08 Giugno 2020

“Ciò che mi resta, è l’esercizio di impormi la paura, lo stupore”. Scrisse dell’amore e della nostalgia, viaggiò molto, sfidò Lenin, “bastardo e idiota morale”, fu un raffinato aristocratico della forma. Sia lode ora a Ivan Bunin

L’amico Maksim Gor’kij era certo che fosse “il più importante poeta del nostro tempo” – era il 1901, la raccolta s’intitolava “Foglie cadute”, consentì a Ivan Bunin il suo primo Premio Puskin. Dieci anni dopo, Gor’kij mutò genere senza alterare la sostanza del dettato: Bunin, a suo dire, era “il più grande scrittore russo degli ultimi anni”. D’altronde, fan di Flaubert, Bunin pensava che scrivere fosse per lo più una questione di ritmo: occorreva mettere un tot di narrativa nella poesia e una certa dose di lirica nella prosa. Fratelli, per dire, è un capolavoro di stile che svela qualcosa sull’attitudine all’esistenza di Bunin. L’esergo è tratto dal Sutta nipata, tra i grandi testi buddhisti, il racconto è ambientato a Colombo, Ceylon, ma è scritto nel 1914, a Capri. Nato nel 1870 a Voronež, da famiglia aristocratica in disfacimento, lorda di rammarico, nelle fotografie Bunin ha la faccia dell’avido sognatore. Viaggiò molto. Fu a Ceylon nel 1910 – era già stato in Egitto, in Palestina – era uno scrittore importante, amava l’esotico e il remoto – e la luce, soprattutto. Per dare ritmo ai racconti aveva bisogno di luce, proprio come Claude Monet. In Oriente era partito con Vera Murometseva, che avrebbe sposato nel 1922, la quale, come quasi tutte le mogli di grandi scrittori russi, avrebbe scritto una “Vita” del marito. Come tutti gli scrittori fatali, invece, Bunin era facile al sentimento, alla follia, alla passione: ventenne s’era perso per una Varvara che poi, giudicandolo incapace, l’aveva piantato per un altro; poi s’era innamorato della figlia, diciottenne, del suo editore. A quel punto, per non farsela soffiare, l’aveva sposata, era il 1898. L’amore fu un disastro, i due si separarono un anno dopo, che Anna era incinta – Bunin non frequenterà mai quel figlio, morto di scarlattina, nel 1905 – d’altronde, è lo scrittore dell’assenza, degli specchi contrapposti, dell’inaudita profondità di una frase frantumata, mai detta. In Fratelli c’è un passo bellissimo: “è soltanto nell’oceano, sotto stelle nuove e a noi straniere, nella maestosità delle tempeste tropicali, oppure in India, o a Ceylon, dove nel nero di notti torride, in un buio che infervora, senti l’uomo dissolversi e svanire in quello stesso nero, in suoni e odori – è in questo Tutt’Uno spaventoso, qui soltanto, che pur fiaccamente capiamo cosa vale la nostra persona”.

La notorietà di Ivan Bunin è, in Italia, inversamente proporzionale al suo genio. Io l’ho scoperto tardi, leggendo una antologia edita dalla Bur a cura di Giovanna Spendel, Racconti d’amore. Ne fui folgorato. Bunin vendemmia gli istanti, distilla – con raffinata spietatezza – l’intimo veleno di un sentimento. In Primo amore, ad esempio, con rapidità da bozzettista (“Estate, una tenuta nella parte boschiva della Russia occidentale”), in due pagine, Bunin ci fa vedere un luogo, un bosco di abeti, un giovane, con un cane, che rincorre “un’adolescente dalle lunghe braccia e gambe, stranamente elegante”. Il racconto è luminoso, fino a quel taglio buio, quel roveto d’inquietudine che riassume lei, “ma guardava con indifferenza e distacco”, e chiude il piccolo testo. In altri, altrimenti, basta lo schiocco dell’incipit a inaugurare un mondo: “In un tempo lontano, mille anni fa, abitava con me sull’Arbat, all’albergo Polo Nord, un certo Ivan Ivanyc: silenzioso, dimesso, l’uomo più modesto del mondo, non più giovane e abbastanza malandato”. Aristocratico della forma, Bunin piaceva a Tommaso Landolfi, ma è tradotto troppo poco da noi: forse è troppo sottile, la sua limpidezza lacera. Adelphi rimedia con Il signore di San Francisco (a cura di Claudia Zonghetti), antologia che piglia il titolo da uno dei racconti più celebri di Bunin – il più bello, però, tratta di ricordi fraintesi, è La grammatica dell’amore.

L’amicizia con Gork’ij, poi, si spezzò, recisamente. Ostile alla Rivoluzione, Bunin fu con i ‘Bianchi’, lottò insieme agli antibolscevichi. Ridotto a Odessa, nel 1920, Bunin, insieme a Vera, cominciò il viaggio verso Occidente: Costantinopoli, Sofia, Belgrado, infine Parigi. Divenne il duca degli emigrée, nel 1924 scrisse un “Manifesto dell’emigrazione russa”: “C’era la Russia, abitata da un’unica potente famiglia, creata dal lavoro benedetto di innumerevoli generazioni… E cosa è accaduto? Abbiamo pagato la deposizione di un sovrano con la distruzione dell’intera casa, con l’inaudito fratricidio… Un bastardo, un idiota morale, Lenin presentò al mondo qualcosa di mostruoso, di sconcertante, che ha lacerato il più grande paese della Terra e massacrato milioni di persone, e oggi s’inaugura la fasulla disputa: fu un benefattore dell’umanità oppure no?”. L’anno dopo cominciò a pubblicare i suoi diari, “Giorni maledetti”, tradotti in inglese – in funzione antisovietica –, testimonianza eccezionale del terrore rivoluzionario, paragonati alle memorie di Nadezda Mandel’stam, preludio ai lavori di Zamjatin, “annuncio delle distopie di George Orwell e Aldous Huxley”. Non perdete tempo a cercarli in Italia, non ci sono.

Nel 1933 l’Accademia svedese onorò Bunin con il Nobel: fu il primo assegnato a un russo, uno dei rari affibbiati con giudizio. Lui accusò l’eccesso di fama con golosa indolenza. Morì nel 1953, era novembre; qualche mese prima aveva lasciato un refolo di parole testamentarie: “Eppure, è tutto così inesplicabilmente straordinario. Tra non molto non ci sarò più – e di tutte le cose mondane, degli impegni e dei destini, sarò inconsapevole. Ciò che mi resta, con ingenuità, è l’esercizio di impormi la paura, lo stupore”. Stava scrivendo un libro su Anton Cechov, l’amico, il maestro, di cui fu l’erede e l’opposto – avrebbe voluto pubblicarlo nel ’54, per omaggiare i primi 50 anni dalla morte dello scrittore. Il libro, A proposito di Cechov (Adelphi, 2015), restò in forma evanescente, un tributo in appunti. “Negli ultimi tempi sognava spesso a voce alta: ‘Mi piacerebbe essere un vagabondo, un pellegrino in visita ai luoghi santi, fermarmi in un monastero tra i boschi, una sera d’estate, in riva a un lago, sedermi su una panchina accanto all’ingresso…’”. Potrebbe averlo sognato Bunin – una sfida, tra Lete e Flegetonte. (d.b.)