18 Agosto 2026

Breve vita di un poeta geniale: Federico García Lorca

Federico del Sacro Cuore di Gesù García Lorca venne alla luce il 5 giugno 1898 nel paese di Fuente Vaqueros, a 18 chilometri da Granada. “Vengo dal cuore della terra di Granada”, dirà con enfasi compiaciuta. Il padre, Federico García Rodríguez, agricoltore ricco (grazie soprattutto alla barbabietola da zucchero), era nato a Fuente Vaqueros nel 1859; la madre, Vicenta Lorca Romero, maestra elementare a Granada, di famiglia modesta, nel 1876. Era il secondo matrimonio di García Rodríguez, la cui prima moglie, Matilde Palacios, era morta senza figli.

Fuente Vaqueros è posto al centro del “Soto de Roma”, un latifondo ceduto dalle Cortes di Cadice al duce di Wellington, che all’inizio del secolo appartiene ancora agli inglesi. Il padre di Federico è il primo di quattro fratelli e cinque sorelle, tutti abitanti “alla Fuente”. Circondato dall’affetto dei numerosi parenti (si dirà poi che Lorca ha “400 cugini” in paese), il futuro poeta passa i suoi primi undici anni immerso nella vita dei campi a Fuente Vaqueros fino al 1907, poi ad Asquerosa (oggi Valderrubio). È un bambino vivace, curioso, inventivo, e poco agile fisicamente (ha i piedi piatti, e in una delle poesie giovanili lamenterà la sua “maldestra andatura”). Fra i suoi ricordi più antichi: ascoltare la madre che legge ad alta voce Hernani di Victor Hugo. 

La gente del paese lascia una traccia profonda nella sensibilità di Federico. Il prozio Baldomero, pecora nera della famiglia, che, come quasi tutti i García, ha nel sangue la musica e la poesia popolare; la zia Isabel, “che mi insegnò a cantare, maestra artistica della mia infanzia” (prima di imparare a parlare, Federico “canta” canzoni); il “compare pastore”, che gli trasmette il suo amore appassionato per la natura; la cugina Aurelia, che sviene quando sente i tuoni e ha costruito in casa un “altare meteorologico” per esorcizzarli (Aurelia sarà la protagonista dell’ultimo e incompiuto lavoro teatrale del poeta); lo zio Luis, che suona il piano meravigliosamente – senza aver mai studiato una nota – tanto che Manuel de Falla resterà sbalordito al sentirlo… “Le emozioni dell’infanzia sono in me. Io non mi sono allontanato da loro. Raccontare la mia vita vorrebbe dire parlare di ciò che sono, e la vita di ognuno è il racconto di ciò che è stato. I ricordi, fino a quelli della mia più lontana infanzia, sono in me un appassionato tempo presente”, scrive il poeta. 

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Il sogno finisce nell’estate del 1909. I genitori di Federico sono ambiziosi e vogliono per i loro figli la migliore formazione scolastica possibile (sono nati Francisco, nel 1902, e Concha, nel 1904). Quando giunge il momento in cui Federico deve cominciare la scuola media – a giugno compirà 11 anni – non resta che trasferirsi a Granada. 

Il giovane Lorca che qui si stabilisce ha ereditato in grado eccelso il talento musicale dei García. E i genitori si affrettano a cercargli un maestro di piano. Dopo qualche tentativo non felice, incontrano Antonio Segura Mesa, con il quale Federico fa tali progressi che a un certo punto sembra destinato a diventare pianista. Segura Mesa lo inizia anche alla composizione e alla “scienza folclorica” e Lorca scrive vari pezzi per pianoforte, celebrati dai suoi molti amici. 

Termina il liceo senza infamia né lode, sempre rimproverato dalla esigentissima madre (una insegnante, dopo tutto) e sogna il conservatorio di Parigi. Ma quando muore Segura Mesa, nel 1916, i genitori si oppongono perentoriamente alla sua carriera musicale. Dunque, si iscrive alle facoltà di Lettere e di Legge dell’Università di Granada. Qui il poeta conosce due professori che avranno un’influenza profonda su di lui: Fernando de los Ríos, titolare della cattedra di Diritto politico e deputato socialista di fresca nomina, e Martin Domínguez Berrueta, professore di Teoria delle Arti e della Letteratura. Con quest’ultimo compie viaggi di studio in Castiglia, León e Galizia (1916-17), e la sua vocazione si indirizza tempestosamente verso la letteratura. 

