20 Settembre 2024

Oltretomba italiano. Viaggio infernale nei romanzi di Piovene, Malerba, Manganelli

Fin dall’alba della letteratura la discesa agl’inferi rappresenta un passaggio fondamentale dell’opera. Sembra non si possa prescindere dal cercare il dialogo o il contatto con l’aldilà, ribadendo il legame fondamentale e inscindibile fra questo mondo e l’altro. Le anime dei defunti si fanno consigliere, gli eroi cercano la loro benedizione. Col Novecento, però, sembrerebbe che perfino le anime dei morti, un tempo sagge e onniscienti, subiscano quello spaesamento di cui sono vittime i protagonisti viventi di romanzi e racconti. Se il Novecento marca come mai prima di allora la solitudine dell’individuo, dell’uomo nella folla, questa solitudine investe anche i defunti. Perduto il contatto tra vivente e vivente, diventa impossibile il contatto col trapassato. La morte stessa, con i suoi riti, le sue pratiche, i suoi tempi, viene laicizzata e infine svuotata dei suoi significati, così che il “dialogo” con l’altro mondo rischia di diventare non solo inconcludente, ma addirittura noioso.

Ai gruppi di dannati danteschi, coinvolti in qualche supplizio, ma pur sempre in compagnia e sempre pronti a confidarsi, si sostituiscono anime erranti, spesso inconsapevoli della propria morte, segno dell’incapacità di accettare quella condizione, risultato dell’estraniamento dalla società di ogni pratica celebrativa dei defunti. Anime in cerca di qualcosa in grado di garantirgli un punto fermo, anime che anche da morte manifestano le stesse incongruenze e paranoie di quando erano in vita. Queste visioni, più terribili di quelle dantesche, gettano sul trapasso una terribile ombra di mistero che nemmeno chi muore riesce a dissipare, come se il mistero, il più grande di tutti, non si potesse infine mai svelare.

Un primo esempio lo troviamo ne Il serpente (Bompiani, 1966) di Luigi Malerba: il protagonista, avvolto in una solitudine morbosa e patologica, animata soltanto da fantasie e allucinazioni, immagina un dialogo con l’amante defunta, dandoci una sua interpretazione dell’aldilà, un luogo dove regna l’ignoto più assoluto. A detta del protagonista, insistendo, si può parlare con i morti, così incomincia a interrogare la donna; quella dice di trovarsi né bene né male, in mezzo a miliardi di altra gente. L’idea che ci facciamo di questo oltretomba di Malerba è un grosso scatolone chiuso, nero e buio, dove si accalcano le anime di tutti i trapassati dall’inizio della storia umana, come quei grossi scatoloni dove ci finisce tutta la roba vecchia e inutilizzata.

“Ci sono prati? Ci sono delle piante, delle case, dei fiumi? Che cosa c’è lì da voi? Ci sono le strade con la gente che cammina per la strada, le automobili, i tram e tutto il resto? Oppure c’è un deserto con la sabbia? È tutto buio e tutto nero, diceva Miriam, non vediamo niente, non ci vediamo neanche fra di noi. […]

Come si chiama il posto dove ti trovi? Non ha nome, diceva Miriam, e se ha un nome non lo conosciamo, noi non sappiamo niente e non vediamo niente, ogni tanto qualcuno mette male il piede e precipita più in basso, si sentono gli urli di quelli che cadono giù, poi non si sente più niente perché si vede che cadono molto in basso. Così fanno posto ai nuovi arrivati”.

E questa moltitudine cammina senza sosta nella fitta tenebra, senza sapere perché o dove sta andando. È una marcia senza fine, dove si prova solo freddo e paura di cadere, di finire più in basso, o di essere colpiti da un pipistrello.

“I pipistrelli ci odiano, diceva Miriam, perché noi siamo venuti a prendere il loro posto. Loro sono arrivati per primi qui in basso, quando ancora non c’era nessuno. Erano liberi di volare da tutte le parti, adesso ci siamo noi che facciamo confusione, non stiamo mai fermi, i pipistrelli sentono gli urli di quelli che cadono, da quando siamo arrivati noi non stanno più tranquilli e allora ci odiano”.

Un simile spaesamento lo ritroviamo anche in un defunto, questa volta illustre, ritornato per breve tempo fra i vivi. Nel romanzo Le stelle fredde (Mondadori, 1970) di Guido Piovene, viene rimosso un ciliegio il cui tronco affonda in un vecchio muro, e dal buco venutosi a creare esce niente meno che Dostoevskij, tutto sporco di fango e in stato confusionale. Si tratta dello scrittore tanto letto e amato dal protagonista, almeno in gioventù, e il ciliegio stesso è un patrimonio familiare antichissimo. Il protagonista si trova così faccia a faccia non solo con una grande personalità del passato, ma del suo passato, un incontro/scontro con un simulacro della sua giovinezza, che si rivelerà ben presto deludente. Chi meglio di Dostoevskij per tornare dalla terra dei morti e consegnare una diretta testimonianza di cosa ci aspetta di là? Ma la delusione non tarda ad arrivare: la vita, nell’oltretomba, non è interessante.

