate ciò che distrugge per sempre la fiducia elementare nel mondo. Il suo suicidio nel 1978 è da lui presentito come la sola rivendicazione di sovranità rimasta all’individuo: una rivolta etica contro la coercizione dell’esistenza, l’unico modo per riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo al carnefice. Il suicidio di Alejandra Pizarnik è l’esito di una lotta feroce con la lingua. Il 25 settembre 1972, approfittando d’un permesso dal manicomio di Buenos Aires in cui era ricoverata, inghiottì cinquanta compresse di Seconal. Nel suo caso la parola nella tensione verso l’infinito si torce e separa definitivamente dal senso comune mettendosi al servizio dell’ombra. Sovente si domanda ai poeti, agli scrittori, agli artisti di scegliere tra l’opera e la salute mentale. Una scelta impossibile, una scelta che è stata già fatta e non dal poeta stesso. Non si sceglie, si è scelti. C’è una scrittura che cura e guarisce, ma non è letteratura; la letteratura espone, spersonalizza, usa l’autore come canale. Se vuoi fare letteratura il rischio è altissimo, l’energia che dai all’opera la sottrai a te stesso, ti allontani talvolta definitivamente dalla realtà (come accadde ad Alejandra). Ed è il rischio dell’apertura estrema del sentire. Puoi anche scegliere di non sentire, seguire i dettami del tuo tempo e scrivere un bestseller; magari venderai centomila copie e non rischierai la vita o la salute mentale, ma non resterà granché della tua opera. Oppure, se credi, devi affidarti a Dio, comunque tu voglia intenderlo.

E il Nagual? Cos’è?

Il Nagual è un concetto che ho fatto mio leggendo Mille piani di Deleuze e Guattari, vi è qui un capitolo intitolato “Del Tonal e del Nagual”; ho scoperto fosse un concetto mutuato da Castaneda che nel suo libro Gli insegnamenti di Don Juansui sogni lucidi parla di quello strato sottile cui si può accedere mediante il sogno lucido. Il curandero che diventa giaguaro, rapace o serpe non indossa una maschera, ma smantella l’illusione della forma umana. È una trasmutazione alchemica: il corpo ridistribuisce la propria materia per attraversare la notte, per farsi artiglio, visione, guarigione o scontro nel regno dell’invisibile. Il Tonal costruisce come un io cosciente e il Nagual disfa gli strati come un inconscio. Il Nagual è la materia oscura della percezione, l’irruzione dell’infinito nel finito mediante lo sregolamento rimbaudiano dei sensi, ciò che rimane quando la lingua perde la sua facoltà di nominare e si fa cavità riempita da alterità. Se il Tonal è nevrosi, il Nagual è psicosi. La nevrosi è umana, la psicosi divina; la nevrosi ha per oggetto la famiglia, i legami parentali, l’amore, la sessualità, e la psicosi ha per oggetto forze cosmiche, forme angeliche o demoniache, sublimi e atroci. Forse per questo alcuni dei più grandi geni della letteratura avevano varcato la soglia della psicosi: erano entrati in contatto con il Nagual.

In questo nostro dialogo vorrei proporre anche un ricordo di Gabriele Galloni, che ha scritto, fra l’altro, su queste pagine. Ci racconti del tuo rapporto con lui?

Gabriele era il mio migliore amico, un fratello, un poeta che ha vissuto al confine tra il regno dei vivi e quello dei morti. Lui era un esploratore dei confini. Una volta, dopo un evento di poesia, cominciammo a parlare del fatto che sia io che lui spesso ci dimenticassimo di andare dall’analista il giorno della seduta. Parlammo tutta la notte e non smettemmo più. Ci siamo visti spesso in quel periodo tra il 2016 e il 2020. Ci raccontavamo dei nostri amori e dei nostri timori, il nostro rapporto era perfetto perché a nessuno dei due era mai venuto in mente di forzarlo in altre direzioni. Eravamo sodali, lui diceva “partner in crime”. Guidava in modo spericolato. Quando andavo in macchina con lui temevo potessimo fare incidenti da un momento all’altro. È stato mio testimone di nozze. Lo percepivo come una creatura intergalattica, uno scintillante alieno bellissimo e geniale. In lui convivevano il genio e l’adolescente. Lo amavo fraternamente, era capace di essere una voce libera. Il suo endecasillabo era una revolverata contro la società letterariamente corretta. La sua morte è stata un colpo da cui non mi sono mai ripresa. Credo mi voglia bene anche dall’altro regno. I segni ci sono.

Guardando al tuo percorso emerge anche un dato numerico, hai pubblicato diversi libri. In che rapporto sei con la scrittura?

