“Ognuno di noi ha subito un oltraggio nel momento in cui è stato messo al mondo”. Vi spiego perché David Benatar, il guru dell’antinatalismo, non è abbastanza estremo

Posted on Luglio 05, 2019, 11:49 am
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David Benatar è del ’66, sudafricano, direttore del Dipartimento di Filosofia presso l’Università di Città del Capo, è vegano, animalista, è contro la discriminazione razziale (“La razza in sé non è in generale una menomazione. Vi sono alcuni casi in cui lo è: la pelle chiara, per esempio, rende più suscettibili ai tumori della pelle”), è contro l’apartheid, è dell’idea che venire al mondo – e far venire al mondo – sia male e è restio a far circolare foto sue; sembra sia una cautela perché non sono pochi i pro-life che del male lo farebbero volentieri a lui per le sue tesi antinataliste.

Sull’argomento sono impreparato, qualcosa sull’antinatalismo l’ho letto in Massimiliano Parente, scrittore con figlia, quindi ho accolto con la giusta curiosità il consiglio dell’amico che mi ha girato il libro. Il mio amico detesta Benatar: “Io ho smesso di leggerlo da pagina 16, quando immagina le conseguenze disastrose che si moltiplicherebbero a ogni generazione ‘Ipotizzando che ogni coppia abbia tre figli […]’. Tre figli? Qui ci stiamo vendendo la camicia per riuscire a racimolarne uno, e questo si dispera per una coppia che secondo chissà quale media statistica di chissà quale parte del mondo di figli ne ha tre e nel giro di dieci generazioni dovrebbe sentirsi colpevole di averne causati 88.572 sulla faccia della terra! Ma che beffa è?”

L’amico, come me, è di quelli che non si fanno il problema se sia giusto o no far venir al mondo un figlio, contriti come già sono dal problemone sul come devono fare per riuscirci: la fertilità che cala, le tecniche che costano, la sanità che considerando le tempistiche ti aiuta più a diventare nonno che padre, e la solita omertà sessista che ricopre l’argomento: i figli sono cose da donne, anche quando le cose che non vanno sono degli uomini e le donne le loro cose le hanno tutte in regola.

Quindi leggo Meglio non essere mai nati di Benatar, per la Carbonio Editore (altra ironia? Il carbonio, come la scrittura, è l’elemento su cui si basa la vita, certo, per come sappiamo riconoscerla noi), come un uomo che vuole un figlio ma non gli riesce che si confronta con i ragionamenti di un uomo secondo il quale procurare la nascita sia un atto discutibile, perché Benatar ci va giù più duro di Seana Shiffrin, citata nel libro e secondo la quale la procreazione non è un “atto limpido e moralmente innocente”. Prima premessa, prima ancora di star a discutere sulla procreazione: io limpido non sono neppure a me stesso; quanto all’innocenza: ci vorrebbe tutto un altro libello filosofico di preamboli.

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L’incipit è da far invidia a Thomas Bernhard: “Ognuno di noi ha subito un oltraggio nel momento in cui è stato messo al mondo”. Temo David Benatar mi stia immediatamente simpatico. Non è un pamphlettista, non ha l’aria di voler redarguire o insultare nessuno; ha delle convinzioni e usa le sue controllate capacità intellettuali per condividerli; questo non significa che non abbia passioni, che sarebbe l’immediata e facile reazione di pancia di chi opporrebbe un cuore a un cervello, dimostrando così solo di non avere il secondo e di saper brandire il primo, scesogli nelle viscere, come fosse un pugno. Benatar le domina e non è dominato, e in scrittura o si fa così o non si fa scrittura.

