“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Lo spettro non ha, in etimo, valenza sinistra: è mezzo fisico in cui si delinea la visione, ovvero esito del transito di un’immagine – che diviene scomposta, rifranta – attraverso un prisma. Tale sensazione di riverbero e frazionamento in sfondi molteplici si avverte, a proposito della dimora genitoriale e di tutte le sue emanazioni psichiche, nella più recente opera in versi di Maria Luisa Vezzali: Lo spettro di casa. Dal 2023 al 1977 e ritorno, puntoacapo Editrice 2025, postfazione di Vincenzo Bagnoli.
Da uno scenario sinestesico, che definisce campo, soggetto percettivo e linea temporale, prende origine un enunciato a respiro poematico, di crescente complessità formale nel progredire delle sezioni, impreziosito da ricca intertestualità e intermedialità (Bagnoli), e gravitante tra i due poli della corporeità individuale e di una sentita appartenenza alla collettività storica.
Il dettato procede dapprima per brevi inquadrature: adunate materiche o coscienziali, rese in metafora a unificare il gesto mnestico a ogni sua viscerale connotazione; il reiterato passaggio dalla vibrazione interiore di una presenza senziente alla descrizione di una realtà profilata e autocratica, che pare porsi in essere con postura prescrittiva, porta il lettore a sviluppare un’intensa partecipazione all’asserto: talora affranto, eppure mondato da ogni patetismo. Un portamento cronachistico, adeso a dignità intera, che delimita le stanze di una poiesis capace di commozioni, ma sollevata dal rischio d’installarsi nel perimetro cicatriziale di un’incarnata, sofferta individualità.
Anche qui, come in altri percorsi di Vezzali, vi è un’epica rifondata nella vicenda del quotidiano: “E tra le voci funebri e le voci/ di tentazione,/ il sangue si fa duro, più lento, la/ carne è di pietra. Il vento breve della/ notte non ha valenza di sapere/ o di dolore”: è L’altraeternità (1987) che solleva i giorni a paradigma potenziale, in quanto rappresentati nell’ancipite oscillare tra esperienza soggettiva e volontà di farsi aneddoto del registro dei vivi.
“Quando è tardi e si fanno le scale in silenzio/ e a tentoni si cerca la luce, […]/ – la tempesta incendiata,// la tempesta color pescecane –// che ama il contrasto della vela candida/ e fa come morsi di luce tra le nubi,/ in mezzo al lino come zanne scure” afferma la poeta in Eleusi marina (1992), giardino archeologico di istanze umane variegate, quasi itinerario rituale (Magazzeni) nelle comuni radici della specie: in anteriorità prestoriche dal passo mitico, laddove l’archetipo precede e, idealmente, termina e racchiude la partitura delle storiche cronologie: “Lo sguardo della rete è paziente, […]/ Conosce il buio// – e la via nel buio,/ e, nella via,/ sotto la sparsa radianza delle stelle,/ i mostruosi millenni della fede –”.
Tale sospensione nell’indefinito ed eterno, nell’innato, ricade tuttavia continuamente nell’orizzontale flusso degli accadimenti, scandito da una fattualità spesso traumatica sul piano personale e collettivo. Da tali assunti la poeta si muove risoluta, corroborata anche dalla sintonia con Adrienne Rich – da Vezzali tradotta, in eccellenza reciprocamente trasfusa e intenso dialogo teoretico –, autrice la cui linea vocazionale è verso la responsabilità politica e le maggiori urgenze del più assennato femminismo: sovvertire i dispositivi di prevaricazione degli esseri umani, considerando i singoli destini rilevanti: sapersi tutti corpi inermi nelle durezze della storia, fare inesausta militanza contro ogni inutile conflitto.
In Lineamadre (2007) l’orbita speculativa è soprattutto attorno a questo percepirsi creatura viva nel mondo, stazione assonica (e dendritica) individuata da biologia peculiare e a un tempo ordinaria, che nella persistenza indaga l’asse materno come nesso non solo parentale ma interamente significativo e sensibile, plasmante in una modalità amniotica che evolve negli anni a canone bidirezionale: “l’una all’altra, fiaccole a precipizio/ sul buio delle antiche senza insegne/ pulsar di caldo insanguinato/ l’una per l’altra”.
Da tale catabasi nell’elemento magmatico femminile, con Tutto questo (2018) Vezzali torna a un contegno ricognitivo nel globale e nelle sue più improrogabili criticità, ribadendo una matrice etica di ampia statura muliebre: volta a un impegno civile spoglio, connaturato, che s’addestra ad amore militante – anche nel magistero dell’insegnamento – verso ogni figura viva, scalfita o percossa dalla cronistoria: “la carne innocente si consuma/ all’olio della fiaccola/ quello che conquisti/ lo porti inchiodato sul fianco/ come una rosa nella cintura”.
