15 Novembre 2024

“Siamo così indifesi a volte. Siamo come bambini che si sono perduti nei deserti”. Piccolo discorso su Ingmar Bergman e la via dell’amare

Durante i primi secondi domina il pianto, malinconico e greve, di un violoncello. Sulle sue note si staglia nello schermo uno specchio d’acqua scura e tremula, su cui una fitta nebbia s’infonde. Nei suoi riflessi si scorgono confusamente i contorni di una scogliera, poi forse un pontile, e una casa dalle pareti bianche. Sono questi i confini del luogo in cui Ingmar Bergman ha deciso di girare il primo film della sua cosiddetta “trilogia religiosa”. Si tratta dell’isola di Fårö: piccolo lembo di terra in mezzo al Mar Baltico poi divenuto caro all’autore, che l’acquistò, per farne residenza di vita, di lavoro, e infine di morte. In una intervista dice della sua Itaca:

Capitai in questo paesaggio di Fårö, con la sua assenza di colori, la sua durezza e le sue proporzioni straordinariamente ricercate e precise, dove si ha l’impressione di entrare in un mondo che è esterno, e del quale non siamo che una minuscola particella, come gli animali e le piante. Come sia accaduto non lo so, ma qui ho messo le radici e ora credo che la mia vita abbia nuovamente delle radici.

In questa isola Bergman girò il film. Il titolo, Come in uno specchio, riprende il famoso passo della prima lettera ai Corinzi in cui Paolo dice:

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Fårö è il mondo: un labirinto di specchi, di rifrangenze. Qui anche la nuda roccia trema, vibra.

*

Dopo le prime acquatiche inquadrature la musica lascia spazio al vociare scherzoso di quattro figure, che dal mezzo di un mare piatto su cui il sole tramonta risalgono verso la riva. Sono questi gli unici quattro personaggi che animeranno il breve dramma da camera. David è più un romanziere che un padre di famiglia. Vedovo, apparentemente si cura solo del suo successo: nella sua vita non c’è spazio per il dolore, per “gli altri”, a meno che questi possano essergli utili a scrivere. I suoi due figli sono lo scorticato frutto di questo egoismo: il giovane Minus cerca ancora di tener saldi i confini del suo fragile mondo, per vedere se può viverci dentro. Guarda al padre con oscillante rancore e malinconia: il desiderio d’essere amato e l’odio bruciante d’essere rifiutato. D’un tratto sembra lanciare un timido appello d’aiuto, un dubbio che gli si è instillato nel cuore: “mi domando se tutti vivano chiusi in se stessi, nel proprio mondo, ognuno la sua cella”. 

Al fianco di Minus c’è la sorella maggiore Karin, una donna ormai. Lei non sembra essere affetta dai dubbi e dalle inquietudini del fratello. Meglio, forse: le sue speranze e paure le ha traslate altrove, in un immaginifico mondo verso cui sempre più si dirige nella sua psicosi. Essere dai gesti oscuri e segreti è Karin, una maga circe, allo stesso tempo trappola e intrappolata. La sua figura si muove danzante ed ipnotica davanti alla camera, ammicca all’obbiettivo, sembra invitare chi l’osserva ad entrare e partecipare al suo gioco.

Infine, in opposizione a Karin, c’è il marito, Martin. Questo medico lucido e composto sembra l’unico ad essere escluso dal triangolo di solitudini. Il suo mondo “semplice, chiaro e umano” (come lui stesso lo definisce) non sembra essere in grado di contemplare sentimenti così complessi. L’unico amaro assaggio che la vita gli offre è la malattia della moglie: il conturbante, una screziatura in un quadro geometricamente perfetto. Martin è sinceramente, umanamente innamorato di lei, non riesce però a comprenderne le visioni, e lei per questo non può far altro che allontanarsi da lui.

