“Vi aspetto, lettori, con una torcia accesa alle porte del Lukomòrie, remoto paese ravvolto in bambagia di nebbia…”. I libri meravigliosi (e introvabili) di Angelo Maria Ripellino

Posted on Settembre 14, 2020, 6:26 am
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Alto, bello, baffuto, magro, elegante, pronto all’arabesco retorico e all’altolà del verbo, Angelo Maria Ripellino è riassunto, per lo più, in un libro, Praga magica, ipnotico, per altro, ma parziale. Ripellino – inutile ricamo – è nato il giorno in cui muore mio padre nell’anno in cui nasce il padre di mio padre, nel paese natale della mamma di mio padre. Palermo, 4 dicembre 1923. L’incrocio delle casualità dovrebbe dare abito a un destino. Io continuo a credere che un palermitano nell’allora Cecoslovacchia è lì a fomentare rivoluzioni o per celebrare la propria marcia nel sogno. Ripellino pensava al fulgore della poesia, i sovietici irruppero con le armate, “Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un bàratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò”. Ripellino non tornò più a Praga, la poesia prosegue, tra sbadigli, a essere perseguita e perseguitata.

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Ribadisco ciò che si sa. Angelo Maria Ripellino è un genio. Allievo di Ettore Lo Gatto, ha tradotto Andrej Belyj (Pietroburgo, romanzo che Vladimir Nabokov mette, nel mazzo dei prediletti, tra Ulisse, ‘Recherche’ e TuttoKafka) e Aleksandr Blok, Vladimír Holan e Velimir Chlebnikov. Gli piacevano i poeti che forgiano neologismi, che scartavetrano la grammatica, che fanno del vocabolario una giungla – che cercano la tigre, ecco. La sua sintonia con Majakovskij fu pressoché totale – eppure Einaudi gioca a ripubblicare e a dimenticare quello studio necessario, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia –; ha tradotto con maestria Boris Pasternak, di cui adorava l’indole selvatica più che la rassegnazione al romanzo. Incontrò il poeta nel 1957, dandone nota in un articolo eccellente, riprodotto ora in Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), edito da Aragno, a cura di Umberto Brunetti e Antonio Pane.

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“Le parole di Pasternàk avevano una gravità battesimale. Mi suona ancora negli orecchi la sua cantilena discontinua, arrochita… Ci invitò a pranzo. A capotavola, come un nero idolo, troneggiava la moglie. Un lunghissimo pranzo all’antica: galline, funghi e verdura della sua villa. E cognac e brindisi. Intanto Borís Leonidovič parlava della gioia che si prova nell’ospitare gli amici venuti da terre lontane. Paragonò la figura del poeta ad un albero che stormisca nel vento. Esortò Evtušenko a non stemperare il suo ingegno negli intrugli dei versi servili. Ci narrò di Marina Cvetàeva; tracciò un parallelo fra Bunin e Čechov, dando la palma a quest’ultimo. Mi sorprese il suo amore per le ariette banali di Severjànin, che era stato per me sino allora il campione d’un bolso decadentismo… Quando prendemmo congedo, mi regalò due quaderni con liriche allora inedite; verdi quaderni, su cui rameggiava la sua scrittura antiquata, tutta svolazzi ed occhielli. Benché a poche verste da Mosca, Peredélkino era in realtà più remota di un villaggio in Siberia. In quella dacia Pasternak coltivava, come una fragile pianta, la sua solitudine, contrapponendo all’effimero brulichío degli «slogans» la ferma meditazione dei problemi eterni. Eppure questa solitudine era fertile, esemplare, ed agiva sui giovani stanchi delle false fanfare”.

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Morto nel 1978, nonostante gli sforzi di amici e studiosi – nel 2007, ormai un secolo fa, Einaudi ha riprodotto le sue poesie – mi pare che Ripellino sia inacidito nell’oblio. Forse Ripellino è come una formula magica, che rimbalza a contrario, eco incongrua, contro le pareti di una stanza vuota, con vigna di lampadari. Ad esempio, l’antologia sulla Poesia russa del 900, dedicata da Ripellino “a mio padre”, chiusa con quelle parole d’emblema (“Questi lirici ci offrono la testimonianza d’una poesia non rinchiusa fra schemi dottrinari, non impacciata da intenti di propaganda, non ingolfata in cadenze di superficiale esaltazione, una poesia nitida, luminosa, piena di ottimismo e di aperta fiducia nella vita e nei destini del mondo”), va ristampata immediatamente, la apri e ti salva il giorno, inchiodato ai versi di Anna Achmatova, di Osip Mandel’stam, di Marina Cvetaeva… Come una P sul torsolo della soglia di casa, al raduno degli irredenti.

