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Ecco a voi la stroncatura più divertente di sempre: Roberto Longhi e le tele di de Chirico

La stroncatura ha preso commiato dalla società ‘culturale’ italiana quando ha dovuto subire il battesimo di questo nome un poco antipatico. Per dir meglio: nel momento in cui la rarefazione d’aria, di ricircolo implicito in ogni iniziativa, sponsorizzazione e progetto ha assunto le forme dell’elogio per quel che solo piace, inteso in modo del tutto bizantino come una ipotassi del platonismo. In spiccioli, non si è più visto un canone culturale, artistico o idealistico e allora è subentrata la logica ferrea dei ‘ritorni sugli investimenti’ anche nel campo che ci è più caro: quello della cultura.

Mi pare che sia questa l’atmosfera catturata da Manganelli in anni, come si suol dire, non sospetti in cui le recensioni veline-ballerine non erano ancora un must della moda italiana. Se ne è già discorso su queste pagine. Perciò in questo contesto, visto che non amo ripetermi, vorrei risalire la china e indicare un episodio della cultura italiana al suo acme, dirò così, stroncatorio: andando indietro di un secolo tondo, a una giornata del 1919 in cui un giovane critico d’arte dopo aver visitato una mostra che gli parve sciocca e affarona, se ne venne fuori con una recensione in punta di fioretto. Mi riferisco al pezzo scritto da Roberto Longhi su Giorgio de Chirico.

Per gli amanti a oltranza del genere ‘l’amore ai tempi del colera’ indicherò brevemente che Longhi all’epoca della ‘prima’ romana di de Chirico aveva ventinove anni mentre il pittore era di un paio d’anni più vecchio di lui. E che Longhi, dopo aver snobbato in apertura di articolo l’arte fatta di oggetti e non di soggetti, quella da poco installatasi nelle mode artistiche, tornerà con più saggio consiglio a elogiare la pittura di Morandi. Insomma, non v’è prova migliore che si stronca per eccesso d’amore o meglio per intemperanza di passione: “avveniva che nella deformazione del mondo [dei cubisti] spesso troppo saputa e ripensata ch’essi inauguravano, negli arti e cerniere crocchianti del convitato di pietra al banchetto cubistico, nelle articolazioni falcianti di Boccioni e dei ‘vorticisti’ inglesi suoi figli, l’occhio dei pittori alquanto letterati e farciti di cultura varia, spiasse l’avvento di un possibile Moloch, raccogliesse, invece che possibilità altamente formali, istigazioni a nuove strane mitografie figurate…

Dove trovare allora, buoni a copiarsi, gl’idoli e i feticci per i nostri occhi miscredenti , se non negli utensili, negli attrezzi, negli ordegni di ogni arte o mestiere, assembrati in funzioni che rendano alquanto immemori del loro significato originario, e astratti in pose lontanamente umane? Ecco, per esempio, il mondo di uomini-cuccume, di uomini-erpici, ed altro di De Pero; ecco la pittura di Giorgio de Chirico rinvenire inaudite Divinità nelle sacre vetrine degli ortopedici, ed eternare l’uomo nella lugubre fissazione del manichino d’accademia o di sartoria”.

Ora per fortuna non essendo in aula non occorre ornare di contestualizzazioni ogni riga dell’articolo di Longhi, circondarlo di note cronistoriche: per galateo, se ne ricalcano solo i passi squisiti per forma e contenuti, che fanno tutt’uno d’accordo con le formulazioni classiche. Già Longhi di suo è maestro di scrittura, conoscitore fino dei vocabolari dannunziani, dei volteggi ironici – per quanto manzoniani – da un capoverso all’altro. Preme osservare, al contrario, che l’articolo comparve su una testata romana, Il Tempo, che era diretto dal solito romagnolo anarchico, sostenitore dalla prim’ora di Mussolini socialista e poi emigrato nelle file dei liberali (ma in anni lontani dalla prima di de Chirico): Filippo Naldi.

Qui si potrebbe aprire una parentesi sul genius loci romagnolo che se ne infischia di appartenenze e frivoli orpelli di palazzo romano, consentendo nel tempo di rilanciare proposte e alternative al sistema. Basti l’accenno, considerato che il tipo del romagnolo che in braghe di costume discute in spiaggia di Putin, geopolitica fatta di ‘terze vie’ e altre assurde ma probabili assunzioni di futuro remoto, è ancora palpitante sulla riviera. E si spera che abbia vita lunga e foriera di novità per il piccolo mondo antico della ‘cultura’ italiana.

Tanto che Longhi si approprierà a suo modo di pittura romagnola o per dir meglio ferrarese e negli anni Trenta scriverà il suo libro migliore, quello della svolta per arrivare in cattedra, proprio sulla scuola di laggiù: Officina ferrarese. Ma come al solito nulla s’improvvisa e il percorso critico deve per forza muovere i primi passi tra i salons, a contatto diretto con le opere d’arte alle prime romane: sia pure per stroncare.

