“Un Geremia dei nostri giorni”: W. H. Auden fu folgorato da Cioran. Ecco la recensione uscita nel 1971 sulla “New York Review of Books”

Posted on Agosto 22, 2018, 12:18 pm
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Il nome di Cioran iniziò a circolare in Nord America grazie ad alcune traduzioni antologiche di suoi testi, agli inizi degli anni Sessanta, precisamente intorno al 1963, pubblicati sulla “Hudson Review”: A Bouqet of Heads (1963), A Portrait of Civilized Man (1964), The Ambiguity of Fame (1965), The Snares of Wisdom (1967), The Evil Demiurge (1967), The New Gods (1968), Valéry Before His Gods (1969), Encounter with the Void (1970) e infine due inediti postumi, The Progress of Irony e The Sense That Everything Is Going Wrong, nel 2012. È sulla scia della profondità e dello stile di tali saggi che questo stupefacente poeta della prosa fece il suo ingresso nel mondo delle Lettere a stelle e strisce, imponendosi, paradossalmente, con la forza irresistibile della sua corroborante lucidità. Apparve fin dall’inizio una creatura anomala, e un miracolo linguistico. Inclassificabile, fu impossibile annoverarlo tra i literary hacks o i plumitifs, dato il rango umano della sua scrittura… “one of the most delicate minds of real power writing today”, ebbe a dire Susan Sontag.

Una linfa complessa sembrò nuovamente scorrere nel pallido territorio delle idee, un tono extra-letterario, vitale, nel più raffinato degli stili. Avvolto da una semplicità che nella sua prosa turbava – poiché la semplicità è difficile –, si percepì da subito qualcosa di esaltante nella cenere che la sua tragica ironia spargeva sulla decadenza della nostra civiltà e sulle rovine della nostra irrimediabile nudità metafisica. Ancora una volta biologia e gnosi tornavano a parlarsi. La fisiologia del mondo, il suo mormorio ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa, riaffioravano nel pantheon della cultura dotta.

Dobbiamo alla serie di articoli apparsi sulla “Hudson Review” e all’immancabile stupore sollevato all’epoca, se tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta vennero pubblicate alcune delle sue prime opere tradotte in lingua inglese – traduzioni verso le quali, a dire il vero, in alcuni casi Cioran manifestò qualche perplessità, rispetto alla resa: The Temptation to Exist (1968), The Fall into Time (1970), The New Gods (1974), A Short History of Decay (1975), The Trouble of Being Born (1976). Furono anche gli anni in cui uscirono le prime recensioni da parte di personalità di rango intellettuale, quali Susan Sontag, Edward W. Said e W. H. Auden (e più di un decennio dopo, infine, apparvero anche le recensioni sostanzialmente negative di G. Steiner e J. Updike).

Il 28 Gennaio 1971, sulla “New York Review of Books”, uscì una recensione intitolata The Anomalous Creature, dedicata a The Fall into Time [La caduta nel tempo], stilata da un commentatore d’eccezione, il poeta W. H. Auden. Quello stesso Auden ammirato da un altro poeta, saggista e drammaturgo, il russo Iosif Brodskij, che al poeta di York, “la più grande mente del ventesimo secolo”, dedicherà un saggio memorabile, Per compiacere un’ombra, in Fuga da Bisanzio. Quel Brodskij che leggeva e ammirava Cioran, tanto da consigliare le opere dello scrittore rumeno anche nei corsi che puntualmente tenne in vari College. Coincidenza rivelatrice, poiché anche Auden non fu da meno; anche lui sembrò lasciarsi sedurre da questo raffinato maverick del pensiero, tanto da considerarlo, con Malcolm de Chazal, in assoluto il “miglior scrittore francese dal dopo guerra in poi”.

Luca Orlandini

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Copertina_New York Review of Books_AudenLA CREATURA ANOMALA

The New York Review of Books, 28 Gennaio 1971

di W. H. Auden

Cioran, The Fall into Time, traduzione a cura di Richard Howard, Introduzione di Charles Newman, Quadrangle, pp. 224.

La caduta nel Tempo può e deve essere letto, credo, allo stesso tempo in almeno due modi, e forse anche di più. Può essere letto nel modo più solenne, come il sermone di un Geremia dei nostri giorni (non è certamente un caso che Cioran sia figlio di un prete ortodosso greco) sulla Caduta dell’Uomo, un’appassionata denuncia del disperato caos a cui ha ridotto la sua vita, una condizione le cui ragioni, ci informa il predicatore, la teologia spiega meglio della zoologia.