È in questa sfera meditativa di lungo corso, nobilitata da una ricerca espressiva tra le più pregiate e riposte della poesia italiana contemporanea, che si colloca Lo spettro di casa, dove un linguaggio densamente figurato pone il profilo identitario in un tempo gualcito, nell’incessante rollio tra recessi d’intimità ed esterne convoluzioni della materia: “un tempo forse ero girasole accartocciato e sparso nella polvere un tempo/ ero esoscheletro forse corazza carapace o altro che proteggeva/ la molle ebbrezza della vite”. Attraverso un processo di raffinata allegorizzazione e sedimentazione linguistica si apre una maieutica nitidissima, che estrae significati per sensorialità e non per assertività lineare: un lessico desto e pregnante scuote senza posa la stabilità semantica, ponendo il lettore di fronte a un’esperienza intuitiva precipite, vibrante: “Madre incisa dove è la croce sul ventre/ un sudario tutto iscritto di mai”. Anche la struttura sintattica, che rifugge ogni categoricità affermativa, si mantiene in un baricentro aporetico, che tende l’attenzione tra il detto e il taciuto, spesso deviando ortogonalmente a brevi notazioni afferenti al soprasensibile: “il rosario esatto di tutto il nonvissuto che nella mente/ si sfoglia per ripulire e formare eppure non esattamente da qui”.
Maria Luisa Vezzali
Nei versi dello Spettro, l’uso dei verbi al passivo, l’esordio diretto in proposizioni subordinate o mutile, generano un senso di soggettività vacante o dislocata che, insieme alla pratica anaforica di locuzioni ad alto impatto emotivo: “Cantano uccelli in cerchi in cerchi/ il corpo stride e brucia in cerchi”, alle sequenze sincopate e agli enjambements, mimano un dialogo interiore brado, spezzato.
Immagini fortemente sensoriali – “risucchio mammifero dal foro”, “frammenti di falena”, “il recinto furioso del cuore”– evocano una relazione materica profonda tra corpo e universo, in cui tuttavia l’idillio placentare risulta interrotto da esiti separativi tra persona e contesto: “C’è una distanza indecifrata/ tra la stanza e le altre”, dove la “distanza” diventa lo spazio semiotico che indica al soggetto la propria irreperibilità nel mondo, additandone l’alienazione: “Inizia a sentire una voce nelle cose/ mentre il corpo dimentica lontano”. La propria fisicità rimane orfana, non trova recapito definitivo, ma fluttua tra diversi livelli di avvertibilità e stati dell’essere, distolti dal torpore in specie da ciò che duole: “di lato la parete scoscende/ come un diesis conficcato nel fianco”. Tra il tepore interminabilmente mobile della vita e la fredda inerzia della “cenere”, una vanitas fa costante ammonimento all’imperio di transitorietà.
Da un punto di vista metapoetico, il testo esplora i limiti del linguaggio sia esponendo sé stesso, anche negli ampi estuari finali, strutturati a flusso di coscienza: “degli incontri la meraviglia delle felicità assolute/ là tutto è scritto tutto è appeso a un brivido/ la luce è come una nuvola uno spettro di casa”, sia meditandosi come parola fidata, chiamata a render conto dell’esperienza umana, contro il malevolo lavorio dell’erosione dell’essere.
Infine, l’apparato simbolico, afferente al mito ma anche all’odierno più consueto, preme le figure generative miliari: la madre, che appare come “un oracolo su bracieri freddi e lucori”, ha un’aura indecifrabile e sostiene un arcano il cui disvelamento è rinviato a età successive, mentre la figura paterna, dolorosamente distillata in “flebile traccia” e “crepa di sabato”, da assenza immanente diverrà presenza trascendente, a misurarsi nella sua assiduità col tempo, agente ora in senso inverso: additivo, potenziante rispetto alle disgregazioni e riduzioni ch’esso impone ai vivi.
Nell’intenso dialogo umano, oltre che traduttivo, tra Vezzali e Rich, il convergere tematico ha riscontri ontologici oltre che stilistici, se è vero che in entrambe il corpo è, nel cronotopo, luogo di esperienza del dolore, ma anche nucleo di lotta e resistenza; e così le fenditure del dettato e il sovvertimento di qualsiasi automatismo verbale sono a tener vigile una grazia formale che sia portavoce di un robusto annuncio esistenziale.
Nella poeta dilatazione e contrazione delle ripartizioni cronologiche obbediscono al portato emotivo, laddove il tempo ha innegabilmente, nello Spettro, flessioni abortive: “Tredici anni sono una minuscola morte” e “la mia vita non comincia ancora”, eppure mantiene, a lungo termine, il carisma della rivelazione.
