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Ecco perché “L’età dell’innocenza” è un romanzo senza tempo, il libro perfetto della delusione, dove la vecchia aristocrazia soccombe all’idolatria del denaro

Una storia divertente. Edith Wharton ottenne il Pulitzer nel 1921, per L’età dell’innocenza, il romanzo era stato pubblicato l’anno prima. Il premio, però, sarebbe dovuto andare a Sinclair Lewis, per Main Street.I fiduciari del premio, i veri potenti, quelli che prendono la decisione finale sulla base delle indicazioni della giuria, si opposero, pensando che premiare Main Street non fosse utile. Il premio avrebbe dovuto premiare un romanzo “in grado di presentare al meglio la salubre atmosfera dell’American life”. Main Street, tagliente satira sulla claustrofobica ristrettezza mentale di una piccola cittadina del Midwest, non rispondeva a questi intenti. Nel romanzo, un uomo sposato ha una relazione con la vicina mentre la moglie di costui accetta le avance di un ragazzo. Questi sono i soli aspetti moralmente audaci del libro. Ma il problema non era questo. Ora come allora il Midwest è il sacro cuore pulsante degli Stati Uniti: non si può mettere in discussione il mito. Questa idea, in parte, esiste ancora oggi. Thomas Pynchon e Don DeLillo, riconosciuti maestri del romanzo statunitense del XX secolo, hanno criticato senza pietà il Sogno Americano – e non hanno mai vinto il Pulitzer. Quando, nel 1974, la giuria raccomandò, unanime, L’arcobaleno della gravità di Pynchon (uno dei romanzi più importanti mai scritti), i potentati hanno preferito non assegnare il premio piuttosto che assegnarlo a quel libro.

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Ma torniamo e Lewis. Infine, ottenne il Pulitzer nel 1926; nel 1930 è stato insignito del Nobel per la letteratura. Eppure, chi legge oggi i romanzi di Sinclair Lewis? È stato inghiottito dalle spirali del tempo (come molti altri Pulitzer di quegli anni: Ernest Poole, Margaret Wilson, Edna Ferber, Louis Bromfield, Julia Peterkin). Al contrario, la Wharton prospera, e dai suoi libri sono tratti film di successo (L’età dell’innocenza di Scorsese e La casa della gioia di Terence Davies). Se Scorsese si interessa a qualcosa, questo è parte del Dna americano. Perché L’età dell’innocenza resiste? Come Main Street anche quel romanzo esplora, con spirito antropologico, le culture tribali: il romanzo della Wharton analizza la New York degli anni Settanta dell’Ottocento, quello di Lewis una piccola cittadina del Minnesota del 1910. Entrambi raffigurano “mondi geroglifici” (così la Wharton), retti da fragili convenzioni, sotto cui si agita, inquieto, lo spirito umano. I protagonisti di entrambi i romanzi si ribellano alla società, per poi soccombere. Se Main Street dovrebbe essere un capolavoro naturalistico (fino alla noia, direi), L’età dell’innocenza offre qualcosa in più: possiede una poetica elegante, complessa, sofisticata, e il capitolo finale del libro cattura in forma devastante. “Resta un romanzo perfetto sulla delusione… scritto da chi al requiem nostalgico su un mondo defunto irrimediabilmente ha preferito la lucidità, spietata”, ha detto Colm Tóibín.

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La Wharton era a Parigi durante la Grande Guerra, attiva nell’aiutare le centinaia di migliaia di rifugiati americani sul terreno francese. Dopo la guerra, cambiata nel profondo, decise di scrivere come l’età dell’oro della sua fanciullezza fosse mutata, disintegrata al cospetto della modernità. Il romanzo mostra il tramonto della vecchia aristocrazia di New York, l’“elaborata futilità” di uno stile di vita elitario, per cui il lavoro è un hobby, superato, ormai, dal “potere inarrestabile dei soldi, dei profitti finanziari, del materialismo montante, della disgregazione familiare”.

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Al principio de L’età dell’innocenza, Archer sta per sposare May Welland, ragazza ingenua, ben educata alla “fittizia purezza”. È un abbinamento appropriato; di fatto, un matrimonio combinato. Quando la contessa Olenska, cosmopolita, spirito libero, invade la cerchia sociale newyorchese, Archer ne è fortemente attratto, e precipita nella consueta lotta tra dovere e desiderio, sonno delle convenzioni e risveglio febbrile della propria individualità. Fin qui, il romanzo d’epoca. La mossa brillante della Wharton è quella di inquadrare, con alta brutalità, nell’ultimo capitolo, ciò che accade dopo ventisei anni.  Archer, a 57 anni, contempla il suo matrimonio con May, i tre figli, “i rimpianti imbambolati, i ricordi di una vita inarticolata”, e accetta il proprio cedimento. Il capitolo finale del libro lo eleva a capolavoro.

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Il Pulitzer assegnato alla Wharton, il primo a una donna, è stato un risarcimento. Quando era giovane, la madre era disgustata dalla sua scrittura, le proibiva di leggere. Dopo essersi liberata del matrimonio di convenienza, a quarant’anni, si è gettata nella narrativa, ha progettato una vita autonoma… Non amava il cambiamento, non le piaceva il femminismo: l’adorazione della vecchia New York era stata sostituita dall’idolatria del denaro, e questo ai suoi occhi non era un passo avanti. Eppure, la storia di Newland Archer e del suo mondo è narrata con una ambivalenza labirintica, raffinata. È questo a rendere un romanzo pubblicato un secolo fa, un libro senza tempo.

Cameron Laux

*In origine, l’articolo è edito su BBC Culture come “The Age of Innocence: How a US classic defined its era”

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