Nell’ascoltare questo sermone, naturalmente, ci aspettiamo qualche esagerazione; se l’obiettivo è quello di farci risvegliare dalla facile lusinga delle nostre illusioni, il ritratto dovrà essere il più cupo possibile. L’uomo, afferma il nostro predicatore, ci appare “come un episodio, una digressione, un’eresia; come un guastafeste, uno stravagante, un pervertito che ha complicato tutto”. La Coscienza è il male, la “quintessenza di caducità”. Il Sapere è il male: “Quanto più il desiderio di conoscere, intriso di perversità e di corruzione, ci possiede, tanto più ci rende incapaci di restare all’interno di una realtà, di qualsivoglia realtà”. Il linguaggio è il male: “[L’uomo] mai si avvicinerà alle sorgenti inviolate della vita se patteggerà ancora con le parole”.

Il predicatore, tuttavia, si trova nella posizione anomala, di cui sono certo Cioran è ben cosciente, di non poter praticare ciò che predica. Per chiamare in causa la Coscienza, egli è costretto a fare appello all’intelligenza cosciente dei suoi lettori; mettere sotto accusa il Sapere, è già affermare, da parte sua, la coscienza del male che esso rappresenta; per mettere sotto accusa il linguaggio, egli deve farlo attraverso le parole. Chesterton scrisse: “Se non corrisponde a verità affermare che una creatura divina è decaduta, allora si può solo sostenere che uno degli animali ha irrimediabilmente perduto il senno.” Per comprendere l’Uomo, insomma, gli uomini, individualmente, devono condividere la sua follia. Cioran, di conseguenza, afferma di uno dei suoi predecessori, Nietzsche: “Noi dobbiamo la diagnosi del nostro male a un insensato, più segnato, più malato di tutti di noi, a un maniaco accertato, precursore e modello dei nostri deliri.”

Eppure è indubbio che lo stesso Cioran sia mediamente sano. Solo occasionalmente si lascia andare ad affermazioni che ai miei occhi appaiono folli. Non credo egli sia un Manicheo, ma occasionalmente fa delle affermazioni che lo fanno apparire tale, come quando suggerisce che la caduta di Dio ha avuto luogo quando Egli ha creato l’Universo; o quando afferma: “Nessuno si rimette dal male di nascere, piaga capitale se mai ve ne furono.” Afferma inoltre che il desiderio più segreto di ognuno di noi è quello di essere elogiati, il che è vero, e che ognuno di noi prova vergogna ad ammetterlo, il che è certamente falso, benché, ovviamente, ognuno di noi vuole essere elogiato per le giuste ragioni. Inoltre, trattandosi dell’affermazione di uno scrittore, trovo la seguente osservazione assai curiosa: “Quale scrittore che goda di una certa notorietà non finisce col soffrirne, col provare il disagio di essere conosciuto o capito, di avere un pubblico, per quanto ristretto esso sia? Invidioso dei suoi amici che si abbandonano agli agi dell’oscurità, si sforzerà di trascinarli fuori, di turbare il loro placido orgoglio. […] Scrivete! Pubblicate! ripete loro con rabbia”.

Uno scrittore può patire la sensazione di essere ammirato o disprezzato per le ragioni sbagliate, ma ogni scrittore aspira a essere letto. Se Cioran avesse sofferto, come lamenta, di conseguenza non avrebbe affatto pubblicato, o lo avrebbe fatto in forma anonima. Inoltre, giudicando in base a me stesso e agli scrittori di mia conoscenza, il nostro più intimo e imbarazzante desiderio è quello di poter essere l’unico scrittore vivente: l’ultima delle nostre intenzioni è quella di incoraggiare i rivali.

Auden

Il grande poeta W. H. Auden (1907-1973)

Nella maggior parte dei casi, tuttavia, Cioran mi seduce e si fa seguire. Sulla triade del pensiero, Fede o Credenza, Dubbio e Negazione, egli ha cose affascinanti da dire. Senza una qualche credenza, è realmente impossibile vivere, ancor meno agire: “Chiunque tenga all’equilibrio del proprio pensiero si guarderà bene dal toccare certe superstizioni essenziali. È questo, per uno spirito, una necessità vitale, che soltanto lo scettico disprezza, lui che, non avendo niente da preservare, non rispetta né i segreti né i divieti indispensabili alla durata delle certezze […] Il fatto è che allo scetticismo si oppongono i nostri riflessi, i nostri appetiti, i nostri istinti. Ha un bel dichiarare che l’essere stesso è un pregiudizio: questo pregiudizio, più antico di noi, anteriore all’uomo e alla vita, resiste ai nostri attacchi, non ha bisogno di ragionamenti e di prove, poiché anche tutto ciò che esiste, si manifesta e dura, poggia sull’indimostrabile e sull’inverificabile”.

