Seamus Heaney, il maestro misericordioso che mi ha salvato dalle sabbie mobili del dubbio: dialogo con Marco Sonzogni

Posted on Aprile 25, 2019, 7:19 am
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Avrebbe compiuto 80 anni questo mese, ci ha lasciati alla fine di agosto, era il 2013, nel 1995 fu ornato, lui che non aveva bisogno di onori, con il Nobel per la letteratura, ma è a 33 anni, nel 1972, che pubblica la raccolta della svolta, quella che inaugura una nuova consapevolezza lirica. Ora. Seamus Heaney è un poeta miliare, nel senso che costituisce una pietra, è lì, pattuglia la poesia d’Occidente. Poeta totalmente irlandese, è un poeta interamente occidentale: ha marcato la zolla della sua ispirazione traducendo Virgilio e intendendo Dante, ci ha fatto scoprire le raffinatezze del Beowulf e perfino la grandezza del Pascoli. Davvero, Heaney, è il poeta inevitabile, in cui etica e statura, lirica e abbraccio, vertigine formale e millimetrica capacità didattica, sono uno. Insomma, non puoi eluderlo, devi studiarlo, il grande Seamus, per orientarti alla poesia dei prossimi millenni, perché quando lo leggi senti il sussurro dei druidi e dei prati, la cavalcata dei morti, il rumore della zappa irlandese e l’assoluto assolo virgiliano, Dublino e la Roma augustea, il sassone e il romagnolo, questa terra e l’altra. Dunque, “Wintering out”, cioè Traversare l’inverno, un evento editoriale, la raccolta di Seamus Heaney, la terza, pubblicata da Faber nel 1972, ora in Italia, per merito di Gabriele Capelli Editore. “Heaney pubblica Wintering Out nel 1972, all’età di 33 anni: un dato cristologico – notevole è il peso che il Cristo ha in questa raccolta, citato per direttissima in due occasioni e con riferimento allusivo in altre – e anagraficamente sorprendente se si pensa alle già sorprendenti Death of a Naturalist (1966) e Door into the Dark (1969). Ma la terza silloge è quella di un radicale cambio di rotta, non tanto tematico o stilistico, quanto nello status di poeta che egli comincia a incarnare, nella consapevolezza cioè dell’equipaggio creativo e cerebrale messo in campo (fatto certamente di sfarfallanti intuizioni), nella maggiore versatilità a orientare le nuances in una più decisa saturazione e, aggiungerei, spiritualizzazione dei motivi poetici”, scrive Alberto Fraccacreta in postfazione (il testo introduttivo è di Leonardo Guzzo). Raccolta, dico, di miracolosa bellezza, di inesausta freschezza, con manate di versi che resti ad ammirare come il singulto dell’alba, greve di gabbiani (“Un uomo che guada campi perduti/ rompe la lastra della piena:// un fiore d’acqua/ fangosa si apre verso il suo riflesso// come un taglio che spande/ le proprie tracce rosse in un catino”, questo è da Doni della pioggia). E con testi di tale ampiezza narrativa – Una scorta nordica, ad esempio, o L’uomo di Tollund – arcaici e arcadici, primordiali e proteiformi, che chiedono attesa, granate di sguardi. La raccolta è stata tradotta con consueta dedizione da Marco Sonzogni – già autore delle traduzioni del ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie le Poesie di Heaney, era il 2016 – a cui ho fatto alcune domande. (d.b.)

Come si colloca Traversare l’inverno nell’opera di Heaney e a cosa allude questo ‘attraversamento’?