Con il passare del tempo, Lorca arriverà a credere che essere di Granada lo ha portato alla “comprensione simpatetica dei perseguitati. Del gitano, del negro, dell’ebreo… e del morisco che tutti ci portiamo dentro”, definendo la conquista della città da parte dei re cattolici Ferdinando e Isabella nel 1492 “un momento infausto anche se a scuola dicono il contrario”. Questa “comprensione simpatetica dei perseguitati” caratterizza l’opera lorchiana dalla prima all’ultima pagina.

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Gli amici di Lorca, che si danno convegno al Caffè Alameda, sono sorpresi nel vedere che Federico si va trasformando in un poeta e drammaturgo e saggista, pur senza perdere la passione per la musica. I suoi primi scritti rivelano la forte influenza di Rubén Darío, e non solo dei suoi versi: si è impregnato del fervore di un libro, Los raros, che contiene profili di scrittori decadenti francesi, fra cui Verlaine e Lautréamont. L’influsso di Darío è evidente nel primo libro, Impressioni e paesaggi (1918), frutto dei viaggi con Domínguez Berrueta, come pure nelle prime poesie.

La vasta produzione giovanile di Lorca, resa nota nella sua integrità solo nel 1993, esprime un erotismo profondamente inquieto: il creatore di queste centinaia di pagine di poesia e prosa si mostra ossessionato da un amore perduto, irrecuperabile, ed è convinto che sarà impossibile la felicità nel futuro. Soltanto un tema letterario? Così non pare. Il leitmotiv di una dolorosa separazione torna di frequente, ostinato.

L’autore di queste pagine emerge inoltre come un avversario convinto del nazionalismo patrio, del Dio giudeocristiano e della Chiesa come istituzione. In cambio, vi è una profonda identificazione con il Cristo amico dei deboli. Nelle sue prime poesie, Lorca non può evitare il contagio dell’appiccicoso pseudo orientalismo che da tanti anni infetta la lirica granadina. Ma ci riuscirà presto, con l’aiuto della tradizione poetica popolare, che è profondamente radicata nella sua sensibilità, e che già egli ricrea al piano. A questa tradizione allude di frequente nei suoi versi (“Chi ti insegnò il cammino/ dei poeti?/ La fonte e il ruscello/ della canzone antica”). In queste poesie precoci si avverte una forte tendenza drammatica, che parallelamente si sviluppa in brevi opere teatrali imbevute di panteismo e di inquietudine metafisica. In Lorca l’inclinazione per il teatro e l’inclinazione per la lirica nascono insieme, inseparabili.

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Con questi doni, e con l’ambizione artistica che li accompagna, non sorprende che gli aridi studi del poeta all’Università di Granada non abbiano esiti brillanti. Nel 1919 i genitori gli permettono di trasferirsi a Madrid. Qui prende alloggio nella famosa Residenza degli Studenti, dove ben presto stringerà amicizia, fra gli altri, con Luis Buñuel e con Salvador Dalí. Nella capitale l’impatto del granadino è immediato, e Juan Ramón Jiménez sentenzia che, se pota i rami della sua pianta lirica, sarà un grande poeta. Durante il primo anno di studi mette in scena L’incantesimo della farfalla, il cui protagonista, uno scarafaggio, prefigura gli amanti frustrati delle commedie successive. L’opera non piace. 

Federico García Lorca e Salvador Dalí nel 1925

A Madrid Lorca si trova benissimo. Si dedica a letture pubbliche e a incontri folclorici, conosce i giovani scrittori dell’ateneo ed entra in contatto con l’ultraismo nella persona di Guillermo de Torres, il quale, al pari di Jiménez, gli raccomanda una maggiore concisione. Frutto di tutte queste cose sono le composizioni migliori del Libro di poesie (1923), salutato calorosamente da Adolfo Salazar sul quotidiano “El Sol”. 

