“Non è stata una passeggiata, Bacon non lascia scampo”: dialogo con Fabrizio Coscia, quasi un pittore di icone

Posted on maggio 01, 2018, 7:06 am
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La devozione dice che basta inserire sotto la lingua il frammento di una icona per ottenere la salvezza. O essere deliziati dalla delirante visione di Dio. Proprio così. Icona come ostia. Il pittore di icone come devoto esecutore della Parola. Se il pittore perpetua la Parola, lo scrittore – che sul volto di quella Parola incastra altre parole – la smonta, la devia. Il pittore è fedele alla verità, lo scrittore propaga eresie. Rewind. Non conosco il pedigree di Fabrizio Coscia, non mi interessa. So che quando ho letto La bellezza che resta (2017), che è un grande libro sul mistero della sofferenza, ho pensato. Un grande scrittore. L’ho pensato pure per un dettaglio. La bellezza che resta è anche una delle più profonde – e inquiete – esegesi di Lev Tostoj mai tentate. E io mi dico. La grandezza di uno scrittore è sapere introdursi nell’opera di un altro, disintegrando l’ego. Gesto difficilissimo – perché di solito lo scrittore suppone di sapere tutto. Così. Coscia mi pare come il pittore di icone. Nel libro, Dipingere l’invisibile. Sulle tracce di Francis Bacon (Sillabe 2018, pp.76, euro 10,00), impone sul palato, con liturgica attenzione, pezzi di Francis Bacon. Con umiltà molteplice, non scrive l’ennesimo testo dello scrittore che pontifica se stesso sul cranio del sommo defunto. Dà voce a Bacon. Ritagliando – che memorabile devozione – alcune frasi decisive di Bacon, ad esempio. A me piace questa: “In fin dei conti ho avuto una vita molto sfortunata: tutte le persone cui ho voluto bene sono morte. E non si smette di pensare a loro; il tempo non guarisce”. Dalle inferriate dell’opera di Bacon – presentata per scelte sistematiche – Coscia tesse una scenografia narrativa, pone degli interrogativi, lavora – come gli è solito, da quello che ho capito – negli ‘indicibili’, nelle fratture, in ciò che non torna, nei dintorni inferi. Le riflessioni sulla parola, in questo, sono molto interessanti. Chi è che tradisce la verità e chi la trascina? Il pittore o lo scrittore? “Se la parola ci separa sempre da ciò che vogliamo, cosa resta alla scrittura se non una continua messinscena, una debole allusione a qualcosa che resterà sempre inattingibile? Forse, fra tutti, Joyce è lo scrittore che ha osato spingersi più di tutti in questa direzione, superando ogni confine in quello strepitoso fallimento, spesso incomprensibile, a tratti di una struggente bellezza, che fu il suo Finnegans Wake. Ma dopo di lui che cosa rimane da dire per avvicinarsi quanto più possibile a ciò che Bacon chiamava «qualcosa di simile all’essenza delle cose», ovvero alla loro verità?”, scrive Coscia. La lotta per rivelare la realtà, la resistenza alla corruzione, l’impensabile della morte, l’argonautica foia e fobia del vivere. “Se l’obiettivo della pittura deve essere «rendere visibile» ciò che non lo è, ecco dunque che l’esito naturale e finale non può che essere questo: andare oltre l’uomo, o meglio, cogliere ciò che rimane dell’uomo dopo che la morte ha compiuto il suo lavoro. È questo che muove tutta l’arte di Bacon: rappresentare l’uomo nella sua disfatta finale, nella sua uscita di scena; rendere visibile ciò che lascia il suo passaggio, il suo fugace transito sulla terra”. Se l’icona mostra l’invincibile del Figlio, Bacon illustra come marciscono i figli.

libro baconTi dico cosa mi è venuto in mente leggendo il tuo corpo a corpo con Bacon. Testori che scrive di Grünewald nei “Classici dell’arte” Rizzoli. Comunque, uno scontro reciproco con una ‘macelleria’ artistica. Come è nata la catabasi in Bacon? Che fonti hai valicato?

