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“Sarà una vita costellata di addii”. Sinéad O’Connor, il libro

Sinéad O’Connor pareva una fiala di vetro. Fragilità e ferita convergono nel suo canto, cristallino. Prova a inghiottire un bicchiere: è l’effetto che fa Sinéad. Tra i tanti nomi che ha indossato il primo, Sinéad Marie Bernadette, viene da Dublino, dove è nata, l’8 dicembre del 1966. Poi è stata Magda Davitt; poi è diventata Shuhada’, islamica. Vedeva divinità ovunque – è stata il tuono. Ventenne, con The Lion and the Cobra, Sinéad ottiene un successo micidiale, amplificato, nel 1990, dalla versione di Nothing Compares 2U. Dalla metà degli anni Novanta, Sinéad attraversa crisi, depressioni – soffre di disturbo bipolare –, incomprensioni. In qualche modo, diventa l’emblema dei perduti Novanta. Firma album importanti – How About I Be Me (And You Be You)?, ad esempio – ma ormai al di là dei riflettori e della fama. Crede che i demoni agiscano nel mondo, che la vita sia una lotta contro le oscurità. Venti tatuaggi marcano il suo corpo, ciascuno con un riferimento biblico. Sulla mano ha inciso “Lumen Christi”; sul petto ha un volto di Gesù. Ha appena pubblicato un libro di memorie, Rememberings (Houghton Mifflin), di cui diamo alcuni estratti. Le ricordanze di Sinéad.

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Rememberings, Sinéad O’Connor

Amo Gesù perché Egli è apparso nella mia testa, una notte, quando mia madre mi menava sul pavimento della cucina. Ero nuda, ero ricoperta di cereali e caffè in polvere. Mia madre diceva cose spaventose, io mi rannicchiavo in modo che potesse colpirmi soltanto la schiena. Improvvisamente, Gesù apparve nella mia mente, era su una piccola collina rocciosa, sulla Sua croce.

Non gli ho chiesto di venire, Egli è arrivato. Indossava una veste bianca e il sangue scorreva dal Suo cuore lungo la veste, giù per la collina, fino a terra, sul pavimento, nella cucina, nel mio cuore. Ha detto che mi avrebbe restituito il sangue che mia madre aveva preso, e che quel sangue avrebbe rinforzato il mio cuore. Quindi mi sono concentrato solo su di Lui. Quando mia madre ha finito con me, mi sono sdraiata sul pavimento; lei si era chiusa in camera. Poi ho messo in ordine. Poi ho apparecchiato per la colazione.

In chiesa mi sono arrabbiata quando tutte quelle persone sono venute a stringerci la mano. La mattina prima del funerale. Eravamo seduti in prima fila. Non avevamo mai visto quelle persone prima. Nessuno ci ha mai aiutati. Né ha aiutato lei. Non sapevo chi fossero. Quelli che conoscevo mi hanno fatto arrabbiare ancora di più. Lo sapevano. Non nei dettagli. Ma sapevano. E non hanno fatto nulla. E ora sono qui a stringerci le mani. A dire quanto sono dispiaciuti per la perdita. Quale perdita?, avrei voluto dire. Abbiamo più possibilità di resuscitare nostra madre la domenica di Pasqua che recuperare ciò che abbiamo davvero perduto. Noi stessi. Troppi anni prima.

Alle pompe funebri papà piange sul corpo di mia madre. Ha detto: “Mi dispiace, Marie”. Più volte. Anche questo mi ha fatto arrabbiare. Perché mi dispiace ora e non prima? Perché nessun mi dispiace a noi quattro? Sono scappata dalle pompe funebri. La strada verso Glasthule e Dún Laoghaire. Non smetterò mai di correre. Non so come farò a sedare la mia rabbia. Niente si aggiusterà mai.

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Ci sono circa otto milioni di persone a Londra. Il doppio dell’intera popolazione in Irlanda. È spaventoso. Fa paura, come l’infinito. Semplicemente, è troppo grande. Il Tamigi è cento volte più largo del Liffey.

Le luci degli aerei tagliano il cielo, di continuo. Aerei da tutto il mondo, sempre in arrivo. Gli aerei sorvolano l’Irlanda solo per andare da altre parti. A meno che non siano aerei irlandesi che trasportano irlandesi in entrata o in uscita dal proprio paese, per una cifra che aumenta esponenzialmente a Natale, nel momento in cui chiunque ha avuto un po’ di cervello e se ne è andato deve tornare, per il senso di colpa, perché non vuole fare il figlio bastardo.

Odio il Natale. Sento dolore nella mia anima, come se qualcuno mi avesse conficcato un albero nel cuore.

