07 Settembre 2026

Il cane greco

La mia fidanzata pubblica un selfie, un’anadiplosi di sé biondissima e pixellata a puntino sui social, visibile per ventiquattro ore (salvo screenshot), a cui le persone risponderanno con fuochi, commenti, emoji, curriculum, richieste di caffè o ancora meglio un gelatino e così via. A mio tempo le avevo scritto “Com’è andata a Venezia”.

*

Io sono nell’altra stanza, in Grecia, in questa casa in affitto per qualche giorno.

Visualizzo la sua storia in tempo reale e digito “Fammi male”. 

Cambio idea: “Calpestami”. No. “Prendimi a schiaffi”. Potrebbe andare. 

“Fammi leggere un libro intero di Alcide Pierantozzi”

Invio.

Non capirà e non me ne rammarico. Forse sì, ma giusto il tempo di dirmi che avrei potuto sostituirlo con Alberto Ravasio. Il feed mi impone contenuti che li riguardano; rigetto come posso, senza nemmeno il loro astio.

*

«Si è rotta la lettiera automatica, chiama mia mamma, è in sbatti perché lampeggia da un’ora» dice la mia ragazza, con le mozzarelline di fuori mentre cerca il costume.

«Si è rotta da un’ora e mi chiama adesso?» rispondo.

«No, non si è rotta è che fa una luce strana».

Tiro un respiro di sollievo per i quattrocento euro ancora in funzione e dico «Deve aggiungere la sabbietta. Vuoi che la chiami io?».

«Sì chiamala tu per favore. Ah cosa voleva dire quella cosa che mi hai scritto? Chi è Alcide Pierantoni?».

«Nessuno».

*

«Pronto Elisa ciao, come stai? La lettiera fa una luce strana perché dovresti aggiungere la sabbietta».

«Ma ciaoooo, scusate il disturbo, è che non sapevo come fare… com’è la situazione là? Siete arrivati?».

«Sì sì siamo arrivati, adesso abbiamo fatto una doccia e messo giù le cose, tra poco andiamo in spiaggia».

«Bene bene i micioni ve li tengo io, dopo vi mando le foto» dice sua madre.

«Grazie grazie» faccio eco, «Ti saluta tu hija, che qua in Grecia parlano tutti spagnolo».

«In che senso parlano tutti spagnolo?» fa esterrefatta.

«Nessuno, sta facendo lo stupido, ciao mamma grazie!».

«Ciao Elisa grazie ancora eh» dico.

«Grazie a voi» risponde, lei, per poi presumibilmente aggiungere altra sabbietta.

*

Insieme a noi, due amici. Che sembra la celebre sintesi di Telesette dedicata al Signore degli Anelli: “È la prima parte (La compagnia dell’anello) di una saga in 3 volumi scritta da Tolkien e portata sullo schermo con effetti speciali mirabolanti e folto cast. Frodo vuole gettare in un vulcano l’anello magico forgiato da Sauron per dominare la Terra. Con lui alcuni amici”. Ma è effettivamente così. Siamo in quattro.

*

Ci sono tante cose che accomunano loro tre ma fra tutte, data la situazione, il desiderio di complicarsi la vita in vacanza è l’aspetto più indicato. 

Giulia, la mia ragazza, si presenta infatti pronta per partire vestita da perfetta esploratrice shabby della giungla di Instagram. 

Larissa, la sua amica, è invece tutta vestita di nero, con tanto di pantaloni lunghi.

Jacopo, il fidanzato della sua amica e ormai mio amico anche perché dai e dai ci siamo ritrovati a fare comunella, calza un paio di orride Birkenstock, costume e camicia a maniche corte.

I preparativi avevano richiesto più o meno un’ora e mezza. Io ero partito da Bologna con i pantaloncini corti, contrariamente alle teorie di mia madre, arrabbiatissima con qualsiasi sconosciuto salga su un aereo a gambe scoperte perché “in aereo fa freddo”. Quindi sono arrivato a destinazione mi era bastato, con grande spregio della letteratura, sostituirli con il costume. Blu. Della scuola di surf di mia madre. 

*

Il parcheggio dell’appartamento in affitto a Old Nikiti, a circa un’ora e mezza di macchina noleggiata a Thessaloniki, era una stradina polverosa in salita. Terribile per chiunque sia abituato al cambio automatico. 

«Pensa a guidare. Aspetta, faccio io» dice Jacopo, lato passeggero, con il cellulare in mano. 

È proprio una frase da uomo. Rassicurante. Sul display però compare una scritta in greco. Jacopo preme un tasto. Di nuovo una scritta in greco.