Il potere di ogni affermazione e di ogni credenza, sostiene Cioran, origina da “un fondo barbarico che la maggior parte, la quasi totalità degli uomini ha la fortuna di conservare […]”. Il termine “barbarico” ha ovviamente un valore volutamente scioccante, ma sospetto vi sia un’altra ragione per l’uso che ne fa l’Autore. Egli scrive in francese, e in tale lingua non esiste l’equivalente dell’inglese “common sense”. (“Bon sense” non è un equivalente)

Cioran distingue due tipi di scettici, lo scettico “puro” o Negatore, e colui che Dubita. Il negatore, in fondo, non cerca la verità, il suo scopo si esaurisce nell’interrogazione infinita, e raramente chiama in causa l’atto di negare in sé. Colui che dubita, al contrario, non di rado chiama in causa l’atto stesso di dubitare. “Il dramma del dubitatore è più grande di quello del negatore, perché vivere senza scopo è di gran lunga più difficile che vivere per una cattiva causa”.

Solo il “barbaro” che è in noi ha il potere di un pensiero creativo: “Produrre, ‘creare’, significa vietarsi la chiaroveggenza, avere il coraggio o la fortuna di non percepire la menzogna della diversità, il carattere ingannevole del molteplice. […] Solo l’illusione è fertile, solo essa è origine. […] Tutto ciò che scintilla sulla faccia della terra, tutto ciò che viene qualificato come interessante, è frutto di ebbrezza e di ignoranza”.

Confesso di non comprendere perché mai il molteplice sarebbe necessariamente un inganno, ma credo di afferrare l’idea di fondo.

Guardare solennemente a un Cioran “predicatore”, tuttavia, non è il solo modo di leggerlo. Egli può anche essere letto con leggerezza, come un maestro di stile che ricava un piacere immenso dal suo commercio con le parole. Nella sua intelligentissima Introduzione, Charles Newman parla della tentazione di cogliere Cioran attraverso l’aforisma: “farne una sorta di Oscar Wilde Gallico”. Ammesso di comprendere ch’egli non si riduce a questo, credo sia un modo perfettamente legittimo di leggerlo.

Cioran sostiene che ogni suo libro è autobiografico, eppure mai scrittore potrebbe essere meno “confessionale”. Egli ci dice che un uomo in buona salute è sempre deludente, ma sospetto che lui stesso goda di buona salute. Lo spero, per il suo bene, poiché, in caso contrario, in base alla sua stessa opinione, egli è un sadico. Sostiene che, se solo in giro vi fossero più fanfaroni e adulatori, lo psichiatra non avrebbe più un lavoro, ma sono abbastanza sicuro che Cioran non ceda a nessuna delle due attività. Dichiara che staremmo meglio in compagnia di animali pidocchiosi e immersi nel fetore di stalla, benché sarei sorpreso di scoprire che egli disdegna l’igiene di una doccia. Condanna la lucidità: “Coscienza non è lucidità. La lucidità, monopolio dell’uomo, rappresenta il punto d’arrivo del processo di rottura fra lo spirito e il mondo; è necessariamente coscienza della coscienza, e se noi ci distinguiamo dalle bestie, il merito o la colpa sono esclusivamente suoi”.

Eppure, la prima cosa che notiamo in queste frasi, o qualunque altra frase di Cioran, è quanto “lucide” esse siano. Nel leggerlo, non incontriamo mai, come spesso accade quando leggiamo Hegel o Heidegger, il genere di frasi che ci fanno esclamare: “Ma che accidenti vuole dire?”. Per quanto mi riguarda, i due autori più interessanti che scrivono in lingua francese, dall’ultimo dopo guerra, sono Cioran e Malcolm de Chazal, entrambi dediti all’aforisma, un mezzo letterario che immancabilmente mi colma di piacere.

Quando, per esempio, leggo: “Colui che non ha mai invidiato il vegetale ha solo sfiorato il dramma umano”, oppure: “Dissociarsi dalla specie? Questo significherebbe dimenticare che non si è mai tanto uomini come quando ci si rammarica di esserlo”, mi sento tutto, fuorché depresso. Dico: “Fantastico! Fantastico!”. Infine, desidero sottolineare la straordinaria qualità della traduzione di Richard Howard.

W. H. Auden

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(La traduzione, inedita in Italia, della recensione di W. H. Auden è di Luca Orlandini – salvo le citazioni dei testi di Cioran, tratti dall’edizione Adelphi: La caduta nel tempo, a cura di Tea Turolla, 1995 – ed è apparsa per la prima volta su La Biblioteca di via Senato [n. 3, Marzo 2018, pp. 60-68], con il titolo Wystan H. Auden lettore de “La caduta del tempo” di Cioran, correlata da un articolo dello stesso traduttore: si può leggere qui)