Freme nei versi di Vezzali, coesa alla precipua elezione al femminile, un’etica della solitudine come resistenza, del turbamento come impulso alla compassione, che volge lo sguardo all’altro in tutta la sua sincera serietà: responsabilità profonda che, in una voce di tale vasta coerenza e caratura, anima e muove dall’origine ogni singola parola poetica.
Isabella Bignozzi
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Da: Maria Luisa Vezzali, Lo spettro di casa. Dal 2023 al 1977 e ritorno, puntoacapo Editrice 2025
1. Uno sguardo all’angolo fuori tra gli infissi della finestra
Un gesto incerto infesta in attesa osserva il covo dell’interno
proiettato da anni a venire Un risucchio mammifero dal foro
Tutto quello che nasce – pensa – produce calore
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4. La camera da letto sfrigola ha fiori rosa alla carta da parati
un poster di Jim Morrison giovane appeso all’anta dell’armadio
La lampadina azzurra ha la stessa trasparenza della pelle
L’immagine sembra liquida nella cabina subacquea dei lenzuoli
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8. C’è una distanza indecifrata tra la stanza e le altre
la madre è un oracolo su bracieri freddi e lucori
Fosse un corpo lei potrebbe affondarvi
Invece è nebbia – le sussurra incolore – Dovrai aspettare che intrida
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19. Da qualche parte ammicca un vettore di fuga vorrebbe seguire la flebile
traccia del padre ma il padre è una crepa di sabato
pistillo incastrato tra assi sul palco barocco dei geni
Lo spettro la fissa un’ultima volta con un foro tra le mani di fumo
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SINISTRA, SEMINTERRATO
È un geroglifico stinto profilo chino sulla Singer (Gli anni Ottanta la sostituiranno con un ragazzo cinese)
si staglia in uno spicchio all’insaputa di notte incuneata nella terra taciuta in fretta partita in fretta con le mani che covano rocchetti
gira rigira il vento fuori un accecamento visibile nel fango dello sviluppo il gomitolo non canta sta muto
per ricucire la conta dei modi di vivere morendo in trasparenza nell’assenza di odori, di rose, di soli indubbiamente più intensi di qui
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VIA MASCARELLA
E prima ruggisce per il centro il drago millepiedi la sua conoscenza inappresa incontrollata inschierata eccedente progetto perenne e sarabanda
Nell’aria ormai irrespirabile l’immonda telefonata del rettore diventa ferro vicolo chiuso l’aria fredda e grigia del venerdì
di nessuna primavera ferro coagula e posti di blocco e un odore compatto di benzina Dal vuoto al vuoto tutti insieme ormai soli il polmone trapassato dallo stato
(Una teca coprirà i fori dei proiettili e la filosofa in trance chiusa nel bagno dell’università per sempre e tu appena nata morta e rinata per sempre ricacciata nel mondo privato da qui)
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ricordare si può ricordare sarebbe sufficiente distendere il fiore piegato tra le pagine di quel libro nel terzo scaffale nelle pieghe distese fissare le foto che aprono bocche d’imbuto di volti di fumo di luoghi nessuno che intralci l’ingresso della paura tenerla la soglia tra l’imbrunire e la luce che viene lasciarla accecare nel ritmo del foro eloquente sarebbe sbloccare l’interminabile acquario dal masso che pesa su ciò che non è più qui o là dove la mente il lungo registro forato ha trattenuto tutti i formicai minuti di segni che non significano niente se non li leggi all’inverso tutte le cose incompiute le straordinarie formalità degli incontri la mera viglia delle felicità assolute là tutto è scritto tutto è appeso a un brivido la luce e come una nuvola uno spettro di casa un ectoplasma di storie se solo fossi capace di leggere
*
se la vita è piuttosto cieca e la scrittura piuttosto vedente laddove la scrittura non è vita cosa vede se la vita e nuda cos’altro vede a parte la nudità l’eliminazione della nudità non sarebbe per caso l’eliminazione stessa della vita della verità stessa che divora e tace attraversare la vita attraversarla e trovare non trovare scavare nel pavimento nel cemento in ogni cosa più dura e non trovare scavare nel catrame nel duro niente e non trovare il nudo della vita l’acume lucefatto della scrittura che scava e non trova le forme della nudità perché il nudo è per sua natura prevalentemente informe e la forma della ricerca è piuttosto cieca e impara più che altro a lasciarsi solcare
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Le citazioni nel corpo del testo sono tratte da:
Maria Luisa Vezzali, L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio 1987)
Maria Luisa Vezzali, Eleusi marina (in: Terzo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Guerini e Associati 1992)
Maria Luisa Vezzali, Tutto questo (puntoacapo 2018)
Maria Luisa Vezzali, lineamadre (Donzelli editore 2007)
Maria Luisa Vezzali, Lo Spettro di casa. Dal 2023 al 1977 e ritorno, puntoacapo Editrice 2025
*In copertina: Leonora Carrington, Autoritratto, 1937-38 ca.