“Ho scritto questo libro, quindi, non nell’illusione che esso faccia una (grande) differenza nel numero di persone che ci saranno in futuro, ma nella convinzione che quanto ho da dire debba essere detto, a prescindere che sia accettato o meno”. Benatar è sobrio, e ha una sportività con dei risvolti autoironici non so quanto volontari: “Il pessimismo, quindi, è tendenzialmente sfavorito dalla selezione naturale”. Vale a dire: chi è dell’idea che non fare figli sia meglio è conseguente e non ne fa, e quindi lascia che continuino a riprodursi coloro che si lasciano guidare dai “potenti meccanismi biologici a favore dell’ottimismo” e dunque ne fanno. Questo sempre in teoria. All’atto pratico non mi stupirei se chi è d’accordo con Benatar di figli ne abbia quei tre di media di cui sopra, a differenza mia che sono in disaccordo e non ne ho nessuno. Per la logica del sospetto: chi gli dà ragione, che gliela dia proprio perché di figli ne ha? E io, che non gliela do, che non gliela dia proprio perché non ne ho? Un antinatalista con figli in effetti ha più frecce al suo arco del natalista con la sindrome della faretra vuota. Da ridere, come in ogni tragedia.

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Benatar, secondo Benatar, sposa una tesi filantropica: il suo desiderio è che l’umanità la smettà di soffrire, dunque meglio farla finita con l’umanità; è contrario proprio al male, per Benatar il male coincide alla sofferenza subita, per cui, a dirla tutta, sarebbe un bene che la vita si estinguesse completamente, perlomeno quella che ha raggiunto lo stadio riflessivo, l’autocoscienza. Aggiungo io: siccome l’evoluzione sembra aver mostrato la sua tendenza, non c’è da fidarsi a lasciare in vita le piante: dà loro il numero giusto di secoli e ti ritrovi le forme di vita cosciente. Lo stesso dicasi per la materia cosiddetta inerte: quali che siano le cause prime tuttora a noi sconosciute, escludendo il Deus ex machina, dagli il giusto numero di miliardi di anni a gas e polveri e ti ritrovi punto e da capo. Benatar crede di essere radicale ma non lo è abbastanza: se vuole risolvere il problema della sofferenza non basta mica elimnare la vita cosciente: bisogna eliminare tutto. Chiunque punti a qualcosa di inferiore alla distruzione complessiva dell’universo sta mirando ancora troppo basso. Essere dei contemporanei della fine del mondo, alla Sgalambro, è da antiquati.

Al netto delle asimmetrie e delle formulazioni logicamente inoppugnabili – ma si sa che la logica, volendola spingere dal di dentro, conduce agli assurdi più spassosi, proprio perché pretende di poter fondare le premesse con fragili puntelli modellizzanti – la convinzione di Benatar è presto e ben sintetizzata da Benatar stesso: “Siccome non c’è niente di male nel non venire al mondo, ma c’è qualcosa di male nel venirci, sembra che tutto sommato la non esistenza sia preferibile”. Benatar, senza mai citarlo apertamente, utilizza come termine di paragone il nulla. Con una operazione del tutto mentale confronta l’essere, di cui più o meno tutti sappiamo qualcosa, avendolo esperito, con il nulla, del quale nessuno sa nulla, anche perché non c’è nulla da saperne, altrimenti che nulla sarebbe?

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Perché nascere è male? Perché si soffre. E per Benatar la sofferenza è male, e voler sottoporre chi non-è alle pene dell’essere, infliggergli “i mali dell’esistenza”, è da malvagi. Perché si soffre? Madamine, il catalogo è il solito: dalle catastrofi naturali alla guerra alla povertà, dalle delusioni d’amore alla morte che è il buco nero alla fine degli orizzonti di tutti. Certo, ci sono anche i piaceri, ma niente può mettere in pari la bilancia. Benatar si inventa le “kilo-unità di valore positivo”: non so cosa misurino, ma puoi cumularne quante ne vuoi, comunque non varranno il prezzo del biglietto. Il mio buco nero deve chiamarsi Dostoevskij, siccome io ritorno sempre a lui. Nei Fratelli Karamazov scrive: Ma a che serve conoscere questo maledetto bene e male, se il prezzo da pagare è così alto? Infatti, tutto un mondo di conoscenza non vale le lacrime di quella bambina al suo ‘buon Dio’. Per quanto buona e bella possa essere una vita, nessuna vita è dispensata dal dolore, e niente può giustificare quel dolore che è puro, innocente, non meritato, intrinseco al mero fatto di esistere.

