La figura di Inoue Yasushi, inafferrabile, è forgiata nel frainteso. Ciò che di lui è tradotto in Italia – per lo più per Adelphi – ce lo fa apparire come uno scrittore ‘da camera’. È vero, basta Il fucile da caccia, il breve libro d’esordio uscito nel 1949 e che gli consentì il Premio Akutagawa, di tremebonda bellezza, a fare di Yasushi uno scrittore ineluttabile, tra i grandi del canone nipponico (quel libro va letto insieme al Paese delle nevi di Kawabata, La chiave di Tanizaki e Trastulli di animali di Mishima).
Gli altri libri – la raccolta di racconti Amore e Ricordi di mia madre, ad esempio – confermano l’assunto assoluto: Inoue Yasushi è scrittore che sa insinuarsi come pochi negli interstizi del cuore umano, con felina perizia; è un delicatissimo e ferocissimo anatomista delle emozioni; un geografo del non detto.
Nato nel 1907 ad Asahikawa, cresciuto a Izu, laureatosi a Kyoto con una tesi su Paul Valéry, Inoue Yasushi ha fatto di tutto per confondere le proprie tracce, per inabissarsi nella scrittura. Figlio di medici, si è dato al giornalismo. Da ragazzo, praticava judo: con la stessa marziale dedizione si è impegnato nell’arte della scrittura. In effetti, i suoi libri hanno una ‘gestualità’ di rara coerenza: apparentemente ‘facili’, mettono trappole nei meandri della psiche, conquistano per improvvisi mutamenti di fronte. Yasushi è uno scrittore in agguato: costruisce orizzonti pacifici, in virtù della tigre. C’è qualcosa di lietamente predatorio nei suoi libri.
Morto nel 1991, Inoue Yasushi è noto nel suo paese soprattutto per i romanzi storici. Uno di questi, Morte di un maestro di Tè (uscito per Skira nel 2016) è stato tradotto da Kei Kumai in un film di successo: nel 1989 ottenne il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia. Il più celebre tra i romanzi storici di Inoue Yasushi s’intitola Aoki okami, che significa “Il lupo blu”: pubblicato a puntate su rivista poi raccolto in libro nel 1960, racconta la storia di Gengis Khan. In Giappone è forse il libro più noto di Yasushi, ne hanno tratto una serie televisiva e un film: è stato oggetto di aspra discussione perché ha spostato l’asse della riflessione sul ‘genere’. In Italia, è ancora inedito: nel 2008 Joshua A. Fogel lo ha tradotto per la Columbia University Press come The Blue Wolf.
Nelle pagine che Inoue Yasushi ha scritto per ‘giustificare’ il romanzo – che ha superato le cinquanta edizioni – lo scrittore parla di una fascinazione verso la storia dei Mongoli iniziata da quando aveva dieci anni; paragona la Storia segreta dei Mongoli – cronaca di brutale nitidezza, introdotta in Italia da Fosco Maraini – al Kojiki, il libro aurorale della mitologia nipponica, composto nell’VIII secolo.
“Se Gengis Khan non fosse apparso in questo mondo, la storia dell’Asia sarebbe stata totalmente diversa. Si dice che Napoleone abbia dichiarato: ‘La mia vita non è stata neanche lontanamente grandiosa quanto quella di Gengis Khan’. È stato quel grande condottiero a tramutare un popolo impoverito, disperso nel vasto e impervio altopiano mongolo, costantemente impegnato in piccole lotte fratricide, nell’erede del lupo blu. Soltanto grazie all’apparizione di Gengis Khan i Mongoli divennero un popolo diverso, tra tutti eccezionale”.
La scaturigine romanzesca fu, in sintesi, questa: avventura nello sconosciuto.
“Non avevo interesse a intessere il racconto eroico di un uomo che in una generazione aveva costruito uno stato immenso, tra Europa e Asia… Desideravo descrivere le origini segrete del suo travolgente – e incomprensibile – desiderio di conquista. […] Ho cominciato a voler scrivere di Gengis Khan quando ho capito che era quasi impossibile comprenderlo. Quando si sa tutto di un soggetto è difficile che nasca il desiderio di scriverne. La ragione per cui ho voluto scrivere di Gengis Khan è che restano dei punti oscuri, nella sua vita, dei tratti indecifrabili: la radice della sua ambizione, il mistero che la circonda”.

