“Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti”: René Char e Paul Celan, poeti dell’impossibile. Dialogo con Marco Ercolani

Posted on Maggio 08, 2019, 6:27 am
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“Siete uno dei rari poeti con cui vorrei incontrarmi”, gli scrive, due giorni dopo, nel luglio del 1954. Paul Celan gli aveva descritto l’“angosciata speranza che domina i miei rari incontri con la Poesia”, confessando il desiderio, “senza disturbarvi”, di incontrarlo. Segue, appunto, la risposta di René Char. A quella vertigine d’anni Char ha già pubblicato Feuillets d’Hypnos e Fureur et Mystère; Celan ha dato Papavero e memoria – che dedicherà “A René Char, che mi ha aperto la sua porta” – e lavora a Di soglia in soglia. Leggo queste lettere, il riconoscimento di poeti che sondano l’inconosciuto del linguaggio, che sono penetrati nel fiammeggiare del verbo, e mi commuovo. Ci sono incontri, in effetti, che mutano l’asse terrestre. I libri importanti, oggi, vanno cercati, tra le ombre. Le edizioni Carteggi Letterari hanno pubblicato, per la cura di Marco Ercolani, L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, testo di lucente necessità. Il libro presenta un florilegio di testi poetici di Char e di Celan (per le traduzioni di Francesco Marotta, Pasko Simone, Viviane Ciampi, Anna Maria Curci, Mario Ajazzi Mancini), e alcuni saggi di granitica necessità (di Peter Szondi e di Maurice Blanchot, una intervista di Jacques Derrida, la testimonianza di Peter Handke, “Allora ho osato tradurre René Char, e mentre lo facevo ho riletto i presocratici, in particolare Eraclito. Il mio lavoro di traduzione non si è mai svolto a casa, sul mio tavolo: la soluzione – sì, era una soluzione, un chiarimento – mi è sempre venuta stando fuori, davanti alla casa, e sempre mentre camminavo, specialmente su e giù nel giardino, mai quand’ero seduto, spesso fermandomi di colpo e ridendo, sempre in pieno sole). A me pare un libro bellissimo, nella clandestinità editoriale, opera di chi, fuori dal cappio economico, presta il tempo e l’intelligenza al decisivo, al salvifico. Nel suo lavoro di cucitura, Marco Ercolani dichiara il gesto poetico, stratosfericamente esemplificato da Char e Celan, come “esperienza dell’impossibile”. In questo modo va letto l’altro suo libro, anamnesi della generosità, Fuochi complici (Il Leggio, 2019), in cui Ercolani raccoglie l’esito di una lettura decennale, l’incontro con poeti più o meno celebrati, nel sigillo della meraviglia. “Il poeta, da sempre, mette al centro della scena il dissolversi del mondo e il dolore della bellezza che svanisce, del tempo che ci ruba la vita”, scrive Ercolani, che s’immerga con stupefacente candore nella lirica, senza il peso della catastrofe e del pregiudizio. Consapevole della fragilità del verbo, dell’alfabeto d’ombra e di fiamma della poesia, parola gettata a destinatari inauditi, dalle cui palpebre si fanno culle, amaca al mostro. (d.b.)

Cosa ti ha portato a Char e a Celan, al loro intreccio, di poeti letali e liminali, nell’adozione di una lingua che sfida il nascosto e sfida l’inaudito, l’in-detto, l’indeciso e l’indecifrabile, eppure, per l’esistere, quasi opposti?

Quando avevo poco più di vent’anni, in una rivista genovese pubblicavo un saggio dedicato proprio a René Char e Paul Celan, con Osip Mandels’tam i poeti decisivi della poesia contemporanea, e lo intitolavo Poesia per una fine. Mi sono accorto, con il passare degli anni, che entrambi sono le due facce di una stessa medaglia: l’enigma petroso di Char non poteva che convivere con il folle affanno di Celan. Uno stesso mistero declinato da due versanti diversi, quasi opposti. E ho capito che la loro poesia non mi parlava di una fine” ma, al contrario, di un “inizio”, del quale discutere ancora oggi.

Del libro (“L’archetipo della parola”) vedo e apprezzo il lavoro comune, una comunità del limite. Come sono stati scelti i testi, e dove ti sei introdotto, tu?

Nel blog “La dimora del tempo sospeso”, curato da Francesco Marotta e Antonio Devicienti, ho scoperto ottime traduzioni di Char dello stesso Marotta, e lo splendido lavoro di Annamaria Curci, traduttrice di Celan e Szondi. Ho chiesto a Giuseppe Zuccarino traduzioni da Blanchot, Derrida, Handke. Lucetta Frisa ha ri-tradotto una poesia di Eluard dedicata a Char per i “Cahiers de l’Herne”. Io stesso ho scelto una breve antologia di lettere che testimoniassero l’incontro reale dei due poeti, e ho composto un saggio su Char. Più che una “comunità del limite” ho trovato una “comunità dei senza comunità”, in senso batailliano: delle persone capaci di partecipare a un lavoro collettivo che testimoniasse l’inutile e indispensabile bellezza della poesia, in un clima di sorridente e tragica “dépense”. Natalia Castaldi, direttrice di “Carteggi letterari Edizioni”, ha sostenuto con entusiasmo il progetto editoriale.

