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“Il Buddha è puro come lo spazio vuoto. Incomparabile, Incontaminato, Onnipervadente”

Parlare oggi di idealismo appare bizzarro o quantomeno obsoleto (per chi vuole essere più raffinato). Ammesso che si sappia di cosa si stia parlando, i sentimenti che la parola può suscitare si avvicinano tanto a quelli suscitati da parole come “magia” e “superstizione”. L’idealismo è, storicamente, concezione opposta al materialismo, se quest’ultimo sostiene che ciò di cui è composta la realtà sia un che di materiale; il primo riconduce invece tutto l’essere al pensiero. E se la realtà è pensiero allora ad essa è negata autonomia e indipendenza rispetto al nostro, di pensiero (e viceversa). Questo non significa che la realtà non esista quanto piuttosto che la sua essenza ultima sia il pensiero, e che la molteplicità (ego compreso) sia solo illusione (il famoso “velo di Maya”), data la fondamentale comune appartenenza di tutto a questa “coscienza universale”. 

Un riavvicinamento all’idealismo richiederebbe certamente cautela in una società che da questo approccio ha – in grossa parte senza saperlo – preso congedo. Forse (per avvicinare quell’imponente bestia che è il senso comune) è opportuno dire prima che le cose che più si danno per scontante, se scrutate fino in fondo, non lo sono poi così tanto. Del resto è quel che fa il filosofo, che appunto si occupa di mettere in discussione quel “non sapere di sapere”, ossia quelle apparentemente banalissime convinzioni che orientano il quotidiano. Cose come che un oggetto sia “questo”, e non quell’“altro”; che l’alto non sia il basso; che la realtà sia composta di oggetti solidi e immutabili e che non dipenda affatto dallo sguardo che io poso su di essa. È la sacralità del senso comune che permette di vivere ogni giorno, ma la sua utilità non dovrebbe essere eretta a verità. 

In effetti si sente già puzza di bizzarria, o piuttosto un certo sentimento di disinteresse (della serie: “cosa me ne può fregare a me se la realtà è materia piuttosto che pensiero”). Il fatto è che concezioni come queste si riverberano in tutto. Non è affatto casuale che la nostra attuale società sia fondamentalmente erede di quella cartesiana nozione che sostiene la radicale separatezza di soggetto e oggetto, e che sia dunque materialista. E da notare poi che l’oggetto, nel suo essere separato e osservabile, si rende anche conoscibile e dunque manipolabile, utilizzabile. Il criterio dell’utile è in questo il nuovo dio dell’Occidente, con tutte le conseguenze che questa religione si porta dietro (e verso il basso, verrebbe da dire). Comunque appunto, che ci siano oggetti indipendenti “là fuori”, o che ci sia qualcosa che con così tanta leggerezza chiamiamo “realtà”, non è cosa così immediata. 

La fisica (che non a caso nell’antica Grecia era la stessa cosa della filosofia) comincia lentamente a riavvicinarsi a un certo tipo di pensiero che si discosta profondante dal senso comune. Quando infatti essa dice che nel suo cercare e ricercare nell’infinitamente piccolo, non trova il mattone ultimo della realtà – quanto piuttosto quella che è definibile come un’energia o come una forza – è esattamente (chissà se lo sa) all’idealismo che torna vicina. E in queste nuove scoperte l’Occidente rincontra concezioni che in realtà l’Oriente non ha mai abbandonato (e questo fa capire quanto i modi di concepire il mondo non siano per nulla scontati). 

Un bell’articolo del filosofo americano Benjamin Root propone un’analisi dell’Avatamsaka sutra (importante sutra del Buddhismo Mahayana) che vuole appunto mettere in luce il suo carattere idealistico, e dunque mettere in luce l’idealismo sottostante al pensiero orientale. Il sutra in questione narra fondamentalmente dell’illuminazione del Buddha, e per descriverla utilizza l’immagine della Rete di Indra: una rete di dimensioni cosmiche, composta di gioielli preziosi, ognuno dei quali riflette tutti gli altri gioielli (e si riflette in essi, all’infinito). Con questa immagine si esprime metaforicamente l’interdipendenza di tutte le cose (il “no man is an Island” di Jhon Donne). Ma Benjamin Root si propone di andare più a fondo di questa concezione cercando di ricavarne appunto conclusioni di tipo più strettamente idealistico. 

