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Il più folle dei Futuristi russi. Storia di Vasilisk Gnedov e del “Poema della fine”: una balena bianca

Riuscì a introdurre la propria vita nell’opera: un vuoto, il vicolo bianco, la latitanza dal nome, una lebbrosa purezza.

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Rewind. I russi presero Marinetti alla russa, sul serio, come hanno letto e praticato Marx, con l’ansia dei decabristi, pronti a fare la rivoluzione, ora. In effetti, la fecero. Il primo a dirsi futurista, a Pietroburgo, tuttavia, fu un dandy, Igor’ Severjanin, languido fondatore dell’Ego-Futurismo: “Aveva sentito parlare vagamente del futurismo di Marinetti, la nuova parola gli piacque e non esitò ad appropriarsene, premettendovi un ‘ego’ che lo ricollega in pieno ai decadenti”, lo ricorda Angelo Maria Ripellino. “Provinciale incolto, privo di gusto e di idee, pretendendo d’essere un innovatore senza pari”, tuttavia, Severjanin “conobbe una gloria spettacolare”, tanto che influenzò – per quel miscuglio di sentimenti aulici, neologismi e foggia avanguardista –, tra gli altri, Boris Pasternak, ben più vasto di lui. Morì in Estonia, poco prima del Natale del 1941, scappando dai fuochi della Rivoluzione. Nel 1913 litigò di brutto coi Cubofuturisti – che dei Futuristi avevano l’indole e l’indice puntato contro la tradizione –, in particolare con Vladimir Majakovskij, che nei suoi poemi lo prese a pernacchie. “Solo noi siamo il volto del nostro Tempo… L’Accademia e Puskin sono più incomprensibili che geroglifici. Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj etc. etc. dalla Nave del nostro Tempo. Chi non saprà dimenticare il suo primo amore, non conoscerà l’ultimo”, smanaccia il manifesto Cubofuturista. Quando, l’anno dopo, nel 1914, Filippo Tommaso Marinetti atterrò in Russia, costoro non lo vollero riconoscere come maestro – il cristico Majakovskij non ammetteva padri né secondo fini, “La smisurata insolenza in Majakovskij s’accorda sempre con una vitalità esuberante, con una pugnace gagliardia, come se il mestiere di poeta fosse una continua prova di forza” (ancora Ripellino). Ma questa è un’altra storia. A noi c’importa questo: il languido, allampanato Severjanin cullò, tra i suoi, il più estremo tra i poeti futuristi russi.

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Vasilij Gnedov storpiò il nome in “Vasilisk”, nelle rare fotografie ha il volto arcangelico, il colbacco alto, a metà tra il maestro sufi e il vampiro. Nato nel 1890 da un mercante e una contadina, arrivò a Pietroburgo, dalla provincia, nel 1912. Entrò nel gruppo di Severjanin, che aveva bisogno di accoliti, dimostrando un talento prensile, rapido, pronto all’uso. In un’antologia Ego-Futurista pubblicò il Poema del Principio, che attacca così:

L’oscurità partorisce stelle,

Le stelle partoriscono il silenzio.

Dalle fiabe nasce il mese,

Favole – vampiri d’amore…

Strappiamo un filo per cucire una rete

Ci legheremo al filo spezzato

Come il vento bianco lega i nostri capelli!

Nulla di che nell’epoca di Andrej Belyj, Aleksandr Blok, Velimir Chlebnikov, dove, appunto, si costruiva un nuovo mondo attraverso una nuova lingua, in una sinistra fusione tra arte e atto, tra verbo e incanto. Gnedov, allora, esagerò. Nel 1913 partorì il suo capolavoro. S’intitolava Morte dell’arte, era costituito da 15 poesie. L’ultima, Poema della fine, è una pagina bianca. Una pagina bianca. Insomma: l’opera infinita, la fine della poesia, il fine.