In calce, abbiamo tradotto la prima porzione del quarto capitolo del libro “Temüjin diventa Gengis Khan”: è un momento-apice, l’istante in cui i Mongoli, dopo aver piegato i Naiman, hanno consapevolezza di essere uno stato, di potere tutto. Dei loro cavalli si diceva fossero lupi: avidi di carne e di razzia come i loro padroni. Chissà, in un mondo parallelo, le astrali tigri azzurre di Borges, buddiste coi denti, dialogano con il lupo blu di Yasushi. Bisognerebbe passare la vita a ricamare bestiari umani – ricondurre ogni essere alla sua origine, dare zanne all’inerte alfabeto.
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Quando Temüjin divenne Gengis Khan
Il ritorno di Temüjin all’accampamento fu trionfale: la conquista dei Naiman avvenne nella primavera del 1206. Con la sconfitta dei Naiman, Temüjin riuscì a pacificare tutti i popoli che avevano innalzato insediamenti nell’altipiano mongolo. Ora era il detentore del potere – l’unico re sull’altopiano.
Poco dopo il ritorno a casa, Temüjin brandì un vessillo a nove code bianche, fuori dall’accampamento, posto sulle rive superiori dell’Onon: il nove è un numero divino per i Mongoli, il bianco è colore di buon auspicio. Era essenziale dichiarare a tutti i popoli sparsi per le valli che era lui, Temüjin, ora, il khan della Mongolia. La cerimonia fu grandiosa e solenne. Appena un mese prima, quel luogo era teatro di un tetro disordine.
Pressoché ogni giorno, da ogni luogo dell’altopiano, giungevano beni e cavalli; in molti erano impegnati a costruire tribune per il pubblico previsto. Le donne preparavano il cibo. Diverse dozzine di calderoni erano allineate a terra; carne di montone pendeva da lunghe rastrelliere. Poco distanti: un numero straordinario di catini pieni di latte di giumenta fermentato, coperti da un telo. Mancavano pochi giorni all’evento e l’accampamento era pervaso dall’aroma del latte e del grasso di agnello che bolliva. La tenda di Temüjin era issata così in alto che pareva librarsi in cielo: in cima, la finestra, vista dal basso, pareva irraggiungibile e minuscola. L’evento si sarebbe tenuto di fronte alla nuova tenda di Temüjin. L’immenso stendardo a nove code sventolava brandito dal vento di maggio.
Il giorno solenne, migliaia di persone si accalcarono nell’area antistante la grande tenda. Sulle gradinate si assieparono le genti, giunte a frotte, per assistere al raduno. All’ora stabilita, Temüjin prese il suo posto. Alla destra c’era la madre, Ö’elün, la moglie, Börte, e i quattro figli: Jochi, Cha’adai, Ögedei, Tolui. Di spalle, spiccavano le concubine, numerose. Soltanto a Qulan era stato assegnato un posto in prima fila; gli orfani cresciuto da Ö’elün – Shigi Qutuqu, Boroghul, Küchü e Kököchü – erano ormai uomini vigorosi: stavano assiepati anche loro nelle retrovie.

Alla sinistra di Temüjin c’erano i fratelli minori – Qasar, Belgütei, Qachi’un, Temüge e Temülün – al loro fianco gli alti funzionari, Bo’orchu e Jelme, seguiti dai comandanti, Chimbai, Chila’un, Jebe, Muqali, Sübe’etei e Qubilai Noyan, e dagli anziani, Münglig e Sorqan Shira. Il sommo organo decisionale composto dai vari capi mongoli, il Quriltai, fu convocato in forma ufficiale. Gli anziani dei popoli decisero di eleggere Temüjin sovrano della Mongolia. A quel punto, gli anziani urlarono: “Gengis Khan, Gengis Khan, Gengis Khan!”.
