Pier Vincenzo Mengaldo gioca a figurine e dice che la letteratura italiana è morta (e lo premiano pure). Piuttosto, dimostra che la critica letteraria è alla frutta

Posted on Ottobre 09, 2019, 12:05 pm
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Facciamo a meno dei maestri se si tratta di una baronia delle stupidaggini.

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Il contesto. Sabato 26 ottobre, nel Teatro Comunale di Cesenatico, “con la conduzione di Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio Tre”, consegnano i Premi Moretti. Il Moretti “alla Carriera” è andato a Pier Vincenzo Mengaldo, “uno dei maggiori intellettuali italiani del nostro tempo, storico della lingua italiana, filologo, critico letterario…”. Nulla da eccepire, la “carriera” di PVM è magistrale. C’è solo un problema. Ha smesso di fare il critico letterario.

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L’intervista. Un paio di giorni fa Maria Teresa Indellicati intervista il maestro, emerito prof a Padova, per il Corriere di Romagna. Titolo efficacemente riassuntivo: Pier Vincenzo Mengaldo: “In Italia la narrativa è finita”. In realtà, per PVM non è finita soltanto la narrativa, è tutto finito, d’altronde, si stava bene quando si stava peggio e non esiste più la mezza stagione, figuriamoci il grande scrittore.

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In sostanza, Mengaldo si lagna. Prima si lagna che nessuno scrittore italiano è al livello di Levi e di Calvino (“dove possiamo ritrovare infatti la potenza e la bravura di un Calvino, o del Primo Levi di Se questo è un uomo o La tregua anche negli autori che adesso vanno per la maggiore?”), poi si lagna che nessuno scrittore italiano giunga al livello dei grandi stranieri (“penso a Yehoshua, ad Amos Oz o a Grossman, a Sebald con il suo Austerlitz… non mi pare che fra i narratori italiani di oggi ci sia nessuno di questa forza”), dimostrando di essere un lettore invero modesto. I tre scrittori israeliani citati, infatti, non sono più capaci, chessò, di Martin Amis, di William T. Vollmann, di Cormac McCarthy, di Christoph Ransmayr… ma che senso ha fare il gioco, vago, ingiustificato, delle preferenze?

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A PVM, autore di una importante – e ‘generalista’ – antologia della poesia italiana del Novecento (la supercanonizzante Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 1978), non piace più neanche la poesia. “Gli ultimi grandi poeti sono stati Giudici e Raboni… dopo di loro non vedo nessun grande autore”. Forse i grandi autori non li vede perché non legge più dal ’78, PVM, forse perché ha smesso di amare la letteratura.

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In effetti, l’energia cognitiva di PVM, “uno dei maggiori intellettuali del nostro tempo”, è imbarazzante. Anzi, è deprimente. Se dovessimo stringare agli estremi il suo discorso, io direi: beh, è da Dante & Petrarca che non vedo nel rione Italia grandi poeti; francamente, Calvino e Levi non hanno la levatura romanzesca né la levità di Manzoni e di Verga, a dirla tutta, nessuno ha scritto più qualcosa di decente da Guerra e pace in qua. Se devo essere serio, però, mi duole dire che dopo Re Lear è il delirio, che siete tutti degli emeriti imitatori di Omero.

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Quella di PVM non è una pisciatina fuori dal vaso letterario, sull’aiuola di un giornale ‘locale’. Due anni fa – 12 febbraio 2017 – su la Repubblica, interpellato da Antonio Gnoli, il grigio maestro si esprime esattamente allo stesso modo. “I migliori narratori italiani del Novecento? Svevo, Morante, Fenoglio, Calvino sono grandi, ma non sono dei giganti. Nessuno regge il confronto con Kafka, Proust e Mann”; “Ho l’impressione che nell’ultimo quarto di secolo l’Italia non abbia prodotto nessun romanzo che sia stato davvero rappresentativo del nostro Paese, se non per frammenti e schegge. Non abbiamo avuto, in altre parole, Roth, DeLillo, Coetzee, Gordimer, i grandi scrittori israeliani, Sebald”. Questa, però, non è critica letteraria: è giocare a figurine. Per dire che Kafka, Proust e Mann sono grandi scrittori – e Joyce e Melville e Céline? – non c’è bisogno di genio, non c’è neanche bisogno della laurea.

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PVM è l’intellettuale che quando Kafka non se lo filava nessuno, direbbe che “è dall’epoca di Goethe che nessuno scrive un romanzo degno di questo nome…”. PVM non è un critico letterario, è il propagatore dell’ovvio. Insomma: gli danno un premio “alla carriera” perché dice che Calvino è meglio degli scrittori di oggi ma Kafka è meglio di tutti?

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Il problema è che la letteratura si è sempre praticata in clandestinità, nel sottosuolo dell’ovvio, tra case editrici che stanno in una stamberga, su riviste che duravano l’arco di due numeri. Col senno di poi, siamo tutti bravi a dire che Proust è un genio e Kafka un gigante. Bisognava avere il talento di scoprirli, di scavare oltre la superficie del mercato editoriale. Quanti Kafka ci sono oggi in Italia? Io, nel mio, sono certo che ci siano poeti più capaci di Giudici e di Raboni: daremo pazienza al tempo, rivediamoci qui tra cinquant’anni, ora i confronti non hanno senso, insultano il buon senso.

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La critica letteraria, intendo, non è l’esercizio di dire chi è più bravo di chi, con il nostalgico snobismo di parole maturate nella rabbia – francamente: che senso ha dichiarare, per dire, che “Svevo è meglio di Doninelli; Landolfi è più bravo di Tuena”? Eppure, Doninelli e Tuena restano scrittori importanti, oggi. La critica letteraria dovrebbe dirci, con senso storico esatto e competenza di letture internazionali, che cosa è bene salvare, oggi, che cosa è buono da leggere e da pubblicare, in indipendenza dai grandi gruppi editoriali, in anarchica autonomia. Creando le possibilità affinché la letteratura di domani sia meglio di quella di oggi, più bella di quella che si praticava ieri. Altrimenti, si è servi del passato, del cattivo gusto del qualunquismo intellettuale.

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A questo punto, PVM dimostra di non essere un maestro: usate il Premio Moretti per promuovere la carriera di un altro. (d.b.)