“Quando si sappia che Giorgio de Chirico, già sei o sett’anni fa metteva in tela – proprio come si dice mettere in carta – certe visioni terribilmente illustrative di favole anticheggianti, quali Il responso dell’oracolo e simili, nelle quali l’accentuazione banalmente suggestiva delle proporzioni fra spazio e figura, non basta a cancellare il forte sentore di Alma Tadema; quando si avverta inoltre, necessariamente, che la chiave simbologica di molte sue cose più recenti si ritrova qua e là ne l’Hermaphrodito del fratello Alberto Savinio, del quale le pitture odierne illustrano più o meno esattamente il ministro dal torso d’uomo e con i polmoni au grand air, una bandierina in cambio della testa assente, e in luogo delle gambe un treppiedi fotografico; le statue degli uomini politici che scendono dai piedistalli per morirsene sconsolati all’angolo degli edifici, enigmatici nodi di pietra dalle lunghe ombre, presso il castello di mastice rosso ch’è poi quel di Ferrara (ah Ferrara!) – si è ormai a giorno dei principali ingredienti della pittura di Giorgio de Chirico, che potete visitare nella Galleria Bragaglia“.

Dopo aver impallinato fratello pittore e fratello scrittor-pittore con tre righe tenendo a largo le suffumigazioni della pittura di Alma Tadema, Longhi si getta nello squarcio delle cose viste e che ha aperto: “Spinta dalla sua mano di macchinista crudele, l’umanità orrendamente mutila e inesorabilmente manichina, attrezzata alla meglio sé medesima come un melanconico cul de jatte, appare fra grandi stridori e cigolamenti sui vasti palcoscenici deserti, guardati a vista dai pesanti scatoloni dei casamenti pieni di caldo e di bujo. Ivi l’homo ortopedicus recita con voce di carrucola una sua parte impossibile alle statue diseredate della Grecia antica. Sotto il torbido smeraldo del cielo, che la pretende a mediterraneo, i miti ellenici decapitati presentano credenziali alle statue di Cavour; le città si riecheggiano

“Oltranze favolesche di fuggenti spazi deserti, realizzate coi trucchi comuni alla scenografia, non serenamente respirata spazialità; zone crude di tinte intonacate a losanga come negli sporti dei droghieri, non armoniosi prati di colore; spesso accostamenti talmente orridi di antipodi civili, che soltanto gl’incroci dell’arte barocca con quella del Giappone al tempo dei missionari di Papa Borghese potrebbero fornire un altrettanto sgradevole riscontro”.

Qui giova fermarsi. Sia chiaro che sono passati i tempi in cui si poteva essere tra i tre o quattro che nel 1919 s’erano letti Proust nell’originale e trovavano sciolta di intelligenza la pittura presentata come ‘novissima’ nella capitale sonnacchiosa, irta di cinismo che era (forse anche adesso) Roma. Tant’è. Eppure si sente che lo sguardo può prescindere dalla pagina di Proust, tenendo presente un modulo di descrizione che elenca tre opere e passa in rassegna lo stile per far avvertire a chi legge che non è necessario ‘vedere tutto’ e basta affidarsi al buon critico e al suo sguardo ricapitolatorio. Il nocciolo potrebbe essere già quello della ricomposizione dell’insieme dell’opera d’arte come Longhi lo leggeva e avrebbe continuato a farlo nelle pagine di Gentile, invece che in quelle di Croce. Ma si tratta di estetica, meglio lasciar perdere a chi pratica escursioni tra le nevi del pensiero eterno coi favolosi stivali delle sette leghe.

Più sommessamente si voleva qui additare un esempio dei livelli riscontrabili nell’uso della lingua italiana piegata a necessità maggiori che non quelle dei vari colibrì, degli Anselmo torna a me o, non sia mai trascurare le parità odontoiatriche delle mandibole ruminanti la parità di genere, le periferie di Rozzano dove la civiltà del Premio Strega pratica per buon costume i suoi salassi.

Si voleva sottolineare invece un breve ma veridico episodio della letteratura italiana che oggi si trova racchiuso tra le pagine dell’opera di Longhi e che un’ottima filosofa che conosco mi ha fatto ricapitolare davanti agli occhi, con quel titolo esanimato di recensione stroncatoria, mai consolatoria (ché la cultura non salva, non fotografa lastre degli errori, non protegge nessuno): Al dio ortopedico è il titolo dell’articolo, e quanto ci manca una buona prassi recensoria di quel genere si può a questo punto ben immaginare. Perciò la chiusura è tutta per voi, fedele all’originale:

Come, non sapete che qui da noi si ripudia gloriosamente l’impressionismo senza aver creato un solo bel quadro impressionista; ci si proclama convitati al banchetto della classicità, senza aver smaltito neppure l’antipasto dell’agape romantica? si trascorre al secondo Faust senza aver mai scritto riga del primo?…

“Vattene arco mio in cielo, tra colori avvolgenti – Questo esilio t’è essenziale, piccolo fanciullo con la sciarpa colorata”. Cantano essi in misura varia l’esilio della grazia pittorica, che non può essere sbandita se non con la perdita dell’arte stessa, e lo svanire.

“S’illudono di poter cantare le più straziate romanticherie su lira parnassiana, di poter creare olimpicamente certe loro saghe meridionali. Sicché non ci vorremmo costringere al gusto per codeste ingrate mitologie, curiosi ad interessarcene in quanto ci vogliano cortesemente rivelare dei segni dei tempi, delle cifre di civiltà, dei simboli di costume“.

Andrea Bianchi

 

 

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