“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
La traduzione è lo spazio cruciale del poeta. Scegliersi i pari e i padri, inscriversi in un lignaggio, costruire la propria comunità ostile ai diktat del tempo – del linguaggio, dell’epoca. Evocare i morti che rinfocolano la vita. La lingua del poeta esiste – pur esiziale – finché continua ad ardere altra lingua: perpetuo rogo verbale. La traduzione di traduzione – parere mio – permette alla tradizione un surplus di verità: è come se tra spiragli si potesse origliare meglio. Bestia marcescente del testo che risorge con denti lucidati a nuovo purché lo traduci. Si tratta, nel tradurre, di spezzare i sigilli del sepolcro.
Ted Hughes, tra i grandi poeti in lingua inglese del secolo, termina traducendo; termina, per così dire, arretrando in un proprio bosco sacro. Dopo i Tales from Ovid (1997; ma il polimorfico Ovidio, tra i lari di Ezra Pound, non è congeniale a Hughes quanto il lapidario Seneca, lordo di aureo sangue), Hughes lascia ai posteri la traduzione della Fedra di Racine, dell’Alcesti di Euripide e dell’Orestea di Eschilo. I testi vengono pubblicati nel 1999; Ted Hughes è morto da un anno. Queste traduzioni seguono la pubblicazione del libro-confessione di Hughes, Birthday Letters, che sviscera, tra patemi lirici, il rapporto del poeta con Sylvia Plath, la moglie adorata, tradita, suicida. Una bassa esegesi ci farà leggere la vicenda privata di Hughes al calor bianco della tragedia greca: la Plath è, al contempo, Fedra, Alcesti, Cassandra, Clitennestra, Elena, Elettra; Ted Hughes è Apollo, il dio dell’estrema profezia, della luce che stinge in sangue, guida di maniache votate a perpetuare la morte. (“Apollo non è il dio della misura, dell’armonia, ma dell’invasamento, della follia”, secondo la lezione di Giorgio Colli – vedi: La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). In particolare, l’Orestea secondo Hughes è la traduzione che più di tutte – per prossimità sentimentale e mungitura poetica – ha accolto clamori: il primo dicembre del 1999 va in scena al National Theatre di Londra, con Lilo Baur nella parte di Cassandra e Anastasia Hille in quella di Clitennestra.
Il tema della traduzione del ‘classico’ – attualizzarlo (formula Pasolini)? renderlo esangue, marmoreo, neo-classico, extra-classico (formula Quasimodo)? alterarlo (formula Ceronetti)? esagerarne la distanza in direzione dell’arcano, dell’arcaico (formula Emilio Villa)? – è affascinante, infinito, implacabile, irrisolvibile. In Italia, vado a bracciate, abbiamo l’Eschilo ‘rivisto’ da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman, scritto per la messa in scena, a Siracusa, nel 1960; e abbiamo l’Eschilo secondo Angelo Tonelli (Marsilio, 2001, poi costantemente ristampata), tra i massimi esperti – non solo nazionali – dello “sciamanesimo” greco (ha, di fatto, riproposto il problema sulla corretta comprensione del logos). Se dal piano dei poeti passiamo a quello degli ‘esperti’, continuo a preferire la traduzione di Ezio Savino, grecista dall’implacabile orecchio lirico, in grado di ideare una lingua straniante, plumbea, concreta, petroglifica e gnomica; esempio dall’Agamennone:
Giustizia fa luce anche nei casolari lordi di fumo. Fa spiccare un vivere probo. Ritrae gli occhi e dilegua dalle sale incrostate d’oro con bruttura di delitto. Si dirige alle case pure e non venera il lustro del ricco – falso conio di parole. Tutto scorta al traguardo.
Nel mondo anglofono, la traduzione dei classici è pari al ratto dei frontoni del Partenone. Il gioco cova in sé una visione del mondo, l’imperio di un linguaggio; così, tra l’Ulisse di Alfred Tennyson e l’Odissea di Thomas Edward Lawrence, tra l’Iliade di Alexander Pope e la grecità secondo Ezra Pound c’è la stessa differenza da percorrere per passare dalle illuminazioni di William Blake ai disegni, perfetti, di John Flaxman. Ergo: per capire l’opera di Seamus Heaney – pupillo di Hughes – bisogna passare per le sue traduzioni di Virgilio, Orazio, Ovidio, Sofocle; Robert Graves ha fatto dello studio dei miti greci una poetica, ben diversa da quella professata, ad esempio, da Anne Carson (che ha tradotto Sofocle e Euripide), da Alice Oswald, che in Memorial ha ri-scritto l’Iliade, da Pat Barker (che in The Silence of the Girls narra la guerra di Troia con gli occhi di Briseide). La traduzione degli antichi miti è la tradotta verso il futuro, sempre.
E Hughes? Spoglia Eschilo – in calce abbiamo tradotto la porzione che riguarda l’invasamento di Cassandra, il cuore della tragedia – dei paramenti eleusini, facendogli indossare la stola del druido. Sa di bosco e fermenta nottambuli, l’Eschilo di Ted Hughes, batte il tamburo con le rune; le pianure di Troia, sognate per lampi, sembrano il West Yorkshire, Argo è una Londinium laccata di scannati, dove si assiste a una sorta di Macbeth in cui l’urlo è distillato in lame, fibbie, auree maschere mortuarie.
Scrivendone sul “Guardian” – era il 24 ottobre del 1999 – George Steiner segnalò tre esempi totemici di traduzione in lingua inglese, nel Novecento: “Cathay di Ezra Pound, San Giovanni della Croce secondo Roy Campbell, l’Ibsen nella versione di Geoffrey Hill: hanno contribuito alla nobiltà della nostra lingua”. La versione di Hughes gli piacque.