Quello era l’appellativo per il khan, per il sovrano della Mongolia, che veniva rispettosamente offerto a Temüjin. Significava: magnifico. Da quel momento in poi, tutti gli insediamenti dell’altopiano mongolo si unirono nel nome Mongolia. Gengis Khan si alzò dal suo posto. Si alzarono acclamazioni. “Gengis Khan, Gengis Khan, Gengis Khan!”.
Tutti, a squarciagola, gridarono il nome “Gengis Khan”. Egli rispose alzando la mano.
Aveva quarantaquattro anni. I capelli erano per metà grigi, ma i baffi e la barba erano ancora neri. Non era più un ragazzo: il corpo, taurino, mostrava segni di cedimento. Tuttavia, Gengis Khan era pervaso da una vigorosa volontà, nuova. La Mongolia aveva ormai assunto la statura di uno stato. Ora avrebbe potuto sfidare i suoi acerrimi rivali, i Jin, su un campo di battaglia: qualcosa di impensabile fino a pochi mesi prima.
Assediato dalle voci che lo acclamavano, Gengis Khan tentò di vedere con la mente il proprio stato. Non era più un piccolo territorio che si estendeva oltre i monti Altai fino alla catena dello Xinjiang. Dalle zone intorno al lago Baikal, a nord, la sua terra attraversava il deserto del Gobi e si estendeva fino al Grande Ovest cinese. Quasi due milioni di nomadi sparsi sulla vasta distesa dell’altopiano mongolo: i loro rappresentanti, ora, erano lì, insieme, e lo acclamavano come khan, come loro grande sovrano.
Se lo avesse voluto, Gengis Khan avrebbe potuto radunare i nomadi e varcare la Grande Muraglia. Lo avrebbe fatto perché era il discendente del lupo blu.
Il cielo era aperto e limpido. La luce del sole cominciava a farsi sempre più forte. Di fronte a lui, il tumulto. Doveva tenere il primo discorso da khan. Agitò la mano. La folla non si zittì. Un ebbro entusiasmo la scuoteva.
“C’era un lupo blu nato per decreto celeste. Incontrò una cerva bianca in un grande lago, a Ovest. Dall’unione di queste due creature nacque Batachiqan, l’antenato dei Mongoli. I Mongoli sono gli eredi del lupo blu. I ventuno popoli che si sono uniti oggi su questo altopiano come un’unica forza sono gli eredi del lupo blu. Per vostro desiderio ho accettato la carica di khan. Come un branco di lupi, dobbiamo attraversare i monti Xing’an, l’Altai e il Tianshan e i Qilian. Dobbiamo farlo per rendere nobili e rispettabili tutti gli accampamenti dell’altopiano. Dobbiamo spalancarci vie più ricche, per avere piaceri più ricchi e creare un’opera mai immaginata prima. Se vogliamo questo, sapremo vivere in case e seguire le greggi senza muoverci dietro di loro. Il vostro nuovo khan vi impartirà ogni sorta di ordine per pervenire a questo scopo. Abbiate fiducia in me! Seguitemi, coraggiosi, feroci lupi del nuovo stato mongolo!”.
[…] La terza notte di festa, Gengis Khan vide alcune donne vestite con abiti logori che danzavano muovendo le mani in un modo particolare. Erano vecchie: il loro canto e la danza riguardavano il condurre al pascolo le greggi. Non si stancavano di ripetere e di rimodulare quella litania. Gengis Khan si rese conto, con una certa inquietudine, che quei movimenti gli si imprimevano nel corpo. Quelle donne erano povere, sgradevoli: il loro aspetto non era simile a quello della cerva bianca. Quelle donne, pensava, avrebbero dovuto indossare abiti più belli e ballare altre danze.
Nella tenda, Gengis Khan continuò a essere turbato. Fu sopraffatto dalla certezza che i mongoli avrebbero dovuto essere addestrati con maggior dedizione, come i lupi, e che le donne mongole dovessero essere adornate degli abiti più belli, raffinati, come le cerve.
Inoue Yasushi