In forma di premessa dici: “Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia”. Mi pare una poetica in pillole. Spiegala. 

La sentenza di Char: «Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti» è già un’indicazione che sgretola l’ego del poeta. La poesia deve innalzarsi e andare oltre di sé, come scrive Bonnefoy: «L’uccello varca il canto dell’uccello ed evade». L’enigma della poesia è essere “fuori di sé”, è costruire le forme di questa “evasione” con esattezza. Non vivere la pienezza del canto ma la sua radice, che è grido: e, in quanto grido, sperimentare l’impossibilità della parola di descrivere il suo oggetto. La poesia è stare ai margini dell’afasia, davanti a qualcosa che ammutolisce il linguaggio. Il suo stupor crea e reinventa con le parole le forme del suo stupore. Il poeta ha un solo dovere: fondare limiti nuovi al linguaggio poetico che esprime il dissolversi di ogni limite. Afferma con potenza Novalis: «La poesia è il reale veramente assoluto».

Come si salda quella tua poetica ‘dell’impossibile’ con gli autori con cui sei entrato in sintonia in “Fuochi complici”, e cosa intendi dunque per complicità (essa non è, in fondo, implicita nell’atto di lettura)?

Sono convinto, da lettore, che la complicità sia parte integrante dell’atto di lettura. In Fuochi complici sono entrato in personale sintonia con cento libri, in versi e in prosa, scritti tra il 2001 e il 2019 da cento poeti italiani, nati fra il 1929 e il 1985, dove il sigillo dell’autenticità si accorda alla logica interna del testo, e ne ho tratto delle mie note di lettura (il termine “note” rammenta sia l’idea del segno musicale sia la brevitas dell’annotazione). Questo libro-atlante, non classificabile e non esaustivo, condotto per gusti, analogie, assonanze, mi ha persuaso che la poetica dell’impossibile, di cui parlo, è il desiderio di trovare sempre, nell’atto poetico, nell’azzardo di una voce, quella felice ulteriorità, sintattica e tematica, che rompa gli schemi di una poesia innocua, banale, prevedibile – quella poesia tout court che Lev Lunc già ridicolizzava negli anni delle avanguardie russe.

Insomma, vorrei dirti, dato il frutto di una lettura proficua e ventennale: come sta la poesia italiana del nuovo millennio? Lo chiedo a chi, al di là di nichilismi assolutori (tutto fa schifo) e di bieco ottimismo (siamo nel migliore dei mondi lirici possibili) legge al cuore dell’alterità totale del poeta. 

La poesia contemporanea non sta male. Molte voci la abitano, e testimoniano uno sguardo non allineato, “altro” rispetto a una visione comune. È sorprendente scoprire come in molti poeti, naturalmente ignoti alla maggior parte dei lettori, ci sia una libertà di sguardo transgenerazionale. Difficile, nella marea dei libri pubblicati, è operare una selezione e “trovare” quegli autori che ci convincano a leggere il loro libro senza provare la noia del già visto, del già letto. Trovarli è già una gioia. Un libro come Fuochi complici ha la presunzione di averne scoperti alcuni, e vorrebbe anche sottrarsi alla domanda implicita in ogni libro antologico: «perché hai scelto quei poeti e perché hai trascurato quegli altri?». La risposta è semplice: gli autori di cui parlo si accordano ai miei gusti, e cercano la “dépense”, l’alterità, il rischio, la sincera originalità del dettato, seguendo una musica interiore a me consona e una profonda dedizione esistenziale al fenomeno “poesia”. Aspetto, sempre e comunque, di leggere nuove voci presso nuovi editori, perché rinasca il desiderio di comporre un ulteriore libro sui poeti e sulla poesia, come già accadde per Fuoricanto, pubblicato nel 2000 da Campanotto, e Vertigine e misura, apparso nel 2008 per le edizioni La Vita Felice.

A un giovane, poco avvertito e con molta voglia (ne è pieno il tempo, oggi): che libro di poesia gli consigli, che poeta gli dai, per avventurarsi nell’avventato? 

Due nomi: Lorenzo Calogero, poeta del sonnambulismo interiore, e Bartolo Cattafi, creatore di immagini materiche: due classici sommersi e diversi ma sempre fecondi, letti nella totalità della loro opera. Per la poesia contemporanea italiana molti sarebbero i nomi da fare, ma scoprirli da soli, per un lettore giovane, sarebbe già un bel viaggio, orientati dal web. Chi legge va sempre verso i suoi simili. Pronuncio appena qualche nome: Antonella Anedda, Lucetta Frisa, Massimo Morasso, Alfonso Guida, Ilaria Seclì.

*In copertina: René Char (1907-1988)