Chi ha in custodia la nudità non deve offrirla alla vista altrui. Questo è un altro precetto che si aggiunge alla lista delle ammonizioni che preservano il segreto dell’intimità. E la punizione, sempre la stessa in caso di trasgressione, non risparmia nessuno, né che si tratti del candido innocente Atteone né che sia la parva curiosità o il lubrico accanimento di chi al fascinoso mistero della nudità si accosta con capriccio e dolo.

Nelle Storie di Erodoto spunta di traverso quella dello strano commercio che Candaule, re dei Lidi, intrattenne con il suo attendente Gige. Entusiasta fino alla spacconeria della bellezza di sua moglie, il re pretese che il giovane confermasse il suo fervore erotico e, di frodo, la vedesse nuda. Gige, in bilico tra principio morale e rispetto per l’autorità incarnata dal suo sovrano, gli ricordò che “la donna nel deporre la veste, depone eziandio il pudore”, e poi che già da tempo nel consesso umano erano “[…] in vigore i precetti dell’onesto, dai quali giova pigliare ammaestramento”, uno di quelli era “[…] il debito che ha ciascuno di guardare le cose proprie” (Erodoto, Storie, I, 8). Ma Candaule non si lasciò intimidire, il suo fanatismo si saturò di idee dannose e immorali al punto che la sua mente partorì l’idea più ignobile e assurda: egli stesso gli avrebbe dato l’opportunità di ammirare la bellezza del corpo nudo di sua moglie nascondendolo nottetempo nella camera in cui loro si abbandonavano al sonno e alla lussuria. Infatti, riparato da un paravento e dall’oscurità, Gige poté finalmente soddisfare il desiderio esibizionistico chi gli dava il soldo e il pane, spiando la regina nuda senza essere visto: “Sta presso l’entrata un seggio, sul quale depone nello svestirsi l’una dopo l’altra le vesti sue; qui tu la potrai riguardare a molto tuo bell’agio” (Op. cit., I, 9).

Giambattista Pittoni, La morte di re Candaule, 1720

 Ma le cose non andarono come Candaule aveva previsto. La regina si accorse della presenza del giovane eppure non ne fece parola, non gridò allo scandalo. Uno studiato mutismo fu la sua strategia. Erodoto, interessato più alle conseguenze storico-politiche della vicenda che ai suoi aspetti licenziosi, fa altrettanto e per un attimo distoglie lo sguardo da Gige che si è reso colpevole soltanto (si fa per dire) di aver messo da parte le leggi non scritte del gènos per assecondare quelle del sovrano. (Non come la tebana Antigone che sfidò i più severi decreti di Creonte pagando con la vita). E ugualmente tace sullo spettacolo della nudità svelata che inconsapevolmente la regina offrì allo sgherro di suo marito.

Il giorno dopo, la sovrana fece chiamare Gige e gli propose un patto che rendeva esattamente i termini della questione: la sua intimità era stata profanata e adesso occorreva porvi rimedio. Le opzioni che ella propose al milite furono due: uccidere Candaule e possederla diventando egli stesso re dei Lidi; oppure morire, così che “per lo innanzi, ligio in tutto a Candaule, non abbi a vedere cose che non devi” (Op. cit., I, 11). Più chiaro di così…

Il meccanismo che deve risarcire la trasgressiva violazione della nudità viene messo in moto da queste ferali alternative: dare la morte o morire, perché la nudità rimanga sempre tra le cose che non si possono vedere e, soprattutto, tra quelle che non si possono dire. Candaule, il trasgressore erotico dei “precetti dell’onesto”, è perciò due volte reo, primo perché ha detto (“annunciato”) a Gige quella di sua moglie; secondo perché, di quella nudità, gli ha infine offerto l’inverecondo spettacolo. Ma la regina ora intende riportare le cose al loro primitivo ordine e ricondurre la sua nudità agli ambiti dell’intimità coniugale. (Come dire che, rientrando nella legittimità del nòmos, il bel candore delle sue membra può di nuovo aderire agli agrapta nomina, le leggi non scritte degli uomini).

Jacob Jordaens, Candaule mostra la moglie a Gige, 1646

Gige, ovviamente, “preferì di vivere”. Scannò Candaule mentre dormiva e ritrovò moltiplicato il soldo e il pane (Archiloco lo definisce polýchrysos, cioè carico d’oro, ricco sfondato). In più poté avere per sé, legittimamente, la regale bellezza della sovrana che prima gli sarebbe stata assolutamente inaccessibile. A lui, dunque, guardone a comando e per ossequio, si affidò la pudica regina perché custodisse con cura quella intimità che l’indegno Candaule aveva proditoriamente esibito. Erodoto non lo dice, ma c’è da credere che lo fece con scrupolo e fedeltà, poiché il suo regno, salutato pure dai buoni auspici della Pizia, durò di gran lunga più di quello del suo predecessore e fu citato da Archiloco in un frammento di trimetri giambici. Dopodiché, sic transit gloria mundi, anche Erodoto, senza troppe smancerie, lo congeda dalle mole eterna delle sue Storie poiché, dice: “Non v’ha di lui altra cosa memorabile [… e] del suo regno, non mi resta, all’infuori di questo cenno, altra cosa a dire” (Op. cit., I, 14).

Vincenzo Liguori

(continua)

*Il primo articolo del ciclo lo potete leggere qui

**In copertina: Paolo Emilio Besenzi, “Gige e Candaule”, 1600