01 Settembre 2026

“Lacerando la luce”. Riscopriamo la poesia di Alba Florio

Trasvola fosche rupi la voce lirica di Alba Florio, altissima poesia tragica che brucia lungo un intero secolo. Nata nel 1910 a Scilla, ne conserva la verticalità dei promontori, il fluire delle risacche.
D’ispirazione precoce, pubblica a quattordici anni, nel periodico “Scilla”, le sue prime poesie, inserite poi nell’esordio Estasi e Preghiere (Industrie Grafiche Meridionali, Messina, 1929). 

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“È un volumino di poesia alata, innocente, candidissima, un blocchetto di poesia ignara, sgorgata da un’anima gentile e semplice al primo ed impetuoso irrompere della sua fioritura”, apre in prefazione l’intellettuale Francesco Spoleti. Forti le ascendenze pascoliane di questa prima raccolta, ravvisabili nei principali nuclei tematici – l’intuizione del mistero, lo sgomento davanti ai fenomeni della natura – e in scelte formali ben precise, che vedono un utilizzo predominante di schemi metrici chiusi, versi legati, con soluzioni non comuni nella poesia contemporanea, come alcune strofe saffiche. Importante la componente mistica, una fede francescana e il gusto per le cose piccole, umili, afferibili a un immaginario crepuscolare che, nella sua terra natìa, trova altra testimonianza soltanto in Franco Berardelli.

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Sette anni più tardi pubblica Oltremorte (Istituto Tipografico Editoriale, Milano, 1936), vincitore del “Premio di Poesia Maria Enrica Viola”, con il critico Francesco Flora – tra gli altri – nella commissione giudicatrice. Nella relazione della giuria si legge:

“In «Oltremorte» Alba Florio allinea una settantina di momenti lirici, espressi in forma modernissima, spezzata ma efficacemente consona al bisogno di fissare l’essenzialità di una commozione con accordi brevi, in tono minore. Momenti lirici che non paiono improvvisazioni, ma piuttosto il risultato di tutta una consuetudine di vita pensosa fra rocce, mare e cielo; nessuna esuberanza, ma, nelle linee asciutte, la nudità di ogni parola invita a ricomporle intorno l’alone favoloso, cioè quel mondo segreto di sensazioni e sentimenti davanti alla natura, dal quale per l’appunto l’arte della Florio sa trarre gli accenti costitutivi”.

Oltremorte è segnata da una lacerazione nella fede e il conseguente stato postraumatico:

Signore, schianta la mia vita
come l’erba stretta alle pietre
l’erba triste dei vicoli
schiantano i passi.

Son cieca al sorriso dei cieli,
non ho che il peso dei giorni
delle vicende senz’orma,
la noia.

Deserta fra tutte le creature
non soffro
non Ti amo.

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Il dramma esistenziale prosegue e raggiunge il proprio vertice in Troveremo il paese sconosciuto (Guanda, Modena, 1939), la raccolta con più diffusione di Alba Florio nonché capitolo conclusivo del suo primo tempo letterario. I cataclismi del cosmo e i picchi drammatici scardinano i residui dell’ermetismo, superati da una personalità ora più spiccata. La solitudine della poetessa è parte tragica del mondo che la circonda, costituito da creature avvinte, madri che portano dentro come una colpa i bambini, soldati che ovunque si sentono senza radici. Ma nella catabasi metafisica imbastita dalla poetessa si apre al termine uno spiraglio – in fondo c’è il risveglio – ad uguale distanza da vita e morte; è solo lì che troveremo il paese sconosciuto donde partimmo e il coraggio di essere noi stessi.

