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Mario Rigoni Stern si accuccia e scrive “Il libro degli animali”, un manuale della natura

“Il momento culminante della mia vita non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita”.

Tutti i grandi sono diventati grandi perché si sono rivolti sempre ai grandi. I grandissimi invece hanno fatto un passo in più, raggiungendo la vetta: scrivere per i più piccoli. Farsi capire, arrivare a loro è come scalare una montagna: serve fiato, attenzione, capacità ascolto, essere stati bambini (non è affatto scontato né banale) e parole giuste.

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Ha già compiuto 30 anni (è stato pubblicato nel 1990) Il libro degli animali, un piccolo e poco frequentato “manuale della natura” di Rigoni Stern che si rivolge a chi è ancora puro e candido come la neve: ai bambini. Un Mario “nonno” che sembra prendere per mano i nipotini per mostrare loro l’anima dei sottoboschi e delle cime dell’Altipiano di Asiago e dintorni: Ortigara, Cima Dodici, Spitz Verle, Cengio, Castelgomberto, Larici, Verena, Bocchetta Portule. Per farli incontrare con chi vive in libertà. Un Mario quindi lontano da quello de Il sergente della neve. Apparentemente. Nelle prime pagine del suo vertice uscito nel 1953 e che racconta la ritirata di Russia nel gennaio 1943 si legge: “Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non più oche, cani, galline, vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi”.

Non ha mai fatto segreto della sua passione per la caccia. Lo si capisce bene ne Il bosco degli urogalli: per Mario Rigoni Stern è un mezzo necessario per mantenere l’equilibrio ambientale. “L’uomo dovrebbe limitarsi a raccogliere, senza intaccare il capitale: una cosa semplicissima” scrive. “È una cosa semplicissima che è utile alla natura stessa”. Cacciare è quindi “operare per l’equilibrio e scegliere con cura, e non interrompere un’armonia, raccogliere i capi che sono in sovrappiù e che disturbano l’ambiente, il rapporto tra maschi e femmine, e con il territorio”.

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E immagino che sia stato durante le sue tante uscite che ha iniziato a pensare ai diciannove racconti raccolti nel libro. Storie vissute e storie anche ascoltate che poi ha fatto sue per donarle a chi ha incominciato da poco la montagna.

Se vuoi che un bambino ti ascolti, devi mettere al suo livello. Ti devi accucciare. Così fa l’asiaghese nelle primissime pagine  de Il libro degli animali: “Anche mia nipote che con gli animali ci sa fare, che vorrebbe seguire le orme di Konrad Lorenz, e che terrebbe in casa anche le vipere, ha invano tentato non di farselo amico ma familiare. Non è riuscita a mettergli un guinzaglio nel senso affettivo: la segue a scuola, va ad aspettarla davanti a casa quando ne ha voglia; assieme ai suoi cani di casa, la setter Alba e il bastardino Leo, vanno a spasso per i prati o nelle contrade vicine a visitare gli amici uomini e animali”.

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Il suo partire da una dimensione domestica a una più selvatica ha fatto sì che gli animali del libro abbiano tutti un nome umano. Come l’asina Giorgia. “Era del Bepi dei Pune, il pastore che per l’età ha smesso di fare l’erratico ma ugualmente non può restare senza animali che impegnino i suoi giorni; così con un cane nero, Sbartz, e poche pecore volle tenere anche la vecchia asina che per quasi trent’anni l’aveva accompagnato per monti e pianure. (…) Quando poi suonava la campana del mezzogiorno e Bepi non la sentiva (è un po’ sordo), la Giorgia gli ragliava forte indicando con il muso la casa giù nella contrada dove fumavano i camini ed erano pronti in tavola il minestrone e la polenta”.

Umanamente però la Giorgia, ogni anno, andava in ferie. “Bepi dice e sostiene che era lei ad aprirsi la porta della stalla manovrando con la bocca lo spago del saliscendi; invece c’era un accordo tra i due perché al tempo giusto una sera lui accostava la porta senza mettere il paletto e in quella notte l’asina se ne usciva per camminare le antiche strade della transumanza verso le montagne più alte”.

Succede che un febbraio di freddo – su ad Asiago a febbraio “se bàte bròche” – un gruppo di artiglieri fa campo mobile con dietro i muli. Bepi li vede sfilare e quindi va a prendere la Giorgia (che intanto era già diventata anzianotta). “Stettero lì a seguirli con lo sguardo anche dopo che erano passati l’ultimo mulo e l’ultimo conducente, e quando ritornarono verso casa anche l’asina Giorgia aveva due lucciconi che le scendevano dagli occhi”.

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L’asina Giorgia. Marte, cane libero dai segreti amori (quello che la nipote di Mario Rigoni Stern, sulla scia di Lorenz, voleva addomesticare). La cucciola Alba, “speranza di giorni nuovi dopo tanti anni neri” e il cane Franco, “perché dimostrava di essere furbo, libero e sfacciato”.

Piccolo ma non per piccoli (ma non è un dogma: tutti possono leggere tutto, basta saper leggere, talento in via di estinzione) è invece Inverni lontani, 44 pagine “sterniane” sulle stagioni di un tempo, quando la dama bianca copriva tutto. Qui Mario racconta di un umarèll che prepara la legna per tenere calda la sua casa e d’un tratto spinge lo sguardo oltre il vetro della finestra. Tra la brina gelata e gli aloni dell’umidità “vede” gli inverni del suo passato, “uno diverso dall’altro per ottanta ragioni, ma tutti simili in due cose: l’attesa e la preparazione per ben superarli”. Sullo sfondo, tra una ricetta di come fare la grappa “abusiva” in casa e quella per i crauti “agri” (in Veneto non si usa la mela per “tagliare” il sapore l’acidulo come si fa per esempio in Trentino), le immagini che hanno innalzato Rigoni Stern sull’Olimpo della scrittura: la battaglia del giugno del 1917 in Ortigara, la collina delle Laiten dove andare a sciare, la campagna di Russia e il Fascio.

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Un racconto di 44 pagine, oppure diciannove storie, una a sera. Da leggere a voce alta: la parola detta è anche musica.

Alessandro Carli

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