Ma la poesia esiste ancora? “I poeti costruiscono mondi con materiali poveri e si fanno udire appena. Sta a noi andarli a cercare, permettere che il loro soffio ci raggiunga”: dialogo con Daniele Piccini

Posted on Luglio 03, 2019, 6:39 am
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Uno, non più dotato di altri, passa i giorni a sbozzare un linguaggio, come un pezzo di legno, con la pazzia cauta di chi si meraviglia della lucertola, di un viso, di una violenza, del vigore della luce. Trova una formula, dico, che non ‘dice’: semmai abbaglia. Infine, la risposta è una resa: all’indifferenza, se va bene, o allo sfottò. Il poeta è un martire per necessità – e perfino per gioia – perché passa il tempo, indifeso, a costruire una forma in cui non c’è guadagno, una ossessione d’aria, vocaboli sulle acque. Daniele Piccini sembra suggerirci, nell’ultimo lavoro, La gloria della lingua (Morcelliana, 2019), critico e apologetico insieme (questo è il sottotitolo: “Sulla sorte dei poeti e della poesia”), che la povertà è il carisma della poesia – ma non la resa – e del poeta è proprio il mendicare, la mancanza. Critico letterario tra i rari, che all’attività di studio – precipitata nel 2005 nell’antologia edita da Rizzoli, La poesia italiana dal 1960 a oggi – unisce la divulgazione culturale (l’attività giornalistica sul Corriere della Sera), poeta (l’ultimo libro, Regni, è edito da Manni, 2017), direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia, in questo libro, che è poi un viaggio dentro il concetto di ‘gloria’ letteraria – di per sé sibillino, sinuoso, tra teologia e fuorviante narcisismo –, Piccini vuole toccare, fin dai titoli delle singole sezioni (“Scrivere sull’acqua: la poesia moderna e contemporanea e la fine della gloria letteraria”; “Ripensare la poesia alla luce della povertà”; “La poesia si difende dalla Storia”) il cuore artico, avvolto di fiamme, della lirica. Perché si scrive, per chi, gettati verso quale era? A chi comunica e cosa e come la poesia? Quando il critico annuncia la poesia come “castità, disponibilità a una condizione spoglia e nuda e per ciò stesso autentica, essenziale”, che è poi l’atto primo per disporsi al gesto poetico, si capisce che, senza trauma ma con dichiarata disciplina, la poesia è una scelta, un luogo di rischio, di non ritorno. L’ultimo capitolo tocca lo scoglio perentorio, “La poesia è ancora possibile? Dalla gloria al martirio”. Il punto non è – mai – la domanda sul ‘genere’ – la poesia – che va avanti da sé, è uno degli ingredienti del menù letterario pronto alla vendita – ma un interrogativo sull’uomo, sul suo annuncio d’abisso. “C’è nell’ultimo Pasolini una rabbia contro la poesia: basta pensare a come egli rinneghi, sostituendo bianco con nero, bene con male, il mondo edenico in dialetto casarsese della Meglio gioventù (1954) nella riscrittura amara, di sconfitta e di amore tradito, della Nuova gioventù (1975). Eppure nonostante questo veleno, questo avvelenamento delle fonti dell’amore, della fede nel mondo e nella vita che sempre più lo attanaglia negli ultimi anni, Pasolini è anche uno che continua a scrivere poesia, fino alla fine, come una delle forme possibili – forse la matrice di tutte le altre – per esprimere quell’ansia di totalità, che non viene meno in lui”. La risposta possibile al mondo impoetico – “Al posto del mito della gloria, l’assillo della testimonianza; in luogo della riprova sancita dal riconoscimento, la prova insuperabile, e in sé dotata di senso, del martirio-offerta” – è fare dono di sé, offrendosi in forma di linguaggio, continuando a scandire a morsi, a sguardi l’amare. Il poeta non cerca lettori, ma uomini che accerchiano di versi il giardino, lo stipite dei cervi. (d.b.)