“Tale spiegazione causale dell’immagine della rete di Indra sembra impantanata in una prospettiva fondamentalmente oggettiva dell’universo, in cui i diversi oggetti hanno un certo grado di realtà indipendente, nonostante la rete di interazioni causali. La visione più profonda, secondo me, è di considerare la visione dell’Avatamsaka come un’altra affermazione dell’idealistica intuizione che tutto è soltanto coscienza, e quindi un’Unica Coscienza. […] Ne consegue che se c’è solo la Coscienza-Buddha, allora ‘tutto è in tutte le cose’ per così dire. I confini tra i differenti oggetti apparenti si dissolvono, non perché si influenzano mutuamente l’un l’altro, ma perché gli oggetti stessi non hanno una più distinta realtà degli oggetti di un sogno. […]

Questa non-dualità della Coscienza è riflessa nelle più comuni proprietà che noi attribuiamo al Divino, come l’onnipresenza e l’onniscienza. In effetti, non c’è nulla che sia diverso da questa coscienza divina. Tutto l’esistente non è che un’illusione nella Coscienza Universale, chiamata Dio, Buddha o Brahman. Insomma, questa sorta di violazione dell’ordinario senso dualistico [per cui da un lato vi è l’io e dell’altro la realtà, distinti e indipendenti l’uno dall’atro] comporta l’ineffabilità del divino, un tema comune ad Advaita e Mahayana. Infatti, la non-dualità e l’ineffabilità della Coscienza sono spesso espresse in termini di ‘vuoto’ o ‘vacuità’, poiché il linguaggio si affida a descrizioni oggettive che contraddicono la vera natura non-duale della coscienza.”

Se ci si pensa bene l’ineffabilità del divino (ossia l’impossibilità di darne una descrizione) dovrebbe essere l’unica “descrizione” che del divino si può dare; il che respinge automaticamente come insensate le divergenze culturali tra le divinità. Anassimandro se ne era ben reso conto quando aveva definito l’archè (ossia il principio primo, costituente di tutto ciò che esiste) come a-peiron (ossia non-finito, infinito, o appunto indefinito). Che si pretenda di dare una descrizione del divino è solo un’altra conseguenza di una visione dualistica della realtà, per cui da un lato vi è l’io e dall’altro il divino, separato dall’io e descrivibile, osservabile come oggetto. 

“Tutte le religioni immaginano il Divino come onnipresente. Soltanto una religione primitiva attribuirebbe seriamente una forma e corpo visibili al Divino localizzato in un particolare luogo. Noi del tutto intuitivamente comprendiamo che il Divino deve essere invisibile (senza una particolare forma) ed onnipresente (poiché illimitato). […] Non essendo una cosa in particolare, in questo senso è invisibile e senza-forma, vale a dire che non può essere appreso come un mero oggetto distinto o una forma ordinaria. È ‘il vedente’ che vede tutte le cose, e gli oggetti visti non sono differenti dal ‘vedere’, proprio come gli oggetti- del-sogno (o gli ‘incantesimi’) non sono diversi dal sognatore o da colui che li sperimenta. […] la coscienza onnipervasiva non può essere divisa in porzioni, come sembra essere nel caso dell’illusoria materia oggettiva.”

E infatti così recita il sutra: 

Il Corpo di Buddha si estende in tutte le grandi Assemblee:
Esso riempie il cosmo senza trovare fine.

Inerte, senza essenza, non può essere afferrato;
Esso appare solo per salvare tutti gli esseri”.

[…]

Il Buddha è puro come lo spazio vuoto,
Senza-segni, Senza-forma, Presente in ogni luogo,
Eppure, Egli fa sì che tutti gli esseri possano vedere,
Questa Luce di Benedizioni, osservala bene.
Alcuni possono vedere il corpo di realtà del Buddha
Incomparabile, Incontaminato, Onnipervadente:

[…]

La natura di tutta l’infinità delle cose 

È completamente in quello stesso corpo. 

Bianca Cesari 

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