È esistita una tradizione letteraria italiana di reportage o di incursioni nell’arte che si è andata un po’ perdendo negli anni. Hai citato Testori, ma penso anche a Giovanni Comisso che scrive di De Pisis o agli scritti d’arte di Moravia. Il merito di questa collana diretta da Antonio Celano, ‘Le Parole dell’Arte’, della casa editrice Sillabe, è proprio il tentativo di far rivivere questa tradizione di reportage critico che mette insieme scrittura e arte. Per quanto mi riguarda, era già da qualche anno che inseguivo Bacon, ma lui non si lasciava afferrare. Ho provato a inserire qualcosa su di lui e sulla sua arte nei miei due libri precedenti, Soli eravamo e La bellezza che resta, ma alla fine in entrambi i casi ho rinunciato, sentivo che a quei miei tentativi mancava qualcosa, un approfondimento più coraggioso, uno spazio maggiore da dedicargli. Sentivo, in altre parole, che Bacon mi attirava e mi respingeva, e intuivo che la sua arte aveva a che fare con qualcosa di molto intimo, qualcosa di mio, di personale, che andava indagato senza “distrazioni”. Così quando l’amico Andrea Caterini mi ha proposto di inaugurare la collana di Sillabe con una breve monografia critica su un artista del Novecento ho subito pensato che potesse essere una buona occasione per affrontare finalmente Bacon come dovevo. Mi sono immerso allora nel ricordo dei suoi quadri (quelli che ho visto in giro per l’Europa e nelle mostre) e non a caso il tema della memoria (quella volontaria e quella involontaria, direi tanto per scomodare Proust) è stato il punto di partenza del libro e quello finale. Ho frequentato per giorni e giorni le riproduzioni dei suoi quadri, mettendomeli a studiare. Mi sono confrontato anche con le parole di Bacon: le parole raccolte nelle sue interviste (straordinarie quelle rilasciate a David Sylvester), sempre animate da un’intelligenza affilatissima e brillante, mai offuscate da una singola frase banale, ma sempre da interpretare, da prendere con le molle, per così dire. E naturalmente ho tenuto presente vari studi critici, ma soprattutto l’imprescindibile saggio di Gilles Deleuze, Logica della sensazione. Dopodiché ho iniziato il mio corpo a corpo con Bacon. Non è stata una passeggiata. Bacon non lascia scampo.

Mi colpisce la reiterata insistenza sulla morte, sul dolore. “istintivamente nell’artista un desiderio inconscio di infliggere un danno”, dice Bacon. E più chiaramente: “ho avuto una vita molto sfortunata: tutte le persone cui ho voluto bene sono morte. E non si smette di pensare a loro; il tempo non guarisce”. Artista e morte, artista e soffrire: è un rapporto inscindibile?

La morte è il tema che ho indagato anche in La bellezza che resta. Bacon mi ha dato la possibilità di approfondirlo, di scoprire soprattutto la dimensione filosofica di questo essere-per-la-morte. Ma Bacon ci mostra anche il legame inscindibile della morte con l’Eros, la risoluzione dell’uno nell’altra. In effetti sì, credo che le più grandi opere d’arte siano sempre, in fondo, una rappresentazione, una riflessione più o meno esplicita, più o meno radicale attorno al nostro essere «tutti delle potenziali carcasse», come dice Bacon, con una frase terribile ma estremamente veritiera. L’arte che non si interroga su questa nostra condizione di esseri fragili e condannati a uscire di scena è arte decorativa, è intrattenimento.