«Secondo me devi andare su Media» dice Giulia.

«Grazie al cazzo» dice Jacopo.

«Non essere volgare» rimbecca Larissa.

Giulia intanto cerca su Google come collegare il telefono alla macchina inserendo marca, modello, anno, numero di telaio, nome e cognome di chi ce l’ha affittata e pure l’indirizzo della scuola del figlio. Io apro le impostazioni del mio iPhone e trovo quattro dispositivi disponibili: JEEP MULTIMEDIAJEEP CAR KIT, una sequenza di numeri e NIKOS.

«Prova Nikos».

«Perché Nikos?»

«Non lo so, siamo in Grecia».

Nikos richiede un codice.

Proviamo 0000. Niente.

1234. 

1235.

Jacopo mi suggerisce di accostare e spegnere e riaccendere la macchina.

Quando la riaccendo parte la radio.

Una voce di donna canta parole incomprensibili sopra un ritmo che sembra musica tradizionale greca, oppure la sigla di un programma televisivo locale condotto da un testone con troppi denti.

«Il greco assomiglia alla lingua degli Albhed incrociata con lo spagnolo» dico.

«È vero hai ragione» dice Jacopo «Che storia».  

«Vabbè, teniamo questa» dice Giulia.

«No» dico io.

Jacopo cambia stazione.

Un uomo canta.

Di nuovo.

Una pubblicità qualsiasi.

*

Nessuno dice più niente. Partiamo. 

Dopo una decina di minuti la donna ricomincia a cantare la stessa canzone.

«Questa c’era già» dice Larissa.

«Impossibile».

«Sì, è quella di prima».

«Come fai a saperlo?»

«Fa aiaiaiai a un certo punto».

Aspettiamo.

La donna fa aiaiaiai.

«Visto?».

Da quel momento diventa la nostra canzone.

Larissa, che ha fatto il liceo classico, dice di aver individuato la parola agapi, ci spiega che significa amore e che la dicono sempre nelle canzoni greche. 

Jacopo, dopo averci chiesto per tre volte di smettere, al quarto ritornello fa aiaiaiai anche lui.

Nel frattempo il mare compare alla nostra destra.

«Figata», dico io.

«Guarda che non andiamo qua» dice Giulia.

«Ti pareva. Ma perché?»

«Ho trovato una spiaggia».

Mi mostra il telefono. Nella fotografia ci sono acqua trasparente, due idilliache dune di sabbia bianca e una ragazza fotografata con il culo in primo piano.

«Quanto è lontana?».

«Un’oretta».

La donna alla radio ricomincia a fare aiaiaiai.

*

Fuori intanto la strada si stringe e comincia a seguire la costa, il mare alla nostra destra va e viene fra gli ulivi, compare per qualche secondo, sparisce dietro una casa, poi ricompare più blu e più grande. A sinistra ci sono muretti bassi, altri ulivi, qualche cane steso all’ombra e villette con cancelli aperti davanti alle quali nessuno sembra avere niente da fare.

Fa caldo anche con l’aria condizionata accesa.

Giulia tiene il finestrino abbassato per fotografare il mare, Larissa dice che a lei l’aria condizionata le fa bloccare il collo, Jacopo canticchia aiaiaiai leggermente in anticipo.

«Adesso sei greco» gli dico.

«Malaka».

*

Passiamo sopra una spiaggia punteggiata di ombrelloni azzurri e persone minuscole.

Più avanti la strada sale, da qui il mare si vede tutto e per qualche secondo smettiamo anche di parlare. Sotto di noi ci sono le barche, ferme, il bianco delle scie rimasto sull’acqua per un po’ prima di richiudersi. Il sole entra dal parabrezza e illumina una piccola cappella bianca sul ciglio della strada, con una croce sopra e dei fiori scoloriti. 

Poi vedo un cane.

È sdraiato davanti all’ombra della chiesetta.

Alza la testa mentre passiamo.

Wang Wang.

Internet mi ha insegnato un sacco di cose che non avevo chiesto di sapere.

Paolo Bonolis e sua moglie dormono in due camere separate.

Quanto guadagna un saldatore subacqueo.

Il fatto che un uomo possa vivere per quarantadue giorni mangiando soltanto sardine.

La skincare di Hailey Bieber.

Wang Wang era una cagnolina randagia cinese, viveva dalle parti di Jieyang e aveva tre cuccioli.

Poi avevo continuato a leggere.

Quattro ragazzini sotto i quattordici anni. I social cinesi. Uno spago legato intorno al collo. I bastoni. Un video in diretta. A un certo punto la benzina e poi il fuoco. I tre cuccioli.