Questa è la terza raccolta, pubblicata nel 1972. È una pietra di passo: sancisce una svolta importante segnalata dall’anno di pubblicazione. L’anno appena trascorso in California – alla Berkeley, dove, tra gli altri, incontra Robert Pinsky, poi Poet Laureate degli Stati Uniti, e, attraverso Pinsky, Miłosz, futuro Premio Nobel e da subito punto di vista umano, morale e poetico – è salubre: sia dal punto di vista creativo sia da quello personale. Nuove cadenze, quelle della poesia statunitense, nuove visioni, un senso di libertà e di possibilità senza limiti oltreoceano ma soffocato a Belfast, in Irlanda Nord. Heaney matura presto la decisione di lasciare lavoro, città e paese per trasferirsi nella campagna di Wicklow, a sud di Dublino, nella Repubblica d’Irlanda, per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Una scelta coraggiosa e presa in primis per integrità nei confronti della propria vocazione alla scrittura — scelta non priva di conseguenze, soprattutto di matrice politica, visto che la situazione della violenza settaria tra minoranza cattolica e maggioranza protestante nel Nord sta ormai degenerando nel periodo più buio della storia dell’isola, quello dei Troubles, eventi che segneranno comunque e per sempre la poesia (e la vita) di Heaney. Questa raccolta, come ho detto, segna dunque l’inizio di un nuovo capitolo: una vita interamente dedicata alla scrittura, una realtà all’inizio molto dura, artisticamente e umanamente, ma fondamentale e formidabile rito di passaggio che lascerà in eredità, in poco più di un decennio, un poeta ancora più potente e opere quali Stations (1975), North (1975), Field Work (1979), Sweeney Astray (1983) e Station Island (1984) – accanto alle quali iniziano a stagliarsi le ombre fidate di Virgilio e di Dante. E proprio da Dante ho preso in prestito l’uso transitivo del verbo traversare per cercare di rendere l’espressione idiomatica inglese to winter out, che significa arrivare dall’altra parte, superandola quindi, di una situazione difficile, come quando il bestiame sopravvie alla durezza dell’inverno. “Adda passà a nuttata”, come dicono i napoletani. Wintering Out è il racconto di una serie di attraversamenti, individuali e collettivi, di cui Heaney ci dà preziosa e potente testimonianza.

Che percorso ha la lingua poetica di Heaney e in quale parte – chiamiamola geologia verbale – la vediamo, qui. E come si traduce un poeta come Heaney, con quali accortezze o accoglienze?

La lingua ha sempre un ruolo fondamentale nella scrittura di Heaney. In essa, infatti, coabitano e convivono (pacificamente, personalmente, poeticamente) il gaelico e l’inglese, e le loro tradizioni, non soltanto letterarie ma anche storico-politiche, socio-culturali, geo-ambientali. Un poeta che riesce ad usare la lingua – anzi le lingue, ricordando anche che Heaney ha tradotto da ben quindici lingue e letterature diverse, con le quali era riuscito a stabilire un rapporto diretto anche quando l’effettiva conoscenza della lingua era elementare (miracolo della poesia, della letteratura!) – non può che lasciare lettori, studiosi, critici e traduttori a bocca aperta: per meraviglia e per complessità. Nemmeno Derek Walcott o Paul Muldoon, per citare due grandissimi virtuosi dell’inglese e delle sue timbriche, arrivano a toccare la stessa varietà, densità ed espressività di Heaney. Non dico dunque niente di nuovo affermando che Heaney è particolarmente difficile da tradurre, proprio per la ragione che ho appena cercato di spiegare. Avere passato tanti anni nella sua isola, accanto a lui e alle sue cose, e imparando da lui, mi ha reso consapevole di tutte le difficoltà che mi aspettavano, dalle più piccole alle più grandi. Ecco, direi che questa assoluta consapevolezza – e l’umiltà e la generosità di cui Heaney ha dato esempio, non soltanto, a tutti e in ogni angolo del mondo – mi ha aiutato a trovare soluzioni e compromessi e soprattutto a mettere sempre davanti a tutto, servendole, le sue parole e le sue intenzioni.

Ritaglia un verso o un fascio di versi di questa raccolta particolarmente emblematici – per la poesia di Heaney, per te. 

Una delle poesie di Heaney che preferisco appartiene proprio a questa raccolta: Servant Boy. L’ho spesso benevolmente adottata per ringraziarlo di come, rispondendo pazientemente a tutte le mie domande, maestro misericordioso, mi avesse aiutato ad uscire dalle sabbie mobili del dubbio che accompagna sempre chi traduce. Poco prima che morisse, con i lavori del ‘Meridiano’ che aveva costruito ormai vicini alla chiusura, lo avevo ringraziato così: «this servant boy is blessed to have such a merciful master». Ecco la poesia:

Ragazzo servo

Traversa l’inverno
in fondo a un brutto anno,
dondolando una lanterna antivento
mentre si muove in un capanno,

un bracciante tra le ombre.
Vecchia prostituta da lavoro, sangue
di schiavo, che giravi per le fiere di bestiame
sotto l’occhio di ogni offerente

e restavi paziente
e circospetto, come
ora mi attiri sulle
tue tracce.

Tracce discontinue dal fienile alla stalla,
una scia di foraggio
indurito nella neve,
prime a varcare

le porte di servizio dei piccoli
baroni: risentito
e impenitente,
reggi in mano le uova fresche.