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Tra il primo e il secondo tempo della produzione letteraria di Alba Florio la Seconda Guerra Mondiale, il matrimonio con Rocco Minasi (futuro deputato socialista), e la frequentazione del cenacolo intellettuale messinese attorno alla Libreria Saitta (note anche col nome di libreria dell’OSPE) che radunava intellettuali di spicco come Salvatore Quasimodo, Vann’Antò, Salvatore Pugliatti, Carlo Bo, Giacomo Debenedetti, Luca Pignato e molti altri ancora. Le influenze del periodo confluiranno in Come mare a riva (Il Fondaco dell’OSPE, Messina, 1956), che rappresenta un nuovo punto di partenza nel suo itinerario poetico; il dramma della realtà pone il dovere di ricostruire continuamente sulle proprie rovine, sui detriti degli anni alla deriva, non di cercare un’epifania risolutiva nell’Oltremorte. Da qui un’Alba Florio maggiormente adesa alla storia, con la comparsa di oggetti ed elementi prima ritenuti fuori scala: gabbie di fili elettrici,macchine cantanti in velocità, gli occhi minacciosi dei semafori. Antonio Testa scrive a proposito di Come mare a rivanel volume La poesia calabrese del Novecento (Pellegrini, Cosenza, 1968):

“il tempo, lo spazio, gli eventi, i sentimenti hanno la stessa misura, confluiscono nella nera foresta di una ispirazione tragica ed estetica, che ad ogni particolare assegna una importanza sostanziale, onde una pienezza espressiva che non teme paragoni. L’educazione estetica ermetica è stata qui completamente assimilata, e la nuova arte si nutre solo in modo invisibile, segreto, con l’alimento della tradizione, in cui le radici affondano: e perciò l’originalità di questa poesia è storicamente sostanziata”.

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Ultima striscia di cielo (Pellegrini, Cosenza, 2000), uscito per i novanta anni della poetessa, è il bilancio conclusivo del suo scavo esistenziale, la riconciliazione con la terra e gli affetti al termine di un lungo e decennale viaggio nella poesia. La presentazione, di cui se ne riporta una parte, è di Antonio Piromalli, che già in La letteratura calabrese (Guida, Napoli, 1977) definiva Alba Florio come la voce più autentica di poesia insieme a Lorenzo Calogero. “Il Novecento come poetica e poesia essenziale raccordata con il sentimento della solitudine e dell’angoscia europee fa il suo ingresso in Calabria con Alba Florio […]. Prima di allora il tardo classicismo ottocentesco e il tardo crepuscolarismo impoeticamente e inattualmente ripetuti. La Florio, che è la maggiore voce poetica del Novecento in Calabria, si era venuta formando nel gruppo militante di Messina (militante anche come avanguardia) costituito da Luca Pignato, Vann’ Antò, Salvatore Quasimodo, Salvatore Pugliatti, negli anni trionfali dell’ermetismo. […] Dalla poesia nuova (simbolista, ermetica) la Florio derivava il sentimento dell’arcano, la tecnica metaforica dell’analogia, l’idea della poesia come assolutezza di visione (antiretorica). Era la prima volta che l’esperienza vociana entrava nella poesia «nuova» in Calabria e che la poesia diventava impegno e cessava di essere proclamazione. La Florio lasciava da parte il mondo della cronaca, del «tempo minore», per assurgere a una misura di verità che più volte abbiamo esaminato nei suoi vari aspetti (dolore della vita consostanziale agli uomini, condanna e scacco compresenti nelle difformi fenomenologie anche con illusione di bellezza)”. 

Ulteriore elemento di novità è la delusione storica e ideologica che in questa raccolta si tinge di un colore ben preciso: “Il vento che era acceso di bandiere rosse/ squillanti lungo un cielo terso/ non è più il vento della gioventù. / Ora malinconicamente/ ripete parole di requiem/ su le bandiere cadute”.

