“Nell’immensità inazzurrante e profonda”. Paul Valéry, il poeta
Poesia
Giorgio Anelli
Eccomi nuovamente qui, la sera, a tentare di battere forte i tasti per le parole a venire; per i futuribili pensieri sonnambuli. In una stanza che mi contiene e mi sovverte, non appena scelgo un libro e lo apro. I libri che mi ronzano attorno, voglio dire: (che mi accerchiano e quasi mi baciano), prolificano, si moltiplicano col passar del tempo. Figliano, quasi. Sono una famiglia, loro; un clan alternativo alla realtà che ci piange addosso. E mi ricordano che dobbiamo essere forti, qualsiasi circostanza assalga il cuore. Questi miei libri ‒ sacri e profani, cattolici e irredenti! ‒ sono il simbolo della rinascita, del clangore di un treno che passa, incurante degli errori che ci precedono, o di quelli già commessi.
L’importante, per me, ora, è stare qui (volentieri), volerti dire qualcosa. Lettore, l’essenziale, ciò che è rilevante, è questa mia attesa che non è vana, perché porta in grembo il frutto del mio giardino, da curare proprio in una stanza. Tutto è silenzio. Nulla e nessuno potrà suggerire. Tuttavia, queste pagine di libri sono un tesoro talmente prezioso che a volte per l’abbondanza, me ne dimentico pure. Ciò nonostante, è bello scrivere grazie a loro, a questi preziosi minerali che rivelano tutta la loro lucentezza, una volta che li si dissotterra, stringendoli tra le mani.
Si sente soltanto in lontananza un latrato di cane. Forse il forte vento ha portato aria di ladri, stasera. Non importa. Io sto altrove. Nessuno in questo momento potrà scovarmi o allontanarmi. Poiché, nonostante la fatica, sono in pace.
Quel che tento di fare ‒ uomo come me qualunque, come me unico e irripetibile ‒ è di sentirmi vivo, di combattere per la libertà, per le conseguenze della mia libertà. E lo faccio poetando. Poetando tra un pensiero e l’altro. In attesa che un giorno la poesia si faccia sangue e carne sul foglio bianco. Nell’attesa che questa mia fatica, nella danza smisurata delle parole, germogli per l’inatteso incontro di domani. Ecco: nel silenzio ti scrivo.

Tutto è immobile nella stanza-studio. Solo il picchiettare dei tasti, il ticchettio delle dita, sono l’unico frammento vivo che intarsia la fantasia. E mi ricordano che sono reale, che tutto ha un senso, che la poesia ha un valore, che Walt Whitman ‒ sì, anche lui! ‒ ha un senso, e ce lo dona largamente:
So che il passato fu grande e che il futuro sarà grande,
E so che ambedue curiosamente nel presente si amalgamano,
(Per amore di colui che impersono, per amore dell’uomo
qualunque, per amor tuo, se tu sei quello,)
E che dove io o tu ci troviamo oggi, colà è il centro di tutti
i giorni, di tutte le razze,
E colà vi è il senso, per noi, di quanto mai hanno prodotto
le razze ed i giorni, o mai produrranno.
Dunque il dono di un significato, ci dice il poeta, può unicamente arrivare Con i predecessori; ovvero con la tradizione e i canoni; grazie a coloro che prima di noi hanno creduto in quel che facevano, in quel che erano, in quel che sarebbero potuti diventare, un giorno, per gli altri: “Con i predecessori, / Con i miei padri, le madri, e le accumulazioni dei tempi trascorsi, / Con tutto ciò che, non fosse esistito, non potrei trovarmi / qui io, e come sono…”
Giorgio Anelli