*

Fata o strega, empia o santa, sana o pazza. Un confine difficile da tracciare quando si parla di Karin, la sua malattia mentale è il perno su cui la trama si avvita. Il marito Martin ce ne parla fin da subito, in un’accorata dichiarazione di amore misto a preoccupazione fatta al suocero David: “sai ho pensato alla situazione, e ho capito che amo Karin più della mia stessa vita, comunque finisca”. Ma il mondo di Karin è una selva in cui si inizia ad entrare poco a poco; solo verso la metà del film lei decide di far del fratello il suo più intimo confessore. Rimasta con lui sola sull’isola, ella lo porta nell’abbandonata stanza del casolare e lì, appoggiata contro la parete, gli rivela le sue visioni e allucinazioni:

Un giorno, qualcuno mi ha chiamata da dietro la carta da parati. Allora ho guardato dentro lo sgabuzzino ma non c’era nessuno. Quella voce però continuava a chiamarmi, io mi sono serrata contro la parete ed essa ha ceduto come un foglio. Ed ero là dentro. […] Mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano lui che deve arrivare, ma senza nessuna ansia. […]. A volte provo un’ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprirà e tutti si volgeranno verso di lui che si fa avanti […] Nessuno sa niente di preciso, ma io credo che sia Dio, Dio stesso che debba apparirci. Sono certa che sia lui a venire fra noi, attraverso quella porta.

Karin è – un po’ come Johannes nell’Ordet di Dreyer – la “folle in Dio”. Ma questo Dio che le si deve rivelare da dietro la parete sembra, invece che avvicinarla, allontanarla; lacerarla invece che unificarla:

Dio scende dalla montagna attraverso il bosco tenebroso mentre intorno le fiere guardano nel silenzio. Dev’essere la realtà. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell’altro senza che io possa impedirlo.

Siamo così indifesi a volte, nemmeno io riesco a spiegarmelo. Siamo come bambini che si sono perduti nei deserti, le civette gridano e ti fissano con i loro occhi gialli. Senti un fruscio sommesso e un cauto mormorio attorno a te, e un annusare leggero di umidi musi. E poi le zanne dei lupi.

Non si può vivere in due mondi, bisogna scegliere. Non ho più la forza di passare continuamente dall’uno all’altro. Non posso andare avanti così, odiando.

Da una parte il mondo (profano e malvagio, disgustoso e tremendo), dall’altra il Regno che deve arrivare; da una parte il corpo dall’altra lo spirito; da una parte Dio dall’altra gli uomini. Confini di due mondi che continuamente ribaltano l’uno nell’altro. Karin danza pericolosamente su questo crinale, sulla lama affilata di un’escatologica attesa.

*

I fili che il regista ha intessuto si tirano fino a spezzarsi, l’equilibrio precario s’infrange, l’attesa del cuore finisce: Dio arriva, arriva. Karin lo sa, per questo si prepara, s’imbelletta, s’agghinda. Avvolta come una santa nel suo bianco vestito di seta, una collana di perle a incoronarle il collo, s’inginocchia nel suo santuario ed attende a mani giunte che il suo Dio arrivi e finalmente la prenda, la salvi da quel bosco di fiere in cui anche lei, come gli altri, era finita. E questo Dio lo vediamo anche noi, come di riflesso, negli occhi di lei. Ma non s’odono né cori né angeliche voci, né luci divine e cristalline acque si dipingono negli occhi di Karin. Invece, lo sguardo etereo di lei si rompe sconvolto in un grido. Il sogno s’infrange: la sposa, l’eletta, scappa rifugiandosi in un angolo della stanza, coprendosi il volto e strillando d’orrore. Quel Dio, quel Dio in cui per tutto il tempo anche noi avevamo sperato e che così a lungo avevamo atteso è arrivato, ma non era altro che un grosso ed orribile ragno. La scena, le grida, lo sguardo di lei, sono un coltello piantato al centro del petto. Tutto il terrore e la condanna del mondo vi sono dipinti, tutto il male, la morte e la solitudine che in esso ci attende. Niente ci salverà dopo la traversata di quel bosco scuro; vi si troverà solo una parete fredda, e un Dio dai metallici occhi di ragno.

Quella notte, dopo aver visto il film, non sono stata capace di chiudere occhio, e la mia mente continuava a tornare, in modo ossessivo, a quell’orribile scena che mi si era impressa negli occhi come un’inquietante promessa. Iniziavo a nutrire il tremendo sospetto che le mie speranze avrebbero fatto la medesima fine di quelle di Karin, e mi sentivo come in una crescente e pericolosa sovrapposizione con lei, la follia della sua speranza alleggiava su di me come una condanna.

*

Non avevo, tuttavia, prestato abbastanza attenzione. Un’altra speranza, infatti, più silenziosa e lieve, si era fatta strada tra i solitari personaggi di Bergman, e nel suo cuore aveva già instaurato un Regno, fragile e tremendo.  La verità sussurra dolcemente, non grida per le piazze. È – come già un piccolo e nobile cuore era stato capace di dire – “invisibile agli occhi”. In questo film essa prende lentamente corpo negli occhi scuri e dolci del padre di Karin. Questo narciso solitario e stanco svolge in retroscena la sua passione (crocifissione e resurrezione). Il sospetto è destato fin dall’inizio, quando le malinconiche conversazioni di una cena familiare (gli sguardi tristi e traditi, le parole cadute nel vuoto) lo portano ad appartarsi, e nella sua piccola stanza accasciarsi su se stesso, per piangere sommessamente. Un dolore sconfinato e dolce inizia ad abitare l’animo dell’uomo.

La confessione di Lazzaro la si ha quando David, rimproverato da Martin per la sua noncuranza nei confronti dei figli, ammette le sue colpe, che ora finalmente lo trapassano. L’anima si lascia trafiggere, ferire – solo lei sarà salvata. David allora (il monolitico, l’intoccabile) racconta a Martin la sua “notte dell’Innominato”:

“Ti racconterò una cosa: laggiù in Svizzera avevo deciso di suicidarmi, volevo gettarmi con l’auto dall’alto di un burrone. Con fredda calma lasciai la città, cominciava a imbrunire, la vallata era quasi al buio. Non provavo alcun timore o il minimo pentimento. Mi diressi sul precipizio a tutto gas, ma il carburatore s’ingolfò. Di colpo frenai come un automa, la macchina slittò sulla ghiaia e rimase sospesa con le ruote anteriori nel vuoto. Mi trascinai fuori dall’auto e presi a tremare in tutto il corpo. Fui costretto a sedermi contro la parete rocciosa al di là della strada, con un senso di oppressione che mi mozzava il fiato”.

“Perché questa confessione?”

“Semplicemente per convincerti che non ho più alcuna ragione di fingere. La verità non si rivela con le catastrofi. […] Dal mio animo vuoto sbocciò qualche cosa che non ho quasi il coraggio di nominare. Un amore, per Karin, per Minus, per te. Un giorno forse ti dirò tutto, adesso non ne ho il coraggio. Ma se tutto sta come io spero, avremo il tempo di riparlarne”.

Il Dio di David non entra regalmente dalla porta, piuttosto passa silenziosamente attraverso una ferita, per circonfonderla di luce, crosta della resurrezione:

Devo chiederti perdono Karin… ho la nausea quando penso al tempo sacrificato alla mia cosiddetta arte. Tua madre morì ma il mio primo successo fu più importante della sua morte. Ne gioivo segretamente, eppure amavo tua madre, anche se in modo egoistico. Non feci che scappare. […] Vedi Karin, si traccia un magico cerchio intorno a noi, escludendo tutto ciò che può compromettere i nostri intenti. Ma quando la vita spezza il cerchio questi intenti si rivelano meschini e insignificanti. […] Povero papà, costretto dalla vita a vivere nella realtà.

Il Dio di David, a differenza di quello di Karin, “costringe a vivere nella realtà”, a guardarne le ferite e piangere sopra di esse, nella segreta speranza che dalle lacrime possa germogliare qualcosa. David non attende, non spera un altro mondo, un paradisiaco Eden che dia lo scacco a questo, ma spera in questo mondo, l’unico possibile. Lui sa che non vi è redenzione se non di questo mondo, e resurrezione se non di questa carne: è la promessa che ogni bassezza, ogni pianto solitario e disperato, ogni meschinità e menzogna, sarà salva.

E David è abbastanza attento da capire che anche nell’animo di Karin, in fondo, quel Dio si sta facendo strada. Solo che questa volta non passerà dalla soglia della porta, ma dal profondo del suo cuore, il solo ingresso praticabile (“Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”, Gv 4,24). Gli dei fuori di esso non possono essere altro che idoli, dei-ragni. Nella bellissima scena finale, un Minus sconvolto dagli avvenimenti cerca rifugio nel padre. Sullo sfondo, al di là della finestra, un sole abbagliante s’infrange sul mare:

“Ho paura papà. Quando nel relitto ero avvinghiato a Karin, tutta la realtà è esplosa, e io ne caddi fuori. È come in un incubo: tutto può accadere papà, tutto. No, non posso vivere in questo nuovo mondo”.

“Ah sì che puoi, se avrai qualcuno su cui sostenerti”.

“Chi secondo te? Un Dio? Dammi una prova di Dio”.

“Posso darti solo una pallida idea delle mie speranze: Dio è la certezza che l’amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini. […] Ogni genere d’amore, il più elevato e il più infimo, il più oscuro e il più splendido; ogni specie d’amore. Il desiderio e la repulsione, miscredenza e fede. […]”.

“Per te amore e Dio sono la stessa cosa allora?”

“Questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione. Di colpo la miseria è diventata ricchezza, e la disperazione speranza. È come essere graziati Minus, in punto di morte”.

“Papà, se è vero ciò che dici allora Karin è tutta circondata da Dio”.     

Anche Simone Weil, prima di Bergman, è stata capace di esprimere questa verità della crocifissione con parole altrettanto dolci, di una bellezza assoluta:

Dio ha creato per amore e a fin d’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Ha creato esseri capaci d’amore a tutte le distanze possibili. Alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso, perché nessun altro avrebbe potuto farlo. Questa distanza infinita tra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Questa lacerazione, alla quale l’amore supremo sovrappone il legame della suprema unione, risuona in perpetuo attraverso l’universo, in fondo al silenzio, al pari di due note separate e insieme fuse, al pari di un’armonia pura e straziante. È questa la Parola di Dio. La creazione intera non ne è che la vibrazione. […]. Coloro che perseverano nell’amore percepiscono questa nota anche in fondo alla decadenza in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento essi non possono avere alcun dubbio.

Tutti i personaggi, si direbbe, sostano sulla soglia di una messianica attesa, la magica Fårö è una bergmaniana Gerusalemme, sala d’attesa del Regno di Dio. Ma lo sguardo degli astanti è rivolto in punti diversi: per Karin quel messia e la salvezza arriveranno da davanti a lei, Dio farà trionfalmente ingresso dalla porta; per David invece questi è in qualche modo già entrato, già abita segretamente nel suo animo, sotto forma di un amore malinconico e lieve, e una compassione silenziosa per tutto ciò che di quel “già” non ha ancora potuto fare conoscenza. Si direbbe che il cuore di David sia già immerso nel Regno, e che da quel magico luogo guardi il resto del mondo in attesa che anche lui si desti dal sonno, e finalmente possa aprire gli occhi. Ma egli non guarda il mondo né dall’alto, né da fuori – con tacita e arguta arroganza – bensì dall’interno, invitando pazientemente e dolcemente ad entrare. Gesù stesso del resto lo dice agli apostoli: “siete nel mondo ma non sono del mondo” (Gv 15,19).

Per questo Karin alla fine potrà, forse, guarire. Se non altro ce ne sarà la speranza. E non sarà un fantomatico Dio – regale ed austero, circonfuso di luce e vestito di bianco – a salvarla (quel Dio può condurre solo alla follia e alla violenza, di cui infatti Karin si farà macchia). La salverà invece quell’altro Dio, più silente, efficace, che si fa strada passando dal cuore, e si manifesta nel prossimo: quando spezza il pane e versa il vino. Nello stesso modo si può nutrire e praticare la speranza che questo mondo (incerto, fragile, malconcio) sarà salvato. Questa salvezza sorge prima nel cuore dei singoli (di un David solo, straziato, lacerato) e poi attraverso di loro nel mondo. Una salvezza che non passa per questo piccolo pertugio che è il cuore dell’uomo non potrà generare altro che odio, violenza e dittatura.

*

Ogni uomo, io credo, si trova in questa attesa. Carica di speranza a tratti, più spesso forse di timore. Non sto parlando, necessariamente, della speranza di Dio, ma di quella, più elementare forse, d’essere amati, in eterno. E a me pare che ogni cosa dietro di sé non nasconda altro in fondo se non il desiderio dell’amore, e la paura della morte (che altro non è se non la fine dell’amore). Tutta la poesia non parla che di questo. Queste due forze (opposte ma complici in realtà) si avvitano nel segreto su ciascun individuo, ogni giorno, finché questi non si lascia spingere fino all’angolo estremo, in cui è costretto a compiere la scelta: se saltare in un atto di fede, cedendo alle speranze del suo cuore; oppure rinunciare, lasciarsi cadere nell’abisso.

A me pare che se si presta abbastanza attenzione, e si va oltre il velo che per la maggior parte del tempo è steso sopra le cose, sui volti degli esseri umani non si trova altro che questo. E nel momento in cui si scorge quest’intima e segreta battaglia che abita il cuore dell’altro non si può far altro che amarlo, compatirlo, e custodire con lui la stessa speranza. Custodire il “già” – l’attualità di questa speranza che esiste innata nello spirito dell’uomo; e custodire il “non ancora”. Il cristiano (chiunque sia: anche colui che di Cristo non ha mai udito il nome) cammina sulla sottile linea dorata che divide questi due poli, sulle tracce di un’alba che sempre sta per sorgere. Chi ha scoperto d’averla già dentro l’osserva e la coltiva, quando gli è concesso (dal cambiare dei giorni, degli umori e delle stagioni) con segreto e timoroso silenzio, in una fragile e speranzosa attesa.

Giancarlo Gaeta, in un suo libro, parla proprio di questa speranza, di questa (titolo del libro) Attesa del Regno, e del “che fare” – intanto che si attende:

L’ordine del profano e l’ordine del messianico sono inscindibilmente connessi, ma altresì diversamente orientati: l’uno alla felicità, l’altro alla compassione. Non si tratta allora di passare dall’uno all’altro, come dall’inferiore al superiore, né, tanto meno, di imporre l’uno all’altro. […] Non si tratta di salvare il mondo infilandolo nella camicia dello spirito, bensì di vederlo così come esso è, nel suo trapassare insensato ma altresì nella sua autonomia. Non si tratta di elevarsi al cielo o di affondare nell’interiorità, ma di sfamare gli affamati; e allora il Regno è presente, come un di più che è tutto. È infatti questa l’azione grazie alla quale, come è continuamente mostrato nei Vangeli, s’infrange la compattezza opaca del mondo, il suo cieco voler essere; ed appare, spezzati i vincoli sociali, l’essenziale solitudine di ciascuno, il grido di bene e lo stupore per il dono insospettato.

Su questa unità che la compassione istituisce tra ordine del profano e ordine del messianico vorrei tentare di far più chiarezza. Mi è capitato, poco tempo fa, di trovarmi al monastero di Bose, comunità monastica ai piedi delle montagne piemontesi. Nei tre giorni della mia permanenza ho assistito a tutte le liturgie, dalle lodi alle prime luci dell’alba fino ai vespri serali. Un giorno di questi, all’orario stabilito, mi dirigevo verso la chiesa per la preghiera di mezzogiorno. Per qualche ragione però quel giorno il mio cuore si era come indurito e io mi sentivo, per così dire, un semplice pezzo d’immonda carne, e tutta la realtà era divenuta dura, fredda, e impenetrabile. Quando accadono questi momenti il solo pensiero di Dio e delle mie speranze mi dà la nausea, ed esso, come la realtà tutta, prende l’aspetto di quel ragno che si dipinge sugli occhi di Karin. A causa di questa mia repulsione ero indecisa, quel giorno, se partecipare alla liturgia. Tutti erano entrati e io sostavo invece immobile lungo il vialetto davanti la chiesa. Piovigginava, e una fitta nebbia ricopriva la vallata immersa nel silenzio. Solo le campane, sotto, suonavano.