Benatar preferirebbe essere inesistito, e che gli esistenti sviluppassero il senso morale per propagare l’inesistenza e non la nocività del suo contrario. Come il Thanos nel film degli Avenger, che vuole dimezzare la popolazione dell’universo per rimetterla in equilibrio; se possibile più patetico. 

Benatar lo precisa: lui non è per l’omicidio, come neppure per il suicidio; la vita ormai venuta al mondo, una volta che c’è, non è il caso di farla sparire. Si pregano però gli esistenti di interrompere la catena. “Abbiamo bisogno di una giustificazione più forte per porre fine a una vita che non per darle inizio”: non mettere al mondo è più sensato, e semplice da applicare, del toglierci qualcuno. Lui fa l’esempio di una serata al cinema quando danno un film brutto: meglio non andarci affatto, ma una volta che ci sei, resti, vince l’inerzia; se invece te la senti di alzarti e andare via, chi potrebbe avere qualcosa da ridire? L’esempio della serata al cinema per indicare l’atto della nascita dice abbastanza sulla carica empatica di Benatar.

“Per esempio, nel 2000 si calcola che si siano suicidate 815.000 persone” secondo una nota, estrapolata dal World Report on Violence and Health di tal Etienne Krug. E di fronte a questi calcoli e a chi li fa io resto tra l’attonito e l’infastidito: come si fanno a contare i suicidi di un anno? E se anche si potesse, cosa crede di esprimere una cifra del genere? Come quando dell’Algeria si dice che sono morti in centocinquantamila

durante l’ultima guerra civile. Una cifra che infine non dice nulla, che semmai dà sbrigativamente ragione alle tesi un tanto alla tonnellata di Benatar: quanto male al mondo tocca alla vita!, ergo: eliminiamo la vita e non se ne parli più. Invece bisogna parlarne, e saperne parlare, scriverne. Per parlare dei centocinquantamila morti in Algeria si può e si deve scegliere un punto di vista, magari quello dei diciannove martiri di Tibhirine. Per parlare degli ottocentoquindicimila suicida del Duemila si deve parlare almeno di uno di quei suicida. Altrimenti non si è ancora detto e scritto nulla. Altrimenti, davvero, sarà come non fosse mai esistito nessuno.

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Benatar lo riconosce: ci sono gli ottimisti e i pessimisti. I pessimisti, secondo Benatar, che è pessimista, sono i più realisti. Gli ottimisti soffrono di pollyannismo: “Vi sono parecchie prove che le persone felici con una maggiore autostima tendano ad avere una visione di sé meno realistica. Quelle che hanno una visione più realistica tendono o a essere depresse o ad avere una bassa autostima o a entrambe le cose”.  Allora penso a Pascal: siccome non si può che scommettere, perché non scommettere su quello che ci piacerebbe dippiù se fosse vero? Potendo scegliere soltanto tra ottimismo e pessimismo, perché puntare sul pessimismo? Nel caso degli ottimisti “i giudizi delle persone sulla qualità della propria vita sono inattendibili” scrive Benatar, ma a proposito dei pessimiti io ho trovato definitiva la frase di Mark Fischer, un suicida, nel volume Spettri della mia vita: “il depresso è sempre convinto di una cosa: di non avere illusioni”. Il depresso chiama realismo il suo pessimismo. L’ottimista? Di solito si suicida prima.

Mark Fisher studiava e scriveva anche per cercare un buco nella rete, per trovare un mondo al di fuori della galassia capitalista che ci opprime un po’ tutti; lottava, e si è suicidato neanche cinquantenne, dopo aver dedicato Spettri della mia vita a sua moglie e a suo figlio. David Benatar ha dedicato Meglio non essere mai nati ai suoi genitori (“anche se mi hanno messo al mondo”) e ai suoi fratelli (“la cui esistenza, benché per ciascuno di loro sia un male, è un grande bene per noi altri”) e non mi stupirebbe se vivesse fino a diventare ultraottantenne come un Emil Cioran. E Benatar ne scrive le ragioni: “Abbiamo bisogno di una giustificazione più forte per porre fine a una vita che non per darle inizio”, appunto, ovvero: la vita è male, ma una volta venuto nel male è difficile dirgli addio, perché poi, all’interno di questo male, ci sono gli altri, e sarebbe immorale provocargli dell’altro dolore.