A parte i miei cugini e la zia, le uniche persone che conosco a Londra sono Chris e Nigel, e Fachtna, il mio manager. Passo un po’ di tempo a casa di Chris. È gentile e carino con me. Si prende cura di me. Sospetto che gli piaccia, forse è innamorato di me, ma ha una moglie meravigliosa, che non mancherebbe mai di rispetto.

Nigel mi ha passato due nastri con le canzoni di Van Morrison. Non l’ho mai sentito prima. Sembra uno di quei monaci tibetani che usano la voce per guarire. Vengo trascinata da lui in qualche università oltre uno schermo di nebbia. Non sono le sue parole; è ciò che fa con la musica. Mi ha portato dove dovrei studiare. Edifici di pietra, bellissimi, con cornici dorate.

Il mio appartamento ha un soggiorno che si affaccia su Hither Green Lane. Una piccola camera da letto, e una piccola cucina. Sotto c’è un negozio di alimentari indiano. Sono gentili; ero amica del figlio, un tipo magro, più o meno della mia età, appassionato di musica. Non ci piacevamo o altro: eravamo solo amici. Ci sedevamo, ascoltando il vento. Io avevo un giradischi, lui no. Da me poteva fumare senza far incavolare i genitori. Era un ragazzo sensibile. A un certo punto il padre ha deciso che doveva fortificarsi, lo ha costretto a fare il paracadutista. Lui è corso per le scale, con gli occhi intrisi di terrore, in preda al panico, “E ora cosa faccio?”. Non si poteva fare nulla. Il padre aveva deciso. Doveva partire il giorno dopo.

Sarà una vita costellata di addii. Non posso farmene un problema. Due settimane dopo ho sentito il campanello, era notte. Sono andata a vedere. Era lui. Era scappato. Il suo coraggio mi eccitava. Il suo volto era simile a uno shock. A un tuono. Non solo per ciò che aveva sopportato in quei giorni – urla, flessioni, le cose che si vedono in tivù – ma perché sfidava suo padre. Aveva paura di tornare a casa, dunque è rimasto da me, ha dormito sul divano per una settimana: di giorno andavo a comprare del cibo, chiacchieravo con i suoi genitori, attenta a non parlare del figlio (di cui loro non mi hanno mai parlato), poi tornavo da lui. Quando se ne è andato ha detto la parola “fuga”, e non l’ho mai più visto. Non ho abitato a lungo a Hither Green Lane.

Sono sola, ma scrivo le canzoni per il mio primo album. Le canzoni si scrivono quando sei sola; le canzoni sono fantasmi. Quando uscirà il mio primo album sarò una donna che consegna fantasmi. Una vita di addii. Non sarà un problema.

Una canzone s’intitola Troy, parla di mia madre e del sacerdote. Ho fatto un demo a casa di Chris. L’ho fatto stare fuori dalla porta. Era sconvolto. Dice che non ha mai sentito niente di simile. Me l’ha fatta rifare più volte.

A volte vago per Fleet Street quando è vuota, la domenica, perché vorrei scrivere per i giornali. Non mi interessa la cronaca, neanche la musica: voglio scrivere poesie e commedie. Chissà se mi prendono. Non ho fatto nessun esame. Vado anche alla Spiritualist Society quando fanno delle conferenze pubbliche: vogliono vedere i medium al lavoro.

Ricordo di aver litigato con uno skinhead davanti a una cabina telefonica rossa. Dentro c’era una donna asiatica, che sussurrava un milione di parole in una lingua esotica, nel mondo più veloce possibile, aveva poche monete. Lo skinhead le urla addosso, le dice di sbrigarsi, inizia a picchiare contro la cabina, anche se c’ero io prima di lui. Gli ho detto di lasciarla in pace. Ha capito che ero irlandese e ha iniziato a urlare, “Le cabine di Londra sono per i londinesi!”. Gli ho detto, “Beh, se aveste lasciato qualcosa di nostro nei paesi che avete occupato non avremmo bisogno di usare le vostre cabine telefoniche con i loro adesivi di puttane ovunque, dunque, fottiti!”. Era con tre suoi amici. Credo che mi avrebbero spaccato la faccia se non avessero cominciato a ridere perché una ragazza lo aveva preso per il culo. Infine, anche lui ha visto il lato divertente della cosa. Ho fatto la mia chiamata e tutti mi hanno stretto la mano, quando ho finito, e poi si sono tirati indietro per farmi passare, manco fossi il vescovo di Dublino che si pavoneggia, maestoso, in Grafton Street il giorno di Natale.

Sinéad O’Connor

 

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