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Alba Florio si spegne nel 2011 a Messina, dove si era ritirata a vita privata in seguito alla scomparsa del marito Rocco Minasi avvenuta nel 1994 – proprio a lui, con rimpianto e tristezza, è dedicato l’ultimo libro e due componimenti in esso contenuti. Il destino editoriale della poetessa non ha giocato a suo favore, complice la riservatezza e la pubblicazione con piccole case editrici, circostanza condivisa con gran parte dei suoi conterranei; infatti, ad oggi, nessuna raccolta risulta accessibile neanche sul mercato antiquario – giri impervi da parte di chi scrive per il recupero dei materiali (si ringrazia per questo Antonio Vescio). Diventa oggi fondamentale la riscoperta dell’autrice, esponente di un esistenzialismo tragico cantato sommessamente, con immensa dignità. Che il suo omaggio alla Festa della Poesia “Lorenzo Calogero” 2026 sia solo un punto di partenza.

Salvatore Giuseppe Di Spena

**
USCIRE DA NOI

Non vedevamo che un albero
incrociando le magre braccia
diceva: vivete, dimenticate!
un albero che poteva essere noi
la nostra disperazione
ma invece di cadere abbattuto o di volare,
restava fermo a quell’angolo:

perdeva e rimetteva foglie verdi come gridi,
lacerando la luce,
ci aiutava a uscire da noi,

a ritrovarci nei giochi impazziti dei ragazzi
dietro palloni gialli come lune,
nelle braccia pazienti di operai
che piantavano foreste di case
cresciute in fretta,
più del cielo che della terra
dove lentamente cadeva la nostra vita.

***

OLTREMORTE

Quando non sentirò più
fremere le vene della terra
intorno ai grani
che s’alzano
stupiti
in verde luce,

quando non vedrò più
vortici di stelle morire
sul fiato notturno di maree

ed il giorno balzare
con ali d’argento
sul pudore dei monti;

allora la mia stanchezza
di cose vedute
si scioglierà nell’alato dolore
della stagione eterna:

sognerò la luce terrestre
i suoni d’epoche remote

mio nuovo sangue.

***

TROVEREMO IL PAESE SCONOSCIUTO

Mai più tenti ritorno
la dolce furia del sangue
ceduto alla lebbra degli anni
con pazienza di miti animali.

Ci perdoni la luce
il faticato limbo a cui ci spinse
non sofferta avventura.

Uguale distanza ci allontana
da vita e morte:
siamo il dannato seme
che non vuole fiorire,
la pietra scagliata che ricade
senza patire la muffa del tempo.

Eppur la terra ci ospita e ci nutre,
e nel vento cogliamo il nostro grido.
Vento inquieta creatura
che non vediamo,
ci lasci cieli disfatti
che passano coi segni
di felici uragani.

Immutata certezza di stagioni
ci seguirà quando compiuto il giro
troveremo il paese sconosciuto
donde partimmo,
e il coraggio d’essere noi stessi.

I ginocchi piegati
ad una pace nuova
scopriremo il senso delle cose:

sere impensate
voci d’acque marine
muoveranno lo spazio.

S’aprirà l’orizzonte sereno
intorno al volto distrutto
di qualcuno che amammo.

***

NASCE UN GIORNO

Gabbie di fili elettrici
tentacoli attiranti le stelle esangui
torvo mare di asfalti
brunito di viola
che cerca il colore del cielo.

Un treno precipita convulso
fra gli alberi magri
destando l’acqua nella sua prigione.

Fluttuante urlo di sirene
amore-strazio dell’arida città
acidi odori che accendono le vene
gigantesco preludio di macchine cantanti in velocità,
l’angolo di una strada
e in un ricordo di sole
rapide apparizioni.

È questo città il tuo mattino

respinto da enormi blocchi di case
dall’apparente giovinezza dei tuoi giardini
dove i fiori gracili fanciulli
dondolano dimessi vestiti.

Ci consuma un’assenza di vera luce
un’altalena di rombi,
si vive d’esiliate malinconie.

***

RICOMINCIARE

Immeritata luce
messe di tempo non mio
a chi vi renderò?

Un rifluire di morte stagioni
sui detriti degli anni alla deriva,
e cieli senza colpa
teneri inviti d’acque
all’immobili cose
tra fioriture in abbandono.

Si ricomincia come mare a riva.

*In copertina: John Singer Sargent, Testa di ragazza, 1878

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