Benatar non si nasconde che anche la vita-che-finisce è male, come la vita-che-nasce, proprio per questo, per evitare il male, vorrebbe che non si nascesse più. Se provo a riformulargli le parole in bocca, gli sento dire: “Vorrei che nessuno soffrisse più, e se per ottenere questo risultato l’unico modo è che non esistesse mai più nessuno, allora questo modo mi va bene”. Oh, non so voi, ma questo mi sembra il desiderio tremendo di un bambino innocente.

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Portare qualcuno al mondo significa esporlo al dolore? Sicuramente sì. Posso garantire di ‘creare persone felici’? Certo che no. Mi aspetto che assieme all’esperienza del dolore chi venga al mondo possa fare esperienza del piacere, pure questo è sicuro, non posso garantirlo però, e comunque non credo affatto alle compensazioni: il piacere non pareggia il dolore. Sono due assoluti. Esistono piaceri che nessun dolore mai potrà smorzare, fossero pure unici nel loro genere e circondati poi soltanto da dolori. Esistono dolori che nulla potrà mitigare, pure se si trattasse di un unico picco nero di dolore all’interno di una verdeggiante pianura di piaceri completi. Pensando di dare la vita, dentro di me risuona leggermente ritoccata la frase che Tom Cruise/Lestat de Lioncourt sussurra a Brad Pitt/Louis de Pointe du Lac nel film Intervista col vampiro: Non ti darò la scelta che a me non fu data.

La vita come vendetta? Come riscossa di chi sa lo attende l’immortalità della morte? Sia, purché non subdolamente. Nulla si può contro il nulla, se non incresparlo per la durata di una esistenza. Siccome tutti facciamo l’esperienza dell’inesistenza (Benatar stesso, a questo punto in maniera imprudente rispetto alle

sue tesi, ricorda “Lucrezio sostenne che, come non rimpiangiamo il periodo di non esistenza prima della nostra nascita, così non dovremmo rimpiangere la non esistenza che seguirà la nostra vita”) io credo ci sia del bene morale nel provare a dare a qualcun altro l’opportunità di fare questa esperienza esclusiva: nascere è difficile.

Quando poi questa vita-imposta dovesse rivelarsi orribile, per chi dovesse nascere, allora sì occorre essere realistici per davvero: per quanto possa durare, non dura poi tanto, e infine non c’è da preoccuparsi: suvvia, si muore. Oh, la percezione psicologica, un anno di piacere dura un attimo ma un attimo di dolore è lungo cento vite, però anche qui è bene tenere a mente le parole di Benatar: “i giudizi delle persone sulla qualità della propria vita sono inattendibili”; lo sono altrettanto quando sono giudizi pessimisti.

Nascere è sofferenza ma la sofferenza non è il male; ci mancherebbe: non è neanche il bene, non lo è affatto, ma non esaurisce il discorso sulla vita, né quello sul bene e sul male, né quello sul valore dell’essere, del poterci essere almeno per un po’ di tempo. Per me il male equivale al privare qualcuno della possibilità di poter scegliere per sé, e è ancora più malvagio porre le condizioni perché quel sé non si avveri mai e non possa fare la sua esperienza della scelta. Di mio scelgo di dare la vita, addossandomene le responsabilità: poiché dare-la-vita mica è un atto singolo, poiché non si smette mica di nascere e di far nascere e di venire al mondo e di far venire al mondo. Se le circostanze al di fuori della mia volontà mi privano della possibilità di attuare la mia scelta procreativa, vabbé, per quello ci vuole tanta pazienza, oltra a un altro saggio filosofico che dubito fortemente possa essere mai scritto da David Benatar, il quale dentro di me è infine giudicato come un ipocondriaco di buon cuore però finitogli troppo nelle calze, per chiuderla con un napoletanismo.

Antonio Coda

*Qui potete leggere l’intervista a David Benatar realizzata da “Pangea”