Questa è una cosa che faccio e che detesto di me stesso. Anni fa, se incontravo qualcosa di orribile, cambiavo strada. Adesso no. Odio leggere cose che comunque voglio sapere. Cerco un altro articolo. Poi Threads. Reddit.

Il giorno successivo, nel feed, c’era di nuovo Wang Wang.

Scorro.

Wang Wang.

Scorro.

Calzini di Obi Wan Kenobi.

Scorro.

Wang Wang.

Un coglione che prepara la carbonara dentro una forma di parmigiano.

Wang Wang.

Stefano De Martino nuovo conduttore di Sanremo.

I tre cuccioli di Wang Wang.

A quel punto l’algoritmo aveva tratto una conclusione perfettamente ragionevole.

Non ero interessato a Wang Wang.

Avrei dato qualsiasi cosa per fare in modo che non le fosse mai successo nulla.

Ma ormai conoscevo quella quantità ridicola di informazioni che serve a una persona dall’altra parte del mondo per affezionarsi a un cane morto. Avevo visto dei fotogrammi. Dopo averla picchiata, i bambini hanno ucciso i suoi tre cuccioli e poi le hanno dato fuoco. Lei non era nemmeno scappata. Qualche secondo prima di morire, ancora in fiamme, si era avvicinata a uno dei suoi cuccioli e gli aveva leccato la testa.

«Guardate!».

Giulia indica fuori dal finestrino.

«Cosa?».

«Il cane».

È ancora lì.

Quello greco.

Ci ha corso dietro per un bel pezzo.

«Carino».

«Bellissimo».

Lo immagino con la testa spaccata in due.

*

Qualche minuto dopo imbocchiamo una stradina in discesa, larga poco più della Renegade, ricoperta di sassi, con il fosso da una parte e gli alberi dall’altra. In fondo s’intravede il mare.

«Google Maps dice che è qua» dice Giulia.

A metà discesa sentiamo un toc, poi un altro, poi toc toc toc toc toc.

«Cos’è?» chiede Giulia.

«Niente».

Il rumore aumenta.

Accosto dove non esiste alcun posto per accostare e scendo.

«Abbiamo bucato».

«Nooooo» dice Giulia.

Scendono tutti: trentasei gradi, nessuna ombra e una quantità di insetti sufficiente a sfamare la penisola Calcidica del futuro. Chiamo il noleggio. Squilla. Risponde una voce femminile registrata.

«Παρακαλώ περιμένετε. Η κλήση σας είναι σημαντική για εμάς».

«Ottimo».

«Che dice?» chiede Jacopo.

«Che abbiamo vinto un rasoio elettrico della Philips».

Parte una musichetta. Aspettiamo. 

«Ο αριθμός που καλέσατε δεν είναι διαθέσιμος αυτή τη στιγμή. Παρακαλώ αφήστε το μήνυμά σας μετά τον ήχο».

Bip.

«Hello, we rented a Jeep in Thessaloniki and we have ehm a flat tire. We are…»

Mi giro verso gli altri.

«Dove cazzo siamo?»

Giulia guarda Google Maps.

«Non c’è scritto».

«Come non c’è scritto?».

«Eh… non prende».

Mi guardo intorno: terra, cespugli, mare.

«We are on a road near a beach. Please…».

Cade la linea. Provo una seconda volta e mi risponde ancora la donna: «Παρακαλώ περιμένετε. Η κλήση σας είναι σημαντική για εμάς».

Nel frattempo Jacopo ha aperto il bagagliaio e sollevato il fondo. 

«La ruota di scorta non c’è. Però c’è questo».

Tira fuori un piccolo compressore, un flacone, un tubo e un groviglio di fili: ci disponiamo intorno alla scatola con la competenza di quattro australopitechi davanti a Meta Business Suite.

«Ci sono le istruzioni?» chiede Larissa.

Per fortuna ci sono anche i disegni: una ruota, un tubo e un uomo apparentemente soddisfatto della propria esistenza.

Jacopo comincia a collegare delle cose.

«Secondo me questo va qua».

«Perché?».

«Perché ci entra».

Abbiamo lasciato le portiere aperte. 

Giulia e Larissa si sistemano sul bordo della strada, sotto un ulivo rachitico che produce circa diciassette centimetri quadrati d’ombra. Io telefono al noleggio una terza volta. Jacopo attacca il compressore, parte un rumore infernale e la gomma inizia a gonfiarsi.

«Ooooooh».

Aspettiamo un po’. Rimane gonfia. 

Guardiamo Jacopo ammirati.