Fabrizio Coscia

Fabrizio Coscia ha scritto, tra l’altro, “La bellezza che resta” (2017)

Del libro, per ovvie ragioni, mi affascina quando cerchi di capire perché un quadro di Bacon arrivi meglio alla ‘verità’ delle cose rispetto alla scrittura. Ti cito: “Le parabole di Kafka, la grande cattedrale di Proust, le sperimentazioni linguistiche di Joyce, il romanzo-saggio di Mann, sono forse ciò che più di ogni altra opera letteraria del secolo scorso si è allontanata dall’illustrativo, dalle trappole del racconto. Ma fino a dove può spingersi la scrittura oltre se stessa? Forse dovrebbe semplicemente rinunciare ai generi, farsi solo confessione, diario intimo, flusso di coscienza? Ma anche in questo caso, anche se volesse rifiutare il filtro della finzione, quella verità, nel momento in cui sarà espressa a parole, non dovrà per forza mascherarsi da racconto e dunque allontanarsi ancora una volta dal suo nucleo più vero e profondo, in quanto impronunciabile?”. Dunque: scrivere è una sconfitta. Forse. Dicci. 

Io credo che lo scrittore viva da sempre un complesso d’inferiorità rispetto ai pittori, se non una vera e propria invidia. Da qui la pratica dell’ecfrasi, quel genere di scrittura che consiste nella descrizione a parole di quadri o sculture. La più celebre della storia della letteratura è quella di Omero nel diciottesimo canto dell’Iliade, quando viene descritto lo scudo di Achille. Lo scrittore è costretto a ricorrere alle parole, alle metafore, a qualcosa che significa qualcos’altro, mentre il pittore lavora con l’immagine, e dunque evoca direttamente l’immaginario. Per quanto mi riguarda, ciò che di Bacon mi attirava era soprattutto la sua capacità di rappresentare la verità rifiutando la narrazione. Ecco, questo è qualcosa che mi affascina moltissimo e che io, come scrittore, vorrei imparare a fare. Sono stanco delle storie, credo che ne siamo tutti saturi. La politica non fa che parlare di “narrazioni”, il cinema, le serie tv, la pubblicità, tutti ci propinano storie. Di “storie” si parla anche su Facebook, che chiede a ogni utente di “aggiungere una storia”. È un’ubriacatura di storie, che hanno perso naturalmente tutto il loro potere mitopoietico, riducendosi a chiacchiera, a gioco superfluo. Quello che mi interessa invece è smontare le storie, disgregarle, destrutturarle, proprio come Bacon smontava i corpi, i volti, spaccandoli, deformandoli, aprendoli, per mostrarne le verità nascoste. Esiste un modo per rappresentare la verità senza storytelling, senza racconto, senza storie? Secondo me a questa domanda lo scrittore oggi dovrebbe rispondere, nel tentativo di cercare altre strade, altre modalità di scrittura. Certo, il rischio del fallimento è dietro l’angolo: forse il “romanzo” è condannato a essere narrativo o a non essere. Ma credo che oggi valga la pena tentare comunque di spingersi oltre, perché il rischio, in alternativa, è far girare a vuoto una macchina narrativa che ormai non produce più alcun senso profondo.

Legato alla morte, il dio Cronos, il tempo. “L’angoscia, l’orrore del tempo che ci precipita nella morte: non è questo che tortura e mette in croce? È, allora, il tempo il vero protagonista dell’arte di Bacon: tutto ciò che, invisibile, lascia una traccia visibile”. Se è per questo, la scrittura testimonia sempre altro da ciò che afferma, edifica un glaciale “altro tempo”, segna le rughe, per un attimo, sul viso del tempo. Cosa può l’arte contro la forza dissipatrice del tempo? 

Forse, più che un “altro tempo”, la scrittura è assenza di tempo, o meglio un tempo senza presente, senza inizio, senza svolgimento e senza conclusione. Ma che cosa è questa assenza di tempo se non proprio la morte da cui trae origine il linguaggio? Lo scrittore, ci ha spiegato Blanchot, per realizzare la sua opera deve annullarsi, annientarsi, e lasciar parlare la scrittura al suo posto: tutto nello spazio letterario è condannato a ricominciare all’infinito, a non concludersi mai. L’arte, dunque, non si oppone alla forza dissipatrice del tempo, credo, ma piuttosto si conserva in essa, ricreandosi instancabilmente. Ecco perché scrivere, ai livelli più alti, è sempre scrivere della morte e dalla morte.