Di fronte al successo madrileno, Lorca non può non riconoscere di essere un giullare nato. nel 1922, con Manuel de Falla e altri amici, partecipa all’organizzazione del “Festival del Cante Jondo” a Granada. Non solo indaga la struttura musicale del cante, ma ne studia i testi, che gli producono una forte impressione per il fondo amaro e per il loro panteismo. La conferenza pronunciata nel 1922 sulle sue scoperte, come le poesie che confluiranno nel Poema del cante jondo, dimostrano come il poeta in poco tempo abbia fatto un salto qualitativo straordinario: Lorca possiede ormai la voce che è oggi universalmente riconosciuta, la voce del Romancero gitano

Termina gli studi in Legge, non quelli di Lettere, ma è ovvio che non sarà mai avvocato. Il padre deve mantenerlo e questo rappresenta un problema per la famiglia. Margarita Xirgu metterà in scena Mariana Pineda nel 1927, ma questo non risolverà la situazione economica del poeta. 

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Com’è il Lorca degli anni Venti a Madrid? Vi sono numerose testimonianze circa il suo carisma di trascinatore. Dalí, il grande amico patologicamente timido, parla nella sua Vita segreta della “irresistibile attrazione personale” di Federico e dell’invidia che egli prova per quel suo modo di brillare in società. Cernuda notava una contraddizione fra il “corpo opaco di campagnolo granadino”, la testa massiccia e il collo esile, gli occhi profondi, la voce un po’ roca. Molti amici di Lorca hanno ricordato l’espressione di quegli occhi memorabili, che lasciavano trasparire abitualmente malinconia, in contrasto con la sua poderosa risata. “Federico si astraeva molto. A volte rimaneva lunghi momenti senza parlare, assente dalla stanza, con lo sguardo vago, la bocca contratta e le sopracciglia inarcate” (Emilia Llanos). 

I “drammoni” lorchiani erano in rapporto con il sapersi rifiutato, in quanto omosessuale, in una società che non accettava assolutamente una simile “aberrazione” (tanto più la Granada “beota” di Antonio Machado)? O con l’essere costretto a passare la vita portando una maschera? Certo è che non si può comprendere Lorca senza considerare la sua omosessualità. Il poeta che ha letto diligentemente il De profundis di Wilde (nella traduzione di A. A. Vasseur) conosce dall’interno la tragedia dell’amore che non può dire il suo nome (benché disponga di molte risorse per mascherarla). Dice tutto la sua “Canzone della checca” in Canzoni (1927), con i vicini che sorridono maliziosamente mentre sulla terrazza il gay si orna “con un gelsomino sfacciato” e lo scandalo trema “rigato come una zebra”. 

Una delle poche testimonianze chiare in proposito è quella del pittore José Moreno Villa, braccio destro del direttore della Residenza, Alberto Jiménez Fraud: “Non tutti gli studenti lo amavano. Alcuni subodoravano il suo difetto e prendevano le distanze. Malgrado ciò, quando apriva il piano e si metteva a cantare, tuti abbandonavano le loro riserve”.

L’essere omosessuale, non c’è dubbio, rafforzò l’appassionata identificazione di Lorca con i perseguitati del mondo, con “quelli che non hanno niente e persino il niente gli viene negato”. E, naturalmente, con la donna, anch’essa vittima in una società maschilista. 

E gli amori di questi anni? Fra quelli che si conoscono: Dalí in primo luogo, e lo scultore Emilio Aladrén. Amori malcorrisposti entrambi, e insufficientemente documentati. Nel luglio del 1929, con il peso della rottura di questa seconda relazione, e ormai molto vicino al surrealismo, Lorca – già famoso autore di Romancero gitano, pubblicato l’anno prima con un successo travolgente – lascia per la prima volta la Spagna, in compagnia di Fernando de los Ríos, diretto a New York.  