«Sei un genio».

«Eh».

*

Ripartiamo.

Dopo cinque minuti Jacopo comincia a grattarsi l’avambraccio. Poi l’altro. Poi passa alle gambe.

«Ma che cazzo».

È pieno di bozzetti rossi.

«Ti hanno mangiato vivo» dico.

«Che punture sono?» chiede.

«Non lo so. Qualcosa, tu non grattarti».

«Ma prudono da bestia».

«Te lo dico da medico».

«Fai qualcosa allora».

Accosto di nuovo la macchina per controllare. Non sembra niente di preoccupante.

«Per ora aspettiamo e se non peggiora non farei niente. Quando torniamo a casa ci guardiamo. Al limite ho il Bentelan».

«Dove?»

«Nello zaino nel bagagliaio».

«Ok».

Si gratta di nuovo.

«Non grattarti».

«Vaffanculo».

*

Naturalmente la spiaggia di Epanomi è piena. Non come Rimini il quindici agosto, piena in maniera selvatica: uno sfacelo di macchine sulle dune, turisti brutti con borse frigo, bambini che corrono, materassini, insetti, parei, racchettoni e dei turchi con la cassa Bluetooth accesa. Siamo in mezzo al nulla. Una lingua di sabbia spalleggiata da terra secca, sterpaglie e un chioschetto di legno alimentato da un generatore a benzina con lo stesso rumore di un motorino al semaforo.

Nessun ombrellone.

«Bellissimo» dice Giulia.

«Sì» dice Larissa.

Io guardo il generatore.

C’è un garbino della madonna, il mare piatto, spinto all’indietro dal vento e l’aria calda storce i teli mentre proviamo a stenderli. 

Davanti a noi, a pochi metri dalla riva, il relitto arrugginito di una nave.

«Che figata» dice Jacopo.

La gente ci sale sopra a piedi nudi. Una ragazza cammina lungo una lamiera completamente marrone di ruggine, arriva alla punta e si tuffa. Subito dopo la segue un ragazzo. Poi un altro.

«Ma sono deficienti?».

«Perché?» chiede Giulia.

*

Clostridium tetani è un batterio le cui spore possono trovarsi nella terra, nella polvere e nelle feci degli animali e penetrare attraverso una ferita. Se trovano le condizioni giuste, soprattutto in tessuti poco ossigenati, germinano e producono la tetanospasmina, neurotossina che può provocare contratture e spasmi. Uno dei sintomi classici è il trisma, il blocco della mascella, fino al riso sardonico, nome incredibilmente allegro per una cosa che, nei casi gravi, può impedire di respirare. La ruggine, in realtà, non c’entra quasi niente. È solo molto abile a trovarsi negli stessi sporchissimi posti dei chiodi e delle lamiere su cui i turisti adorano camminare scalzi.

Un altro ragazzo sale sul relitto: piedi nudi, lamiera, salto, acqua.

«Che bello» dice Larissa.

A una decina di metri da noi una donna urla:

«ENRIGHETTO!»

Un bambino di circa dieci anni corre verso il mare.

«ENRIGHETTO NON POI FA ER BAGNO CHE T’SI MAGNATO MO’!».

Enrighetto non condivide l’interpretazione materna della fisiologia digestiva e continua imperterrito. La madre gli corre dietro, lui strilla, lei urla più forte e alla fine riesce comunque a infilarsi in acqua.

Il generatore continua a borbottare. Jacopo si gratta. I turisti si arrampicano sul relitto. 

Mi torna in mente la canzone: aiaiaiai.

«È stupendo qua» convengono.

Loro vedono una spiaggia da esploratori ma io vedo la madre di Enrighetto che figurati se avrà vaccinato il figlio e loro vedono un relitto ma io vedo il tetano e loro vedono il mare senza stabilimenti ma a me fa stare malissimo che non ci sia neanche un ombrellone e loro idealizzano un chioschetto romantico sperduto in mezzo al niente ma io sento puzza di benzina e rumore di marmitta e penso alla spiaggia vicino casa con due file tutte uguali e un bar con i Nuii e i Maxibon e la doccia tiepida o fresca e trentacinque euro a ombrellone con due lettini e musica trash in filodiffusione – aeroporti hall degli alberghi autogrill spiagge con ombrelloni numerati rosticcerie turistiche con il menù di pesce e altra roba generica quanto basta per non costringerti a conoscere niente. O almeno niente che ti rimanga dentro.

Nicolò Locatelli

*In copertina e nel testo: opere di John Singer Sargent (1956-1925) legate ai personaggi del mito greco

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