Quindici libri. Ho ancora inediti nel cassetto scritti tra il 2018 e il 2022, periodo più prolifico della mia vita. Credo di non avere più energia. Quindici libri in trentanove anni di vita è forse troppo. Appunto perché per me la scrittura è un canale, mi lascio abitare da forze che non sempre controllo, vivo la sfera dell’inconscio, dopo quindici libri ne sono uscita a pezzi. Adesso non scrivo più tutti i giorni. È come se avessi fatto una corsa infernale nel linguaggio e ne fossi venuta fuori muta.

Roman Beat Generation: mentirei se non dicessi che qualcuno mi ha chiesto cosa c’entri Ilaria col beat. Io ho le idee chiare: è la tua beatitudine che mi ha spinto a inserirti. Tu cosa rispondi?

Non so se mi sento beat. Mistica o janara, questo sì. Della Beat Generation posso dire di aver amato Urlo di Ginsberg, l’avrò letto dieci volte, ogni tanto ne recito degli stralci. Ciascuno di noi in quest’antologia ha un qualche legame con i beat, forse anche noi abbiamo visto le menti migliori della nostra generazione distrutte dalla pazzia. Bizzarra sincronicità. Amo Burroughs, per il suo radicale nichilismo. Molto meno Kerouac.

So che ti sei occupata anche del tema del disagio psichico, in che modo?

Nietzschianamente, quando guardi nell’abisso l’abisso guarda in te. Ho lavorato per un po’ di anni nei centri diurni di psichiatria e poi ho fatto un’inchiesta sul disagio psichico (dal 2018 al 2020) girando l’Italia per queste interviste, da cui avrei voluto trarre un libro, ma il libro non si è più fatto, e questo lavoro ora è presente per intero nella rubrica “Fuori dai bordi” del blog dissipatu.blogspot.com dove ci sono le trenta interviste fatte quasi sempre in presenza, qualche volta per telefono. L’intento era quello di sensibilizzare le persone rispetto alla condizione più stigmatizzata di tutte, quella per cui non si prova quasi mai empatia e, invece, molte delle persone che ho intervistato oggi sono compensate e conducono una vita sana grazie alle cure ricevute e alla propria forza interiore. 

Per concludere, vorrei che mi parlassi di cosa rappresenta per te la figura di Alejandra Pizarnik. So che hai un libro in uscita su di lei.

Esce il 25 settembre, giorno della sua scomparsa, lo presentiamo in Feltrinelli Argentina a Roma alle 18 e sono felice che sarai con me, Mariella Soldo e Sandro D’Amico. Sento un legame con lei da quando trovai per caso in un mercatino dell’usato La figlia dell’insonnia prima edizione Crocetti. Doveva essere il 2016 credo: quando ho letto La figlia dell’insonnia ho sentito un’affinità che non avevo mai provato con nessun poeta. E, dopo, leggendo i diari ho avuto l’impressione che la sua psiche e la mia fossero tanto simili, così bersagliate dagli stessi interrogativi e dalla medesima sofferenza per l’impossibilità di amare e di essere amate e l’impossibilità di poter essere comprese e di poter comunicare nella lingua comune. C’è un legame profondo e inspiegabile. Lei si è tolta la vita a trentasei anni, io ho compiuto trentasei anni in ospedale (ero in rianimazione), come se proprio in quel momento una porta si fosse aperta e un’altra chiusa. Nel medesimo istante.

Edoardo Piazza

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Da Tu volevi solo ardere, Lettera a Alejandra Pizarnik (Les Flâneurs, 2026):

Si dice che la morte sia quel canto verticale nella luce che spartisce il mondo, o che lo unisce al proibito, alla vastità illimitata. Si dice che l’invidia sia un guardarsi nel futuro. Provare il desiderio e la colpa, non poter accedere alla propria stessa immagine riflessa nell’altro. Si dice che se stessi non esista in quanto ego, che sia recisa la radice, come in alto così in basso, sperduti nell’universo, ritrovati negli infiniti eguali, porzioni di pianeti gemellari, curvatura spazio temporale, per cui c’è un altro stesso che non ha il tuo destino, è lo stesso ma è diverso, a lui spetterà il ruolo che ti viene negato. Si dice che guardando a lungo gli occhi di chi odi tu possa rivedere la sostanza prima del tuo irraggiungibile io, e che il cuore non debba smettere di palpitare, che dal sentire tutto si dirami geometricamente e senza interruzioni. Dove sei, anima? In quale di quei pianeti gemelli hai riposto le interiora?

*In copertina: Ilaria Palomba in un ritratto fotografico di Dino Ignani

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