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Il gesto – tale è – è ritorno alla lallazione infantile (su cui si esprimeva il polifonico e poliglotta Andrej Belyj, ad esempio in Glossolalia. Poema sul suono) al silenzio primordiale, alla volta stellata dell’uomo poco meno che sapiens, neanche Adamo. Burla bianca, al banco di prova del verbo, estratto di bava nordica, florilegio antartico. Certo, è facile fare pittorica speculazione sul bianco. Eppure. Marcel Duchamp realizza il suo ready-made nel 1917, capovolgendo i criteri dell’arte; Kazimir Malevič dipinge il Quadrato nero su fondo bianco nel 1915 e il Quadrato bianco su fondo bianco nel 1918; Yves Klein scopre l’essenza del blu negli anni Cinquanta, nel 1946 Lucio Fontana firma il Manifiesto Blanco, comincia a superare la tela, iniziando a bucarla e poi a tagliarla. Insomma: Gnedov, in modo inconsapevole, spiritato, è stato un pioniere: John Cage s’inoltra nel silenzio – 4’33’’ – nel 1952.

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Poema della fine mi viene mostrato da Mattia Tarantino. Sai, ho tradotto Vasilisk Gnedov, mi fa. Gli dico: bene, manda tutto. Il testo è stampato da Terra degli ulivi edizioni. Lo apro, lo sfoglio. Ti sei dimenticato l’allegato, gli dico. L’allegato è quello, mi fa. Trasecolo, come l’idiota che scambia la Balena Bianca per un cumulonembo, per Dumbo. La traduzione, appunto, traduce la pagina bianca; segue biografia smilza dell’autore. La pagina, semmai, se non vi silenzia, può innescare la vostra ispirazione, è una sfida: hai parole così importanti da pretendere di scriverle, sull’oceano bianco, simili a canoe? Gnedov, in effetti, non è l’Areopagita, che s’industria in teologie negative: è un poeta che vive l’era più eccitante e chiassosa della sua Russia. Il gesto, in effetti, pare perfino clownesco. Sappiamo che Vasilisk amava provocare, in pubblico. Così è descritta una delle sue esibizioni da bar: “La poesia non aveva parola; tutto consisteva in un solo gesto: la mano si alzava, sopra i capelli, si abbassava bruscamente, poi scattava a destra. Questo gesto, qualcosa come un gancio, era la poesia”. Roba da mimo, da clown, appunto, pura attorialità.

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A onor del fatto lirico, come detto, Poema della fine è l’esito supremo ed estremo di Morte dell’arte (più futurista di così!), quattordici poesie di una singola strofa, spesso in neolingua espressionista, che costituiscono una preparazione, atletismo linguistico, codice verbale verso la pagina bianca, alla poesia che si riduce a gesto, atto, ideogramma incarnato. Esempi:

Poesia 1. Gemiti. Diventando – lo Spirito è Polvere.

Poesia 2. Capreggiando. Borbottio capresco – Lillà. Brandelli di Sole.

Poesia 5. Mancanza. Capirò – capirò – piglia la mia Anima.

Poesia 8. Tuoneggia. Sfiata argento – Vasca-cervello. Sopracciglia.

Poesia 12. Aggiornando ieri. Al mio fratellino di otto anni – dolce Pietro.

Poesia 13. Crudele.

Poesia 14. Sei tu.

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Il bamboleggiare bianco di Gnedov attrasse Majakovskij: per un po’, dal 1914, il poeta che aveva cantato la fine fu vicino ai Cubofuturisti. Litigarono, come si conviene. Lentamente – esercizi di sparizione – Gnedov svanì. Fece la Prima Guerra, fu rivoluzionario, lavorò come carpentiere, studiò ingegneria. Dal 1921 sceglie di non scrivere. Alla pagina bianca, Iosif Stalin preferì il nero: una nitida traccia nera sul volto lebbroso della Storia. Gnedov finì nei campi insieme alla moglie, Olga Pilatskaja: lei fu uccisa nel 1937, lui uscì, insieme a Varlam Salamov, nel pieno degli anni Cinquanta. Morì in Ucraina, nel 1978; una fotografia del 1960 lo mostra oscuro e severo – cioè, rassegnato. Forse aveva dimenticato gli anni folli, quando era poeta, quando tutto era possibile. Fece della sua vita un foglio bianco: fu ignorato per decenni, di recente, a posteriori, è stata rivalutata la sua esperienza lirica. Tentò, Rimbaud senza Africa, senza sole, di realizzare il suo Poema della fine. (d.b.)

*In copertina: Kazimir Malevič , Quadrato bianco su fondo bianco, 1918

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