“Hughes è eminentemente posseduto dai poteri della persuasione. Le urla intrise di sangue lo ispirano rispetto al perdono che illumina la fine dell’Orestea. Solo Goethe, attraverso la sua Ifigenia, ha rivaleggiato con le cadenze tragiche imposte da Eschilo. La trilogia di Hughes ne rammenta l’eco, le vivifica. Questo è lo scopo, oggi raggiunto di rado, di una grande traduzione”.
Il punto è lì. Occorre essere posseduti. E poi spossessarsi. Così si raggiunge il genio della persuasione.
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Agamennone nella versione di Ted Hughes
Cassandra:
Apollo! No! O Terra! Terra! No! No!
Coro:
Non latrare ad Apollo Apollo volta il viso ai disperati: i suoi timpani sono chiusi all’ululato di disperazione.
Cassandra:
Apollo! Terra! Oh No. No. No. Apollo!
Coro:
Blasfemia! Non profanare il nome di Apollo con gole d’agonia. Egli odia le urla che soccombono al dolore, al soffrire.
Cassandra:
Apollo! Dio delle mie vie – fin qui mi hai portato dopo lungo vagare soltanto per distruggermi.
Coro:
Voce di maniaca profezia. Vede oltre la sua schiavitù, oltre i ceppi del dolore nel cranio del futuro.
Cassandra:
Apollo! Dio delle mie vie – In quale orrendo luogo mi hai trascinata?
Coro:
La profezia non riconosce la casa di Atreo? Questa è la casa di Atreo – questa la sola verità.
Cassandra:
Casa che odia Dio Casa odiata dal Dio. Muri che essudano sangue ricovero di innocenti massacrati sangue e crepitio d’ossa di bimbi.
Coro:
Fiuta l’odore di sangue come un segugio – corre lungo strade lastricate di sangue –
Cassandra:
Incedere nel sangue. Guarda – guarda – gli innocenti: bimbi che si coprono gli occhi singhiozza sangue dalle loro dita bimbi macellati, che gridano, cucinati e divorati da loro padre.
Coro:
Non hanno bisogno di un profeta che gli ricordi la loro storia.
Cassandra:
Guardate. Ora. Cuore che pulsa armato d’odio dietro la porta. Male che si purifica con altro male. Sangue seguita a colare da un corpo che era in attesa d’amore. Preso alla sprovvista nudo, inerme – impigliato nella spietata rete del Fato e attraverso le sue maglie, la lama ancora – ancora.
Coro:
La tua prima visione ci era nota. Cosa stai vedendo ora è fibbia di tenebra.
Cassandra:
Lei sta pulendo il marito nel suo sangue. Lui sta uscendo dalla vasca le porge la mano, ed è lei a gettarlo nella più cupa tenebra.
Coro:
Di cosa vai blaterando? Che cosa vuoi rivelarci?
Cassandra:
Ora, la rete – terrore occhio-di-pesce: la morte lo avvolge come una madre accoglie in fasce il bambino. La donna che condivideva il suo letto ora lo ripaga trafiggendolo con il bronzo. Le Furie si affollano nella casa tracannano il sangue di questa casa desiderano il sangue di questa casa – Guardate le Furie – guardatele – guardatele –
Coro:
Le sue visioni la uccideranno. Che cosa stai architettando? È una sorta di sequestro letale: per vedere il futuro devi morire a strappi.
Cassandra:
Oh! La vacca ha sgozzato il nobile toro. Ora è troppo tardi. Pensava fosse la sua vestaglia, è mescita di morte. Il lungo corno lo penetra. Ancora. Ancora. Sta sguazzando in una vasca piena del suo stesso sangue.
Coro:
Gli oracoli necessitano di un interprete: spesso evocano il male e ai profeti piace fare chiasso, rovinare in pianto. Eppure, ciò che dice mi fa tremare.
Cassandra:
E io lo seguirò: Guardatemi – come un delfino balzo da fine a fine partecipe di due abissi rovinando nel sangue. Scaraventata nel suo stesso sangue. Apollo – perché mi hai intrappolata in questa orribile morte di umani?
Coro:
Posseduta dal dio, pazza – Ora si lamenta della sua morte. Lei: usignolo che cinguetta la sua storia soffocandovi dentro.
Cassandra:
Un uccello può volare ma io non ho dove nascondermi contro i colpi del martello che mi massacrerà – sono come una gallina sul ceppo.
Coro:
Da dove viene tutto questa esondazione di male? Sangue che fluisce come lava e solforosi verbi, chiacchiere sul dio e su ciò che è insensato. E quella voce che sgorga dal centro della terra che mi annoda le viscere. A cosa vuoi arrivare? Che cosa sta succedendo?
Cassandra:
Paride e il suo grande amore hanno annichilito una stirpe e la sua metropoli. Sono cresciuta felice, lungo lo Scamandro dal docile dorso. Ma ora quel fiume lambisce le lande dei morti e fluisce insieme alle mie profezie.
Coro:
Conosciamo Paride. Ma che cosa intendi dirci? Le sue parole sono il morso di una vipera che colpisce con tutto il corpo come se fosse una mazza.
Cassandra:
Nulla può bloccare il volo delle mie profezie. Le mura di Troia non bastano. I torrioni non bastano. Le bestie sgozzate ogni giorno sugli altari non bastano. Preghiere, scudi, i più forti guerrieri davanti a tutti – nulla è sufficiente a deflettere il corso delle mie profezie. Nessuno mi ha creduto nulla mi sopravvive: sono tutti morti presto sarò con loro.