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“Una materia terribile e magnifica che mi fa un po’ paura”

Noi due senza domani. Questo il titolo italiano del film Le train, del regista Pierre Granier-Deferre con protagonisti Jean-Louis Trintignant e Romy Schneider. È il 1973, ma il libro di Georges Simenon, da cui è tratta la pellicola, era stato stampato nel 1961. L’ispirazione, precedente, era, per lo scrittore, “una materia terribile e magnifica che mi fa un po’ paura”.

Siamo nel mezzo della Francia, all’inizio della Seconda guerra mondiale, è il maggio del 1940. La tragedia dell’esodo dei profughi, della fuga dai bombardamenti è lo sfondo e il pretesto di una bruciante (e impossibile) storia d’amore. Un uomo e una donna senza domani, appunto.  “È da tanto tempo che avevo voglia di scrivere questo romanzo, ma dovevo trovare il tono giusto”: Simenon si rivolge così al suo editore, Sven Nielsen, mandandogli il manoscritto di Le train (Il treno, edito in Italia da Adelphi, traduzione di Massimo Romano). Lui è Marcel, ex tubercolotico, una moglie, Jeanne, incinta di sette mesi e mezzo, e un’altra figlia, Sophie. Decidono di lasciare la loro casa e salgono, insieme a moltissimi altri francesi, su un carro bestiame diretto a La Rochelle. Pochi tratti dipingono la famiglia d’origine di Marcel, assai diversa dalla famiglia della moglie. Quand’era bambino, a sei anni, aveva visto partire il padre soldato della Grande Guerra. E una sera di novembre, sua madre tornare a casa “completamente nuda, i capelli rapati a zero, vomitando ingiurie e oscenità sui ragazzi che l’accerchiavano”.

Di lui bambino, poi ragazzo, si sarebbe occupata la signora Jamais e poi il padre, una volta tornato dal fronte. Alla prospettiva di una nuova pagina di guerra, Marcel si accorge di non avere più radici. “Non ero più Marcel Féron, commerciante di apparecchi radio a Fumay in un quartiere costruito da pochi anni non lontano dalla Mosa, ma un uomo fra milioni di altri uomini in balìa di forze superiori”. O del destino. Partire è abbandonare e distruggere quanto è stato costruito. “Non mi dispiaceva affatto, anzi, provavo una sorta di gioia torbida, come quando si distrugge qualcosa che si è pazientemente costruito con le proprie mani”.

Sul treno stipato di profughi, le donne incinte e i bambini sono separati dagli uomini, anche se gli uomini sono mariti, padri. Ma nel buio del treno, sulla ruvida paglia del carro bestiame, Marcel improvvisamente si scopre a pensare (e desiderare) Anna, una giovane donna ceca, vestita di nero, che è scappata dal carcere. Senza conoscerla, le dice “Ti amo”. Si congiunge a lei, con ardore. “Ma era poi lei che amavo, o la vita? Non so spiegarmi: io ero nella sua vita; avrei voluto rimanerci per ore, non pensare più a nient’altro, diventare come un albero al sole”. Forse, Marcel si è innamorato per la prima volta. Eppure di Anna sa così poco. La scruta, spiandola, nel sonno. “Non l’avevo ancora mai veramente guardata. Approfittai del suo sonno per contemplarla, serio e un po’ turbato per ciò che scoprivo. Ero uno sprovveduto. Fino ad allora avevo visto dormire soltanto mia moglie e mia figlia, e le espressioni che l’una e l’altra avevano al mattino mi erano ben note”. Ciò che sembra impossibile, nella vita e nel destino di un uomo, d’un tratto accade, perché tutto, inspiegabilmente, diventa possibile. “Era un’eventualità non meno plausibile di quanto fosse la morte del macchinista nella cabina della locomotiva e, per me, dell’aver fatto l’amore, in mezzo a quaranta persone, con una giovane donna che due giorni prima non conoscevo e che era appena uscita di prigione”.

Il treno continua a cambiare i convogli, non è mai uguale a se stesso. Ma nel vagone ormai le persone si conoscono. Si riconoscono attraverso gli sguardi e senza bisogno di parole. Le pagine di Simenon ricordano la poesia di Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni. “Certa gente, pensai, è capace di sporcare tutto con uno sguardo”. Lo sguardo è quello di Leroy che sorride alla storia adulterina di Marcel, inabissandola a ciò che forse è realmente, il tradimento di una brava moglie (incinta per giunta). In certi momenti della vita succede qualcosa che non appartiene alla vita stessa, come un inciso che si stacca dal resto del discorso. “Si era prodotta una frattura. Ciò non significava che il passato non esistesse più, né tanto meno che rinnegassi la mia famiglia e avessi smesso di amarla. Semplicemente, per un tempo indeterminato, vivevo in un’altra dimensione, i cui valori non avevano nulla in comune con i valori della mia vecchia vita”.

Le train

Marcel scopre che Anna è ebrea e senza documenti, poteva aver previsto tutto, pianificato di avere un “garante”, lui. Stancamente e senza fiducia, Marcel, una volta stanziato con Anna in un campo profughi, cerca la moglie. Improvvisamente riceve il messaggio che, in cuor suo, non sperava di ricevere ma forse pensava che, prima o poi, avrebbe ricevuto. La moglie è viva, si trova alla maternità di Bressuire, ha dato alla luce un bambino. Le capriole del destino fanno ritrovare i due amanti. A Fumay. Marcel ha un’altra figlia, la terza, e Anna, nel buio della notte del dicembre 1941, insieme a un aviatore inglese, cerca un nascondiglio per fuggire dai tedeschi. Questa volta Marcel sceglie la moglie, i tre figli, l’attività commerciale in rue du Château. Mentre Anna, una spia, non si salverà.

Linda Terziroli

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