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A New York il poeta è accolto a braccia aperte dalla colonia ispana e da un vecchio amico dei giorni eroici madrileni, Angel del Río, professore alla Columbia University, presso il quale Lorca è ospite. Federico ha pochi soldi, ma non gli mancano le amicizie. E se teme, malgrado gli amici, di deprimersi nella immensa metropoli, sa che lo aspetta un pubblico caloroso a Cuba, dove è invitato per una serie di conferenze. Vuole vivere fino in fondo l’esperienza yankee (e lo farà, ma senza imparare l’inglese). 

Manhattan è un orrore per il Lorca poeta, a causa della sua dismisura, del suo ritmo frenetico, del suo materialismo (ma vi trova una ammirevole energia). Ecco “la sfida impudica alla scienza senza radici”, l’assassinio della natura, la solitudine a dimensione cosmica. Un’anima come quella di Lorca non può non sentirsi assalita. Nelle poesie nordamericane esprimerà come non mai la propria immedesimazione con i deboli: la farfalla annegata nel calamaio, le creature schiacciate dalle automobili, l’albero a moncherini che non canta… e, soprattutto, con i negri, correlativo – lo intuisce presto – dei gitani del suo Paese, mitici nella visione di Lorca. 

Dopo New York, Cuba, che lo abbacina, l’isola intravista fin dall’infanzia sui coperchi delle scatole dei sigari che fumava suo padre. Le conferenze sono affollatissime, il successo straordinario. A Cuba, Lorca riesce a esprimere più liberamente la propria omosessualità. Lavora ansiosamente intorno al dramma Il pubblico, che termina poco dopo il ritorno a Granada, nell’estate del 1930. L’opera, scrive all’amico Rafael Martínez Nadal, è “di argomento francamente omosessuale. È, credo, il mio poema migliore”. Ma il “miglior poema”, anche per il contenuto, è “un poema destinato ai fischi” e, vivente l’autore, non sarà mai rappresentato. 

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Con l’avvento della seconda Repubblica, la vita spagnola assume un ritmo trepidante. Lorca si identifica pienamente con le aspirazioni culturali della nuova situazione politica e il governo gli affida la direzione del teatro studentesco “La Barraca”, che ha il compito di portare i grandi classici tra la gente che vive lontano dai teatri. In questo compito Lorca dà il meglio di sé. Non appena “La Barraca” dà inizio alle sue attività, la destra lo attacca violentemente e la rivista fascista “Gracía y justicia” si scaglia contro il poeta. 

Per Lorca la Repubblica significherà cinque anni di intensa attività e di sforzo creativo. Il successo de La calzolaia ammirevole gli ha indicato la strada da seguire per realizzare un teatro autenticamente suo. Successo e denaro verranno con Nozze di sangue (1933), che piace in egual misura ai critici più esigenti e al vasto pubblico. Nel viaggio che compie in Argentina e in Uruguay (1933-34), Lorca raccoglie i più bei successi della sua vita. Nozze di sangue, con Lola Membrives, riempie per mesi l’immenso Teatro Avenida di Buenos Aires.

Nel frattempo, la vittoria delle destre alle elezioni spagnole lo preoccupa molto. “Ai preti non piace la mia opera”, dice a un giornalista. Durante il “biennio nero”, l’impegno democratico di Lorca si manifesta pubblicamente in numerose occasioni. Alla prima di Yerma, nel dicembre del 1934, la reazione della stampa conservatrice è profondamente ostile. Lorca appare come il nemico della Spagna tradizionale e gli attacchi si fanno più violenti. All’odio si aggiunge un’invidia feroce.

Il poeta granadino non soltanto è sempre più famoso in Spagna e all’estero, ma fa guadagni con la sua opera. Quando Donna Rosita nubile ottiene un successo senza precedenti a Barcellona, sul finire del 1935, è il colmo. Per di più, la prima rappresentazione coincide con l’apoteosi popolare di Lorca in Catalogna, e della repubblicana Margarita Xirgu, amica di Azaña. “È chiaro che le destre prenderanno da tutto ciò il pretesto per la loro campagna contro di me e contro Margarita, ma non importa”, scrive a casa Federico. “Quasi quasi è meglio così, è meglio che si sappia una volta per tutte qual è il nostro campo. Oggi in Spagna non è possibile essere neutrali”. Aveva perfettamente ragione.