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“Non ho ancora trovato il tema di questo racconto. Eppure non posso non scrivere. Scrivere, prendere appunti è un’ossessione che ti corrode la vita. Me ne sto qui sull’erba bruciata di Forte Antenne, a schizzare pigri disegni. Estrella mi guarda ridendo. Riempirò molti fogli di graffiti e di sgorbi e di ghirigori. E alla fine in un lampo mi si chiarirà l’argomento”. Così attacca Storie del bosco boemo, al crocevia di un’ossessione, l’ultimo dei “Quattro capricci” del libro omonimo, stampato con sfarzo da Einaudi nel 1975 (“Numeri baracconeschi, riquadri sghimbesci da stampe folcloriche, tavolozze sgargianti da Ballets Russes, sfondi da libri infantili illustrati a frastagli che si alzano aprendoli, una certa bamboleria surrealistica, buffonaggini da vecchia novella italiana… tutto questo confluisce in un ardente giuoco verbale, che tuttavia non si esercita a vuoto, ma è sempre sotteso di tenerezza e rimpianti e calore umano”). Il libro mi è stato inviato – insperabilmente – dalla Sicilia; in copertina una illustrazione di František Tichý (1896-1961), artista di Praga, Il ventriloquo, forse indica il perimetro di una poetica. Ci si adatta alla voce dando voce – chi dice è sempre l’altro. Ma che libro bellissimo, innaturale, fresco perché anomalo, questo, di chi crede, ancora, che il vocabolario non sia un giogo ma un gioco, una mappa stellare, il primo passo di un viaggio nell’ignoto e nell’incongruo.

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Il libro, Storie del bosco boemo, non si trova più nell’edizione Einaudi, è stato ripreso nel 2005 da Mesogea. Nel mondo isterico, dal linguaggio sterilizzato, chi può amare l’istrione, chi ha voglia di giocare il verbo, di pitturarsi la faccia di bianco? “Non c’è verso di farsi capire”, dice a un certo punto il regista di un baraccone, la scena si chiama Parapiglia, lui s’avventa nel “Museo dei Prodigi”, sterza dal “rancore di fiabe assopite” e “sebbene maldestro come un Wunderrabbi chassidico, un giorno tenterò di costruirvi un teatrino di burattini”. Forse c’è l’estro dei pupi, l’audacia del No nipponico, l’estensione del futurismo russo (la meccanica di Ripellino è riassunta in “Manichini a Pietroburgo”, capitolo miliare del suo Majakovskij, chevvelodicoafare: “il tessuto verbale è con rattrappito da continue contrazioni, si raggrinza, si gonfia, si deforma con ritmo spasmodico”) nel gergo di Ripellino. Un giorno mi dico, con brillio, Ripellino va letto ascoltando Paolo Conte – in assenza di un Esenin nell’armadio.

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Ci sono sonnambuli e teatranti, clown ignari di esserlo e angeli di Klee, l’idea che il tempo sia una sciocchezza e che si possa vivere nel sottoscala del secolo defunto, che i morti non muoiono mai, che la lingua è acqua e tutti andiamo a Manichinia. “Vi aspetto, lettori, con una torcia accesa alle porte del Lukomòrie, remoto paese ravvolto in bambagia di nebbia, invetriato nel velo verde bottiglia di una fittissima nebbia che mai si dirada”, attacca Ripellino, gran maggiordomo della letteratura, aeropagita del parlar materno, in Il gallo d’oro. “Se non vi conducessi per mano, potreste perdervi in questo paese grande dieci giornate, in questo intrico di madidi muri illusori…”. Che desiderio di perdersi, appunto, tra nebbie e illegali illusioni; abbiamo prediletto le virtù dell’ordine, l’ordinario, la comprensione. Bye, bye. (d.b.)

*In copertina: Angelo Maria Ripellino; la fotografia è tratta da qui