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“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia”. Aspettando Nanni Moretti, leggiamo Eshkol Nevo

Posato sul comodino. L’ultimo film di Nanni Moretti, Tre piani, ha fatto la stessa fine dell’opera omnia di Freud che appare verso le ultime pagine di Tre piani di Eskhol Nevo (precisamente pagina 253, Neri Pozza, traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi, 2017). “Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri sera, dopo aver terminato l’ultimo volume dell’opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l’ha fatto”. C’è un errore, infatti. La pellicola di Moretti doveva uscire a primavera 2020. Poi l’annuncio per i primi mesi del 2021. Poi, chissà. Così mi sono letta il bel romanzo di Nevo. E ho maturato una certa curiosità per il film che vede, nel cast, Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Anna Lietti e lo stesso Moretti.

L’errore freudiano è l’idea che sorregge tutto il romanzo. “I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi! Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia”. La distanza è diventata poi distanziamento, oggi solitudine. E tra la bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia una mascherina, che un po’ ci protegge, un po’ ci soffoca. Protegge e isola i nostri segreti. Prendi tre piani di una tranquilla palazzina borghese nei pressi di Tel Aviv. Un parcheggio ordinatissimo, le piante potate all’ingresso, il citofono nuovo. Dietro queste porte blindate, eleganti famiglie, all’apparenza, normalissime. Ma davvero? Che cosa succede dietro quelle finestre, dentro quegli appartamenti?

Il libro squaderna tre storie slegate tra loro all’apparenza, come possono essere distanti le vite di famiglie che vivono nello stesso condominio. Tre e più segreti che, in parte, si possono conoscere, in parte no. Il problema dei segreti, ce lo spiega Nevo, è questo: “Se non sai che esistono, non ti infastidiscono. Ma se ti porgono un capo del filo, non puoi fare a meno di tirarlo”. Non è forse così? I tre piani dovrebbero raccontare quindi i tre luoghi della psiche, Es, Io, Super-io. Tuttavia nell’inconscio affondano le radici segrete del nostro comportamento e dei nostri inconfessabili tradimenti. Che cosa c’è di male – questo l’abbrivio della prima storia – ad affidare la propria bambina alle cure di due anziani vicini in pensione? Ruth e Hermann sono ebrei tedeschi, lei insegna pianoforte, lui un timido accenno di Alzheimer. Un giorno, tuttavia, questa brava bambina, Ofri, viene rapita dall’innocuo Hermann. Che cosa è successo davvero, nel frutteto, tra Hermann e la piccola? Nel mentre, la bella e disinibita nipote dei due anziani, Karin, fa girare la testa al padre della bambina. “Un giramento brutto. Come le vertigini quando sei in alto se fai l’errore di guardare in basso”.

Piano secondo: Hani è una vedova che, però, non ha perso il marito, Assaf, sempre all’estero per lavoro. Due bambini piccoli e un cognato, il fratello del marito, Eviatar che non vede da dieci anni e che ritrova, sulla porta di casa, con una piccola sacca sportiva verde in mano, intrigante, e pieno di guai. Un pensiero e uno paio di sguardi di troppo. “Sono seguite molte altre domande, precise da far male. Mentre parlavo non mi toglieva gli occhi di dosso. Non guardava il cellulare ogni tre per due, come fa Assaf. Non è rimasto immobile con la testa inclinata, così da far sospettare che stesse pensando ad altro”. La tentazione è smisurata, quasi insopportabile. L’amore (vai a pagina 202) non è quello che rivela tutta la verità, “in questo mondo bugiardo”? I segreti di oggi non sono quelli di ieri. Non esistono. “Due parole sui segreti al giorno d’oggi, prima di raccontarti (grazie della pazienza) il mio: non esistono. Al giorno d’oggi non esistono più segreti. Tutto è scoperto, fotografato, documentato, condiviso, tutto trapela, passa, è su Facebook, su TalkBack, tutto è sbandierato, spudorato, niente è più misterioso al tuo moroso, la privacy nel water è finita, sarà seppellita in onda e in differita”. Eppure, sembra tutto il contrario.

Terzo piano. Dovra, un giudice in pensione, registra monologhi al defunto marito su una (di lui) vecchia segreteria. Le intenzioni erano buone, ma loro figlio Adar è diventato un disastro. “In che guai è finito, se posso chiedere? Una sera è uscito con gli amici. Mentre tornavano, all’alba, ha investito una donna incinta che attraversava la strada sulle strisce pedonali. Guidava veloce. Molto più veloce di quanto sia lecito in città. Lei ha battuto la testa ed è morta all’istante”. La distanza del tempo chiarisce le cose? Forse sì. Forse no. Dovra ritrova suo figlio che è, da poco, diventato padre. Nella vita, non esistono le azioni sensate, né tantomeno le azioni sensate. “Esiste solo l’azione che una persona specifica, in un momento specifico, deve compiere”. “Freud ha ragione, ho pensato, e mi sono girata anch’io verso il finestrino. Gli uomini cercano sempre una sostituta alla mamma, e io non sono una madre abbastanza buona”. La maggior parte di noi, “i sette ottavi”, sono sott’acqua, del resto. Siamo fatti di errori e di azioni sbagliate, prese nei momenti sbagliati.

“Chiaro che anche tu hai le tue pecche. Non dico di no. Sai cosa? Immaginati che si tratti di una storia che stai scrivendo. Immagina che tutto quello che ti ho raccontato sia l’inizio, la metà e i tre quarti della storia, e adesso arriva il finale. E l’happy ending è obbligatorio. Perché già così il protagonista ha sofferto abbastanza e ha fatto soffrire abbastanza gli altri. Prenditi tutto il tuo tempo, amico. Io mi spazzolo la bistecca e le patatine e tu nel frattempo pensa a un finale per questa storia, d’accordo?”. Chissà, poi, come finisce il film.

Linda Terziroli

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