Alla fine, per qualche ragione, decisi di entrare, e mi diressi al mio solito posto. A Bose hanno una liturgia particolare, in cui all’inizio le luci rimangono spente, e solo alcuni flebili lumi vibrano in fondo all’altare. In questa penombra, i monaci e le monache, con i loro lunghi e fruscianti abiti bianchi, entrano silenziosamente e prendono posto. A quel punto il priore accende le luci, e inizia la liturgia. Quest’ipnotica e magica danza mi era sembrata, nei giorni prima, racchiudere in sé qualche cosa d’arcano e segreto, un mistero in cui si ha la sensazione d’essere avvolti.

Quel giorno però ogni cosa stava muta, e immobile. Quando le luci si accesero io alzai lo sguardo e fissai, con aria di sfida, il crocifisso appeso in fondo, sopra l’altare. La liturgia cominciò e io mi sedetti. In quel momento accadde qualcosa, che ciclicamente accade, come una danza che ripete, incessantemente, lo stesso ritmo; ma che ogni volta diviene più chiaro e più acuto. Infatti, seduta com’ero, distolsi per un attimo lo sguardo dalla navata e da tutto ciò che mi circondava. Una strana stanchezza mi colse, e mi raggomitolai su me stessa, chiudendo gli occhi. In quel momento “rivolsi lo sguardo al mio cuore”, ed ebbi la sensazione che qualcosa, dentro di esso, si rompesse. Quando riaprii gli occhi tutto era mutato, e mi parve che ora, il crocifisso mi guardasse con dolcezza.

È difficile da spiegare: io stessa fatico a comprenderlo, ma è come se vi potesse essere nel mondo una strana e segreta armonia tra lo spirito e la materia, e l’uno non potesse far a meno dell’altro, esattamente come non vi può essere resurrezione senza crocifissione. Ho l’idea che tutti facciano, a volte, l’esperienza di questa mistica unione. Sono quei momenti in cui la realtà, il mondo, si mette a vibrare, ed è come se tutto esistesse con più forza. Quando ero piccola, avevo cominciato a chiamare “idilli” questi momenti, e mi ero posta sulle tracce della loro esistenza. In quei brevi istanti sembra di poter spiare il mondo nella sua intimità più segreta, e ogni più semplice cosa – come una semplice busta di plastica che danza nel vento (per chi ha visto quel capolavoro che è American Beauty) – sembra voler rivelare tutto il mistero del mondo.

Sono momenti insospettati e fragili: quando dalla finestra della camera si osserva il ramo d’un albero, che scuote la testa su e giù, battuto dal vento; quando d’inverno si osserva la colonna di fumo che vortica sopra la tazza; o quando, tra la folla, il ciondolio incantatorio di un cavo cattura la nostra attenzione; o quando, covati nel silenzio della propria stanza, leggiamo con raccoglimento una poesia, o i Vangeli, e quelle lettere e quelle parole sembrano moltiplicarsi, creare un pozzo profondo in cui infiniti significati rifrangono. O, ancora, quando si guarda intensamente negli occhi d’un altro, e questi diventano come le porte d’ingresso d’altri cieli e universi. In questi momenti pare che un alito caldo soffi dolcemente su ogni cosa, e la vivifichi. Questo accade alla materia, a patto però che la si guardi non con gli occhi, ma col cuore. Questo “sguardo del cuore” non è altro, credo, se non quello sguardo d’amore, compassione, e tenerezza, di cui ho cercato di parlare un po’ più sopra.

Bianca Cesari

Gruppo MAGOG