“Non fa piacere a uno che ha scritto come ho scritto io andare… sì, da dove vengo, e non portare indietro nemmeno una storia decente. Si preferirebbe inventare, e non si può. O tacere, che è ancora meglio”.

Quella che Dostoevskij ci consegna è una storia mediocre. L’arrivo nell’aldilà è confuso, come quando nasciamo, non se ne serba alcun ricordo. Non si sa nemmeno se si arrivi laggiù subito dopo morti o trascorsi anni o secoli. Ci si ritrova, dice, in uno “spazio accidentato, con liste erbose che correvano tra forre piccole ma abbastanza scoscese. Sei vette d’alberi non alti, dei quali mi dispiace non sapere il nome, ma comuni nelle campagne…”; e poi torrenti secchi, alberi radi, fiori comuni; un paesaggio, diremmo, banale. Dostoevskij parla di una perenne stagione di passaggio tra inverno e primavera. In questa landa si trovano altre persone e tutti, ugualmente ignari, camminano, vanno in una direzione sola. Queste anime vagano, senza bisogno alcuno, senza provare nulla a parte un “senso di estenuazione, di mente vuota, o torpida, o vaneggiante”. Ogni tanto qualcuno si dissolve, la sua figura incomincia a sbiadire fino a svanire completamente, e nessuno ne comprende la ragione. Tutti non possono fare altro che ipotizzare senza mai giungere a verità alcuna, e continuano a camminare nella speranza di una rivelazione.

Questo oltretomba, ugualmente a quello di Malerba ma meno tenebroso, appare senza significato, come un protrarsi inutile della vita in attesa di conoscere il vero aldilà; ma se questo luogo definitivo non ci fosse? Se esistesse sempre e soltanto un continuo risveglio senza risposte? Questo oltretomba di Piovene sembra rispecchiare il non senso del continuo interrogarsi sull’aldilà: inutile perdere tempo qui, sulla terra, ponendo domande alle quali non possiamo rispondere, perché una volta morti non ci verrà rivelato nulla; troveremo soltanto altre domande e un paesaggio scialbo già visto centinaia di volte.

Ancora una continua, incessante marcia sembra segnare l’oltretomba che ci consegna Giorgio Manganelli in Dall’Inferno (Rizzoli, 1985), ma si tratta di un libro tutto particolare, nella tipica forma manganelliana, dove tutto è simbolico e allo stesso tempo negazione del simbolismo. Dare conto in poche parole di questo resoconto dell’inferno è praticamente impossibile: un soggetto narrante si ritrova in un non-luogo che suppone essere l’inferno, ma già questo non è certo, e durante tutto il suo “percorso” non imparerà proprio nulla sull’inferno (o luogo in cui si trova), nemmeno quando si troverà al cospetto di entità o demoni, o di falsi dei, o quando assisterà a una lezione universitaria di Diritto infernale. Dalle infinite speculazioni, supposizioni e chiacchiere con personaggi ingannevoli e stravaganti, il protagonista non ricaverà nessun punto fermo, nessuna informazione utile per orientarsi. Nemmeno la certezza di essere morto gli viene concessa. In Manganelli, quella totale ignoranza dei defunti raggiunge apici spettacolari, iperbolici e ironici. Questo è forse l’inferno: una condizione di totale incertezza, incongruenza, paradosso, che affligge la mente; l’unica cosa che davvero accade è il continuo mutare e camminare.

“…sei stato luna, animale, città; sei instabile, come tutto ciò che è quaggiuso. Qui si diventa”.

E sulla via di questo continuo cambiare forma il protagonista diventerà luna per poi schiantarsi al suolo, diverrà animale, moltitudine in marcia, diverrà una città devastata da una guerra mai scoppiata, da una pestilenza mai dilagata, da un incendio mai appiccato. E incontrerà falsi dei, teologi che si fanno una religione tutta per loro, creature menzognere eppure dottissime.

Si capisce subito che in questo inferno c’è “un eccesso di intellettualità”. Questo è l’inferno della mente, l’inferno di un intellettuale (e cos’altro poteva immaginare Manganelli?), un luogo dove non è dato conoscere, dove è impossibile avere una certezza, neppure minima, se non quella del continuo mutare (“Tu stesso muti, muterai, incessantemente”) e camminare.

Di questa sete incondizionata, di questa curiosità sfacciata e ossessiva degli uomini del secolo ventesimo, gli scrittori sembrano prendersi gioco proponendo delle visioni dell’oltretomba che non fanno che frustrare questa brama di conoscere. Allo stesso tempo custodiscono, nelle loro pagine, l’ultimo luogo che non possiamo conoscere, l’ultimo baluardo dell’immaginazione: l’oltretomba.

Valerio Ragazzini

*In copertina: Max Klinger, Tote Mutter, n.d.

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