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Lorca si schiera pubblicamente per il Fronte Popolare nel corso della campagna elettorale. Nei mesi seguenti sottoscrive, spesso come primo firmatario, numerosi manifesti antifascisti, partecipa a manifestazioni della sinistra e dichiara la propria solidarietà con il popolo e la convinzione che è obbligo del teatro contemporaneo, e in primo luogo è obbligo suo, affrontare i problemi sociali che affliggono l’umanità. Per dare l’esempio, ha scritto una nuova opera rivoluzionaria, nella linea de Il pubblico

I risultati elettorali di Granada, che hanno dato la vittoria alle destre, vengono annullati dalle Cortes per i soprusi che sono stati commessi. Si indicono nove elezioni per il 3 maggio. Questa volta le destre non ottengono seggi. Con questo esito il fascismo riprende vigore. L’ostilità nei confronti di Lorca cresce alla pubblicazione di quella che sarà la sua ultima intervista, il 10 giugno, sulle pagine di “El Sol”. Nell’intervista, Lorca dice che a Granada “si agita attualmente la peggiore borghesia di Spagna”. Per questa intervista Lorca, “il finocchio col farfallino” (come lo chiamavano) è ormai un uomo segnato. 

Inorridito dall’assassinio di José Calvo Sotelo all’alba del 13 luglio, Lorca prende il treno a Granada e si riunisce con la famiglia alla Huerta de San Vicente, la mattina del 14. È profondamente turbato. Pochi giorni dopo avviene il previsto golpe militare. Il 20 si sollevano gli ufficiali della guarnigione e si impadroniscono della città, senza difficoltà e senza perdite. Subito comincia la repressione, tra le più brutali di tutta la zona nazionalista, con migliaia di vittime. Lorca cerca rifugio in casa dell’amico Luis Rosales, fratello di due falangisti molto conosciuti, ma è inutile: la “peggior borghesia di Spagna” viene subito informata del suo nascondiglio. Viene arrestato dall’ex deputato della CEDA Ramón Ruiz Alonso e condotto in Prefettura. La condanna? Tutto lascia supporre che a redigerla sia stato lo stesso Ruiz Alonso, spalleggiato da altri membri della CEDA di Granada. Il documento sottolineava, secondo Luis Rosales, l’adesione del poeta al Fronte Popolare, la sua amicizia con Fernando de los Ríos e la sua omosessualità. Pare certo che il prefetto, José Valdés Guzmán, si consultò con il generale Queipo de Llano e che questi diede il suo assenso all’assassinio (“dagli del caffè, molto caffè”). 

L’assassinio avvenne all’alba del 18 agosto – è la data più probabile – anche se può essere stato il 19. Il delitto fu consumato non lontano dalla Fuente Grande, nel territorio comunale di Alfacar, ai piedi di un olivo. A fianco del poeta andava il maestro del villaggio di Pulianas, Dióscoro Galindo González, e due banderillerosanarchici, Galadí e Cabezas. Qualche ora dopo, uno degli assassini, Juan Luis Trescastro, si vantava a Granada di aver torturato il poeta sparandogli “due pallottole in culo perché era una checca”. Così morì Lorca “nella sua Granada”. La sua opera resiste ancora, immortale. 

Ian Gibson

*Ian Gibson, nato a Dublino nel 1939, ha dedicato gran parte dei suoi studi a investigare la vita e l’opera di Federico García Lorca. Tra i libri editi in Italia ricordiamo “García Lorca” (Einaudi, 2002) e “La morte di Federico García Lorca” (Feltrinelli, 1973; Ghibli, 2019). Il servizio che qui si ricalca in parte è uscito in origine su “Poesia” (n. 117, maggio 1998): mantiene una freschezza e una dote di dati da sconfiggere ogni enciclopedia digitale. 

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