Sembra esserci una differenza, una sfasatura tra la poesia e il proprio tempo, tra il poeta e la Storia, forse per un eccesso di proprietà profetica o di dedizione al linguaggio. Eppure, il poeta pare più di altri incardinato nella Storia. Come si spiega il paradosso?

Ho l’impressione che il poeta sia in ascolto di una minima, ma sorgiva fonte di sapienza, che precede e supera il contingente, senza naturalmente escluderlo. Egli parla da una intimità con i fondamenti, che in quanto tali sono sempre veri e insieme sempre ‘altri’ rispetto alla scena del tempo. Credo che questo paradosso sia in certo modo fondativo, almeno nella modernità: parlando da una solitudine, ad esempio, il poeta inventa e pensa una comunità, che però esiste nell’atto della sua parola, non come audience preesistente.

Daniele Piccini, poeta, critico letterario, studioso, è autore de “La gloria della lingua” Morcelliana, 2019)

Con ostinata pazienza, attraverso studi, antologie e una decisa attività giornalistica, hai cercato di dare lettura dell’orizzonte poetico presente. Oggi prolificano i poeti, si alimentano collane editoriali. Ma manca un ‘pubblico’. Come possiamo orientarci, cosa è successo?

Bisogna andare a scovare i poeti nei loro fortunosi microcosmi: spesso la poesia moderna e contemporanea parla da minuscoli retroterra scampati alla desertificazione. Costruiscono mondi con materiali poveri e si fanno udire appena. Sta a noi andarli a cercare, porgere orecchio, permettere che il loro soffio ci raggiunga.

Insisti, nel libro, su parole apparentemente evanescenti, ma che mi pare redigano una specie di disciplina poetica: acqua, povertà, dialogo indifeso e singolare (non per ‘masse’). La poesia sembra scegliere la contraddizione. Spiegaci.

Quando si scrive una poesia si tenta un dialogo assoluto e arreso, estraneo a ogni commercio e a ogni compenso evidente. Sostanzialmente si cercano fratelli. Si scende a dei livelli minimi ed elementari, come l’Ungaretti del Porto Sepolto, per fare un esempio: capita spesso che si debba perdere un po’ tutto per ritrovare una parola. Essa è totalmente inerme e fragile, ma anche totalmente veritiera: riconoscerla come tale non è questione che riguardi più di tanto il poeta, che la offre, la mette nel mondo come un lievito segreto.

Alla gloria, pretesto del libro, fai succedere il martirio, al riconoscimento pubblico l’etica del dono. Mi sembrano questi concetti straordinari che prevedono da parte del poeta scelte straordinarie. Che cosa intendi?

Non è una proposta, la mia, non è un decalogo, ma il riconoscimento di una condizione, di un’arte che oggi porta lì e non altrove. Il mito della gloria letteraria è terminato e mostra tutta la sua falsità nel moderno. Si tratta invece di parlare a un ‘tu’, che potrebbe essere la parte più vera e necessaria del nostro desiderio: si parla per condividere la sorte di creature e interrogarsi, come il pastore nel Canto notturno. La parte dialogica e fraterna delle cose, la possibilità che il mondo ci risponda, è forse ciò che costituisce il senso del discorso poetico: un mormorio in mezzo al clamore, ma la lingua compie così la sua potenza, che è tutt’uno con la sua umiltà e la sua debolezza.

Tre domande in una. Dimmi l’ultimo libro che hai letto e ti è piaciuto, estrapola il verso che cinge la tua vita, consiglia a un liceale la raccolta poetica da cui iniziare l’avventura del leggere.

Non è che mi piaccia molto il suggerimento secco. Comunque, l’ultimo libro che ho letto e apprezzato è un testo narrativo di Vincenzo Gambardella: Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo di SarajevoI versi che mi paiono da citare sono due, del Canto notturno: «Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore / Rida la primavera». La raccolta poetica che raccomanderei a un ragazzo per cominciare l’avventura del leggere potrebbe essere, tra tante che vengono in mente, Il Dolore di Ungaretti.