“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat generazionali. Beati siano i beat romani.
Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.
Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.
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Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione – mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del verbo quirite.
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Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino, antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si compie, a Roma, il verbo.
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Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat. Poesia demercificata, gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.
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Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale.
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Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost generation. Duello al cesello – beat generation.
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Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi. Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca un presente già passato, superato.
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Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso – egli, non va in ufficio.
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Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.
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Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano, bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.
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Roman Beat Generation – è una preghiera.
Fabrizia Sabbatini
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Ninfa Egeria
Brucia i soldi segui il cervo di Thoreau guarda Termini la notte di Natale Monte Cavo a luce astrale ‒ i Campi d’Annibale nella neve ‒ Malaparte giocava a cricket dai Quintili; scendono fulmini nelle slavine ostili. Corri dietro al cervo di Thoreau, pigne sulle conifere ruscelli albini; brucia i soldi di Natale, scaldati in questa notte coi flipper nei bar a Termini fra le slot e Tangeri. Ricama il freddo nei suoi astri grigi il bambino, mangia sabbia invernale e sta male sulla spiaggia e nei pozzi artesiani, con le mani paga ricordi ligi, ruota l’occhio destro al diluvio universale: sempre quello nuovo. Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒ l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale d’alluminio ‒ accetta te stesso o sei finito. Rimbaud era un maratoneta vado dietro a un alpaca nella campagna estatica: sono pericoloso quando scrivo della mia pratica, disegno itinerari fra gli spettri e la seta, allargo la cassa toracica dell’esegeta; volevo solo scintillare da un’amica, l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.
Edoardo Piazza
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Un’altra storia
“April is the cruellest month”
C’è una vita, c’è la firma della pietra sulla tempia, c’è la tempia, c’è la forma della testa: madre Roma – c’è la Storia che divora una storia: un’altra storia.
C’è un fratello, il primo Re, c’è il budello di quell’altro (il coltello in mezzo al bianco) c’è la Lupa, c’è la Legge sopra i marmi che scolora una storia: un’altra storia.
C’è il mondo tutt’intorno che crolla e si rammenda sotto i colpi di martello di una rima sempre in -oria – lo scalpello della Storia
che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento
in una Roma oltre la gloria tra segni e gesti di memoria da raccogliere e per sempre poi disperdere, o salvare per ridare ancora al Tempo il tempo di sbagliare.
E alla Storia un’altra storia da tornare a masticare.
Sacha Piersanti
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Gli alberi non hanno mai dimenticato.
Io ho una memoria breve. Ma come albero ho conosciuto una lingua: vorrei imparare a scrivere sopra le cortecce. Le foreste sono capaci di parlare. Ci sono storie che hanno radici dove si volta la paura: forse è la felicità restare piantati sugli scaffali di una foresta.
Antonio Merola
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Non essere Eco, non essere eco, fiume del mondo, spazio. Ferma la caduta nel fermare il riflesso, orienta l’organon, orienta l’organare degli ulivi, delle querce secolari, non parlare, non dire, nascondi e fuggi, torna e fuggi, lotta. Non essere cieco, non essere il nulla che acclari. Combatti. Mi dirai tu, Signore, la vanità della lotta, la caduta nel superbo, l’occhio di un cervo balbo. Stai alla larga dalle fonti, trasformale in canti.
Ilaria Palomba
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I tuoi morti sono i miei morti.
Davvero spari ancora?
I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti – dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti, raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni, di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di carbone.
Davide Cortese
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Mi viene incontro Milan Kundera mentre Roma accende i soffitti delle stanze e un passante perdendosi nella sua estraneità lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre in gola stilla una fontana di gloria, di colpo gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica. Alla fermata la vettura sosta e ti preleva prima di sputarti al tuo destino di risalita con in una mano ancora segni da decifrare e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli. Ogni cosa sta da prima dello sguardo.
Simone Di Biasio
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4’33’’
E quindi il silenzio non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto da quei venti decibel scarsi al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica. Nessun prima né un dopo. Solo un range entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione – eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito: nella camera anecoica, non sentì altro che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva come fosse possibile percepire anche solo quei due suoni in una tale situazione. Uno era il sistema nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue che seguiva la libera circolazione. È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare che sotto l’osso dello sterno non si fermino i costanti processi delle strutture portanti.
Ho provato a cercarlo, il silenzio. In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza; nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.
Non c’è modo però per dire quanto vile sia il trattare ciò che manca come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.
Arianna Vartolo
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Alcune iscrizioni mostrano un cerchio all’estremità della terra. Altre una mezzaluna e certe sagome di cervi neri che passano e rivolgono l’una contro l’altra le croci sul sentiero. Hai sentito la pietra scricchiolare, la pietra del tempo scollata dall’Origine, i flutti limacciosi in cui si generano creature senza nome, il loro nido negli incubi dell’Occidente. Sono i segni di folle di passaggio, carovane, segni polverosi per gli Anni del Macello, l’Orsa annerita agli angoli del Carro, la polizia che lascia i cani digiunare e lancia nelle cucce le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.
Mattia Tarantino
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Sara ha paura dell’occhio. La mia fortuna è di poterla osservare da vicino. Sale lo sguardo dal letto
al giardino e nei sobborghi la notte ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno ostile di dire in tre lingue. Di dire in tre lingue o di partire.
Al mattino la palpebra richiude ma adesso distingue quattro serrande
fitte di luce: intanto la voce è incline a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.
Federico Savelli
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Fermo immagine
C’è sempre il sole in questa città, un sole che lacera e taglia in due, il sole che addensa le ombre. Dove si nasconde il tempo da queste parti? Tutto resta esposto. Tutto resta sospeso. Tutto resta addosso. Fermo immagine. Il colore stinge. Roma scioglie ogni cosa.
Olivia Balzar
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Esche vive gettate nel fiume appese al galleggiante ritorte sull’amo, la rete del tempo il suo disfacimento, titoliamo Alla transitorietà dei corpi la loro precarietà. Attendo il mio invecchiare di tedio le mie rinvigorite rughe le ansie che non fan dormire, eppure vorrei riderne so far ridere e sorriderne a mia volta, a crepapelle, a squarciagola, lungo le fratture del vivere sotto i cipressi della vegliata morte, l’orrore vacuo d’esser nato. Ho i denti rotti le unghie strappate “c’è chi ha in mano la sorte e chi un mare disperato”, vago tra chiese ormai defunte, oscilla postuma sull’altalena la mia ombra appesa.
Claudio Zuccaro
*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819