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Un anno con Faulkner da giovane: 12 racconti piazzati su riviste e 82 rifiutati. Vogliamo un elenco dei libri proibiti dal sistema per leggere la vera letteratura!

Si consolino gli aspiranti scrittori della domenica presi a calci nei denti dalle case editrici: se anche un colosso del calibro di William Faulkner ha sperimentato più volte nel corso della sua carriera l’amarezza della porta sbattuta in faccia, allora c’è davvero speranza per tutti. Si potrebbe dire molto sulla sindrome tafazziana che accomuna tutti gli aspiranti romanzieri che almeno una volta si sono genuflessi al capezzale dei big dell’editoria, anelando un posticino tra gli happy few della carta stampata, il firma-copie in libreria, l’ospitata da Fazio e, perché no, la menzione allo Strega, flaccida ambizione degli autori nostrani.

Anche il Premio Nobel per la Letteratura, però, ha inanellato la sua bella dose di rifiuti. Non solo: il papà di Mentre Morivo e Santuario ha anche avuto la brillante (e a tratti masochistica) idea di annotare su una lavagna tutte le proposte inoltrate durante l’arco di un anno alle riviste letterarie, scolpendo dunque a imperitura memoria la cronaca dei suoi fallimenti e dei suoi successi, un bassorilievo del suo gradimento nel campo della narrativa.

Come spiega Jessie Gaynor su lithub.com, “il grafico, che fa parte della collezione della Biblioteca dell’Università della Virginia, cataloga i 94 contributi inoltrati da Faulkner a sette riviste tra 1930 e ’31. Dodici sono le storie che è riuscito a piazzare. Sono molti ‘sì’, dunque, ma anche parecchi ‘no‘”.

Ce n’è abbastanza per confortare le schiere di delusi che ogni giorno contemplano la casella di posta elettronica in attesa della risposta di un direttore editoriale che invece li ha prontamente cestinati, cullandosi nella beata convinzione di appartenere alla progenie degli incompresi, dei predicatori nel deserto, destinati magari alla rivalutazione post-mortem, e indorando la pillola grazie al pensiero rincuorante dei tanti grandi spernacchiati a più riprese da quelli che contavano, da Svevo a Joyce.

Poveri illusi, che ancora credono nel sogno utopico della scrittura come fonte di reddito, che sgomitano e si sbracciano per appagare finalmente il proprio culto narcisista e per guadagnarsi uno strapuntino nella loggia esclusiva degli scrittori patentati, non comprendendo che essa è, appunto, nient’altro che una loggia, un club privato, un circolo chiuso di gente che se le canta e se le suona. Non è a questo che dovrebbe aspirare chiunque maneggi oggi l’arte della parola. Meglio, di questi tempi, la sonora bocciatura, il ripudio e la ripulsa, che nobilitano e fortificano.

Troppo facile vestire i panni del cocco delle case editrici, viziato e vezzeggiato; altra cosa è appartenere orgogliosamente alla falange dei reietti, dei diseredati, coloro che sono stati messi al bando e vengono visti come la peste dagli addetti ai lavori. Più difficile è guadagnarsi gli anatemi, la solenne condanna, la damnatio memoriae, sedersi dalla parte del torto e lì rimanere senza cedere a lusinghe. È allora che i ‘niet’ collezionati diventano medaglie al valore da appuntare al petto, che l’avversione si tramuta in motivo di vanto.

Se la storia della letteratura ci insegna qualcosa, è che lo scrittore vive nel disprezzo e che la sua grandezza si misura dalla potenza dell’odio che riesce a calamitare su di sé. Oggi i libri sono oggetti innocui, ideati in un’ottica cerchiobottista, pensati per non infastidire e oltraggiare nessuno, per non sollevare polemiche ma anzi smorzarle. Eppure per secoli si è ritenuto normale che la Chiesa stilasse un indice delle pubblicazioni proibite, vietando categoricamente la loro circolazione, proprio perché l’effetto dirompente di quelle pagine avrebbe potuto infiammare pensieri eretici e scardinare istituzioni secolari.

Oggi avremmo più che mai bisogno di qualcosa di analogo, un catalogo di opere maledette e inaccessibili, disprezzate e inquisite, punite con il pubblico ludibrio: finalmente sapremmo cosa merita di essere letto.

Lorenzo Muccioli

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