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Questo romanzo non l’hai mai letto, ma è un capolavoro: “L’uomo che amava i bambini”. Elogio spinto di Christina Stead

Dieci anni fa Jonathan Franzen, lo scrittore de Le correzioni, pubblica sul “New York Times” un lungo saggio, Rereading “The Man Who Loved Children”, che parla di un capolavoro rabbioso. Probabilmente non lo avete letto. Peccato. “Ci sono un mucchio di ragioni per non leggere L’uomo che amava i bambini. È un romanzo, per cominciare; e non ci siamo detti, segretamente, da anni, che i romanzi appartengono all’era dei giornali e che come essi stanno sparendo? I romanzi, come ama dire un mio vecchio professore, sono un curioso caso morale: ci sentiamo in colpa per non averne letti abbastanza ma ci pare una cosa frivola leggerli”. L’attacco non è male. Il seguito è meglio. “Leggere L’uomo che amava i bambini è, in effetti, è un atto particolarmente frivolo perché quel romanzo, secondo gli standard del romanzo, non incide in alcun modo sulla storia mondiale. Si parla di una famiglia, una famiglia estrema e assai singolare. Ti obbliga a comprendere la lingua intima di questa famiglia, una lingua labirintica, non del tutto diversa da quella di un Joyce o di un Faulkner, una lingua che non serve assolutamente a niente se non a godersi questo libro particolarissimo”.

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Christina Stead pubblica L’uomo che amava i bambini nel 1940: il romanzo affonda nel pantano dell’indifferenza. È troppo lungo – seicento pagine fitte – è troppo eccentrico. L’autrice ha il viso ruvido, severo. Viene dall’Australia. Può mai venire qualcosa di letterariamente eccellente dall’Australia? Mary McCarthy, audace legionaria delle lettere americane, firma un pezzo piuttosto caustico su “The New Republic”, come a dire: torna a casa bimba. Quel romanzo, di anomala, inafferrabile bellezza – secondo me Christina Stead è una specie di George Eliot del Novecento – torna in auge molti anni dopo, nel 1965, quando Randall Jarrell firma un saggio fondamentale, Un libro non letto, che finisce così: “A me sembra un romanzo palesemente bello, tanto quanto Guerra e pace e Alla ricerca del tempo perduto sono palesemente grandi… Dico che è un bel libro, ma secondo me è più bello della maggior parte dei romanzi che vengono definiti grandi; forse sarebbe più giusto dire che è un grande libro”. Insomma, Christina Stead come Tolstoj e Proust.

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Nata a Rockdale nel 1902, alla periferia di Sydney, da David George Stead, aitante biologo marino – firmò uno studio sugli squali australiani, tra l’altro – Christina fu costretta, poco più che ventenne, ad andarsene. Il padre era ruvido, ferino, fedifrago: si sposò tre volte affiancando a Christina, la primogenita, cinque fratellastri. In effetti, è su di lui – ma la biografia agisce solo negli scantinati di una mente geniale, altrimenti è materia inerte – che la Stead edifica Sam Pollit, il catastrofico eroe de L’uomo che amava i bambini. Dal 1930 la Stead lavora a Parigi, dove si unisce a William J. Blake, economista marxista; negli anni Quaranta è impiegata come sceneggiatrice per la Metro Goldwin Mayer: in particolare, lavora a Madame Curie (1943) di Mervyn LeRoy e a I sacrificati (1945) di John Ford. Fu accusata – perché vicina a Blake – di essere comunista, questo la costrinse a tornare in Europa, in UK, ad arrangiarsi scrivendo articoli ed editando libri altrui. “Ogni opera d’arte dovrebbe esprimere, o indicare, la terribile furia cieca e la crudeltà dell’impulso creativo, ed è per questo che tutte dovrebbero avere quelli che vengono chiamati errori, sia di gusto che di stile: è come una storia d’amore… la sensualità e la delicatezza della letteratura per me non esistono, solo la passione, l’energia e la lotta, la notte della quale nessuno parla, l’atto creativo”, scrive, in una lettera (la traduzione è di Margherita Previde Massara).

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Christina Stead ha avuto fortuna alterna in Italia: tradotta presto, nel 1946, da Baldini e Castoldi (Tutto accade a chi vuole, cioè “For Love Alone”), nel 1978 Garzanti pubblica il suo capolavoro (The Man Who Loved Children) come Sabba familiare, nella versione di Floriana Bossi. La Stead, tuttavia, trova un congeniale traduttore in Aldo Busi, che rende in italiano il suo primo romanzo, Sette poveracci di Sydney (Garzanti, 1988). “È curioso che di una scrittrice così grande (Saul Bellow e Angela Carter la giudicano uno dei massimi autori anglosassoni), si sappia così poco. Di lei resta un ritratto dipinto da Lydia Gibson e che la mostra di intensa bellezza, e qualche foto di donna ormai anziana e dagli occhi ancora caldi e intelligenti”, scrisse Natalia Aspesi, intorno a quel romanzo, su “Repubblica”, felice dell’“incontro fortunato tra la scrittura della Stead e quella del suo traduttore, Aldo Busi, scrittore a sua volta ricco, emozionale, carico di rabbia”. A me L’uomo che amava i bambini è giunto grazie a Massimiliano Parente: ne ho ancora l’impressione come di una casa in disordine, dove tra tinello ed enciclopedia non c’è differenza, con un padre/dio che può essere Dioniso e bestia allo stesso tempo, creatore e distruttore. Ho il ricordo di una famiglia come il libro della Genesi: qualcosa di inflessibile nonostante i tradimenti. “Le stelle filtravano da fessure nel cielo quando Sam tornò a casa: le lampade erano oscurate dalle foglie in quell’isoletta di strade tra il fiume e i parchi. I bambini di Georgetown, sfocianti dalle stradine fatte di casette separate, formavano un ingorgo urlante e cozzante in discesa, mentre Sam saliva fischiettando e guardava facce bianche, ginocchia guizzanti, luci e stelle, sopra, intorno a lui”. Mi piace che sia difficile questo romanzo, perché il linguaggio è un bosco. Ora Christina Stead è in catalogo Adelphi, ma anche se nel 2005 “Time” ha installato il suo capolavoro tra i cento romanzi più importanti e influenti del secolo (classifiche per cui vanno in brodo gli inglesi), resta scrittrice per pochi, con clamore esclusivo.

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Da un romanzo del 1976, Miss Herbert (The Suburban Wife): “Hai sempre detto che le domestiche venivano trattate come bestie, che dovevano essere liberate. In Inghilterra fino alla metà del XIX secolo le vendevano come schiave, non è così? Beh, sto spezzando una lancia per la mia libertà. Il cosiddetto ‘sistema moraleì è imposto alle donne dagli uomini, vero? Beh, sto affermando i miei diritti e la mia libertà”.  

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Dopo la morte del marito, nel 1968, a causa di un cancro allo stomaco, Christina Stead tornò in Australia. Il padre era morto dieci anni prima. Nel 1974 la onorarono con il Patrick White Award, l’unico grande riconoscimento che le fu offerto. Aveva 72 anni. Morì nel 1983, l’ultimo giorno di marzo, sempre severa, ignifuga alla fama. Un passo de L’uomo che amava i bambini mi pare esemplare. “‘Siamo stati scimmie, siamo stati uomini: come saranno gli uomini dell’avvenire, Naden?’. ‘Forse degli dèi’. ‘Hai ragione, agli uomini piacciono gli dèi… Sono tanto stanco, Naden. Vorrei essere a casa con un esserino appena nato che mi rallegrasse. Presto avrò il settimo figlio. Anch’io sono il settimo figlio. Però sai, Naden, vorrei avere anche un bambino nero. E uno rosso, e uno cinese: bambini di ogni razza. Come padre, purtroppo, sono limitato’”. Queste specie di bulimia della vita, di caos delle nascite perpetue, mi ricorda l’ossessione del Giudice Holden, in Meridiano di sangue, il capolavoro di Cormac McCarthy. Il Giudice Holden non ha figli ma annota su un taccuino tutto ciò che di creato ignora, perché tutto può esistere soltanto secondo il suo volere e il suo desiderio. Sam, il padre/mostro di Christina Stead, è più sottile: come il dio primario, vuole dare vita a tutti gli uomini possibili, venturi. (d.b.)

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