Cosa dobbiamo vedere assolutamente di Bacon, perché? Dopo Bacon, di quale artista vorresti scrivere?

Potrei citare naturalmente i suoi quadri più famosi: la serie dei papi urlanti, le Crocifissioni, i ritratti di George Dyer o gli autoritratti. Ma ci sono due quadri che io amo particolarmente: Study from the Human Body, del 1949, dove una possente figura maschile nuda, vista da dietro, scosta un sipario di colore grigio, per entrare in uno spazio nero, ed è colta nell’attimo esatto in cui sta uscendo letteralmente di scena. È un quadro commovente: è commovente questo nudo michelangiolesco, che espone la sua voluttuosa potenza, la sua bellezza stranamente non deformata, ma allo stesso tempo anche la sua estrema vulnerabilità, la sua debolezza. Che cosa voleva rappresentare Bacon con questo quadro? L’uscita di scena dell’umano, credo. La traccia visibile che lascia nel momento in cui non è più visibile. Questo è un concetto cruciale in Bacon: l’umano, per quanto annichilito, per quanto bandito dal quadro, non è mai assente nella sua arte. Come nell’altro meraviglioso quadro che amo particolarmente: Landscape near Malabata, Tangier 1963, che ritrae il posto in cui fu sepolto Peter Lacy, il pilota da caccia violento e alcolizzato che fu il grande e tempestoso amore di Bacon negli anni Cinquanta. Il paesaggio è rappresentato con dense e confuse pennellate, come se fosse investito da una bufera di sabbia e vento, con un cielo nero, quello stesso nero che al centro del dipinto diventa un vortice da cui il nostro sguardo è come risucchiato. Proprio là, nel punto esatto della sepoltura, agisce questa forza distruttiva, che è anche un’energia capace di sommuovere il terreno di erba e sabbia, come se, pure dopo la morte, dopo la scomparsa di ogni traccia umana, continuasse ad agire quell’impeto, quella «forza operosa», che tutto avvolge. Dopo Bacon mi piacerebbe scrivere di due artisti lontanissimi da lui, ma che amo molto: Pierre Bonnard, prima di tutto. La sua arcadia nasconde abissi insondabili, il suo rifiuto dell’avanguardia cela in verità una tensione sperimentale audacissima. È stato un genio senza maestri e senza eredi. “Per dipingere – ha scritto – bisogna sempre essere un po’ innamorati. Bisogna che tutto ciò che la natura, i fiori, le donne, l’acqua e il cielo pensano e sussurrano passi attraverso il cuore prima di prendere posto nella tela”. Questo passaggio dal ‘cuore’ alla tela, per Bonnard, è anche un passaggio di tempo. Spesso, infatti, il pittore dipingeva non dal vivo, ma sulla memoria di ciò che aveva visto (e provato). Così è anche per la scrittura (almeno così è per me). Per scrivere occorre sempre essere un po’ innamorati: di un luogo, di una persona, di un’opera. E occorre coltivare la memoria di quel sentimento. Senza tali mouvements du coeur non si dà vita a nulla. Eros, si legge nel Simposio, è desiderio di generare nella bellezza. E poi George Seurat: i suoi quadri rappresentano per me ancora oggi un mistero, per la capacità di coniugare poesia e metodo scientifico. Quando penso che realizzò i suoi due capolavori – Une baignade à Asnières e Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande-Jatte – tra i 24 e i 26 anni, e che dopo gliene restavano da vivere appena altri sei; quando penso alla giovane vita di questo artista totalmente dedito allo studio, al lavoro, all’imitazione dei grandi, all’approfondimento teorico, alla sperimentazione dei colori, e considero i risultati sorprendenti cui giunse in così poco tempo (il dominio assoluto dei mezzi, l’armonia suprema della composizione, la capacità tecnica, la cura artigianale del dettaglio, la visione del mondo improntata a una serenità imperturbabile, e una visione dell’arte, di contro, concepita come etica dell’impegno), non posso fare a meno di pensare che senza questa dedizione ossessiva, questa vocazione al sacrificio, questa attitudine morale non può darsi opera d’arte.