skip to Main Content

“Come posso essere un logico se non sono ancora un uomo!” Wittgenstein: per un’autocomprensione

L’opera di un autore non può essere scissa dalla sua biografia. Questo è tanto più chiaro e tanto più vero se si pensa ad un particolare caso, la cui peculiarità consiste nell’apparente paradosso tra la volontà di dedicare la propria vita alla  filosofia e quella (contemporanea e, come si vedrà, inscindibile) di mettere quest’ultima davanti alla morte. Infatti, colui il quale aveva la capacità, e quasi il dovere, della ricerca filosofica, durante la prima guerra mondiale decise di arruolarsi, con esplicita richiesta d’esser posto tra le prime file di combattimento, dove più si rischiava la vita. È indispensabile venire a capo di questo paradosso perché permette di richiamarsi al senso della filosofia, da tempo dimenticato, che è un senso inscindibilmente legato alla vita pratica di ogni giorno. Questo senso della filosofia è, per molti versi, andato perduto, ed è necessario recuperarlo. Non tanto per salvare la filosofia dalle oscurità incomprensibili nelle quali è stata condotta, quanto piuttosto per salvare la vita stessa. 

“Noi ci aspettiamo da vostro fratello la nuova grande svolta della filosofia”. Così disse Bertrand Russell a Hermine Wittgenstein, la sorella maggiore di Ludwig Wittgenstein, per l’appunto, una delle menti più promettenti del secolo scorso (e se così ci si può permettere di definirlo non è per un peculiare contenuto del suo pensiero, ma per una capacità formale che è stato in grado di sviluppare).

Ludwig Wittgenstein, da ricercatore nell’ambito dell’aereonautica, si appassionò presto ai problemi che tormentavano l’ambiente filosofico del tempo. Si avvicinò dunque a Gottlob Frege che gli consigliò poi di recarsi a Cambridge, da quella che ai tempi era considerata una voce di grande portata nell’ambito della logica e della matematica, ossia Bertrand Russell. Ma Wittgenstein, appena ventitreenne, non ci mise molto a sovrastare Russell mostrandogli che le strade della logica che egli batteva non solo le aveva già considerate egli stesso, ma erano dei veri e propri vicoli ciechi. Tanto che Russell scrisse all’amica Lady Ottoline Morrell: “Bene, bene, è la nuova generazione che batte alla porta e io devo farle posto, se mi riesce, o altrimenti diventerà un incubo per me”.  

Allora – messa in luce questa promettente grandezza – il problema si pone con più forza: cosa spinse una delle più brillanti menti del secolo scorso a mettere a rischio la sua vita e, con essa, l’avanzare di un potenzialmente geniale pensiero? Una lettera che Wittgenstein scrisse all’amico Russell può metterci sulle tracce della risposta: “E io continuo a sperare che si produca un’esplosione finale, e che io possa così diventare un altro uomo… Forse tu credi che sia una perdita di tempo tutto questo pensare a me stesso, ma come posso essere un logico se non sono ancora un uomo! Prima di ogni altra cosa io devo fare i conti con me stesso.”

E per fare i conti con se stessi la strada è, in questo caso, quella di porsi di fronte alla morte poiché “essa soltanto dà alla vita il suo significato” in quanto, ponendo chi muore nella solitudine, mette in luce la sua verità. Dove, infatti, si collocano “il vero” e “il bene”? Platone li aveva posti nell’Iperuranio, luogo da noi esperito antevitam e al quale si doveva fare ritorno – non a caso – con l’esercizio filosofico. Per uno strano (e pericolosissimo) fraintendimento però, si è arrivati a pensare che la verità fosse fuori di noi, e che quindi fosse nel mondo esterno che la si dovesse cercare. La pericolosità di questo pensiero consiste nel silenzio del pensiero stesso, nel silenzio e nella cecità interiori. Perché se la verità non è dentro di noi allora noi non dobbiamo cercarla (pensando) ma solo obbedirle (nelle varie forme in cui essa ci si è presentata: da un’interpretazione dogmatica di Dio al comunismo, al lavoro, ai sodi e via dicendo). L’ideale consiste proprio in questo, che l’ideale debba trovarsi nella realtà. Oltre a risultare pericoloso, questo concetto di verità (che è il senso della metafisica) è anche inefficace, nel senso che si rende sempre e immancabilmente irraggiungibile: come infatti si potrebbe mai raggiungere la verità se non si fosse già nella verità? “Non si può dire la verità, se non si è ancora dominato se stessi. Non lo si può dire; ma non perché non si è abbastanza intelligenti. Può dirla soltanto colui il quale già riposa in essa: non colui il quale riposa nella non verità, e dalla non verità allunga una mano verso di essa.”

Ecco dunque il perché della morte. Nella morte si ha la capacità di stare nello spirito e nel presente: “Due termini che sono significativamente coniugati insieme perché ‘vivere nello spirito’ significava per Wittgenstein pervenire alla trasparenza del proprio carattere, quale uomo egli fosse, e il ‘presente’ era il punto nel quale l’uomo raggiunge il centro di sé e dal quale soltanto allora può volgere uno sguardo limpido e fresco sulle cose e sui dintorni della propria vita”. Così scrive Aldo Giorgio Gargani, nella bella introduzione ai Diari segreti di Wittgenstein che porta come titolo “Il coraggio di essere”. Coraggio sacro, proprio di una filosofia antica, socratica, che “non sa nulla” e non propone nulla. Nella filosofia di Socrate infatti (come in quella di Wittgenstein, Nietzsche e molti altri) non vengono proposti sistemi a cui aderire e conformarsi, ma pratiche; non codici di lettura ma decodificazioni. 

La filosofia allora ci deve, per così dire, liberare dalla filosofia (dai sistemi e teorie che la metafisica ha costruito nel tentativo di dire una volta per tutte la verità). “È impossibile scrivere su se stessi in maniera più vera di quanto non si è veri. Questa è la differenza tra lo scrivere su se stessi e lo scrivere sugli oggetti esterni. Tanto più si scrive su se stessi, tanto più si è alti. Qui non si sta sui trampoli o su una scala, ma sui propri piedi”. È da dire poi, per evitare fraintendimenti (che sono fraintendimenti della natura opposta, altrettanto pericolosi) che il fatto che non ci sia una verità là fuori non significa che si debba ridiscendere le tenebre di noi stessi, trovare la propria e unica verità, per abbandonare il mondo (che della verità sarebbe dunque privo): più ci si rivolge nell’interno, più si ritrova ciò che è esterno, ripulito.

Bianca Cesari

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca