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“Un fiato da passerotto”: vita avventuriera di Silvio D’Arzo, pirata di collina

Ezio, il valoroso figlio di Rosalinda Comparoni, viene al mondo nell’ultimo anno della Spagnola che a Reggio Emilia, solo in città, miete più di 800 vittime. Del padre non si saprà mai il nome anche se la Linda, bigliettaia di cinema, cartomante e rammendatrice quasi quarantenne, lo conosce eccome, e quel figliolo, avuto tardi e quasi per caso, lo vuole così caricare d’amore e aspettative.

Ezio lo chiama, come l’ultimo dei Romani, il generale che vinse Attila quando ormai tutto era perduto. Meno di un anno prima di quel 6 febbraio del 1920, la fondazione dei Fasci aveva infiammato l’aria anche a Reggio, e al giornalista e deputato socialista Giovanni Zibordi, cinquantenne con moglie e prole, amico di Camillo Prampolini, Linda aveva assicurato un riparo domestico dalla piazza scalmanata. Andò forse così, ma in fondo non conta poi tanto saperlo.

Morirà Zibordi, lontano, a Bergamo, nel 1943, alla fine di quel luglio fatale per il suo ex compagno Mussolini, quando Ezio è già diventato il Silvio D’Arzo de All’insegna del Buon Corsiero (Vallecchi, 1942) e, in uniforme, sta al Sud in attesa di partire per l’Egeo. Calano i tedeschi ed Ezio, dopo l’8 settembre, catturato e poi saltato giù da un treno in Abruzzo, torna a piedi dalla madre sola e in difficoltà economiche. Lungo la strada non sfiderà né Attila né Kesselring.

A quel figlio inatteso Linda ha dato anche il nome Maria, radicando al femminile – per giunta col nome della Vergine, sposa celeste – quell’identità che inevitabilmente gli sarebbe rimasta monca, avvilita nelle generalità, priva di un padre noto. Egli soffrirà molto per quella “irregolarità”, e ciò toglie da subito linfa alla sua vita che sarà purtroppo breve.

Incinta Linda fa ritorno al paese dei Comparoni, Cerreto Alpi, remoto Appennino, calanchi e case di pietra, terra di briganti, echi toscani nell’aria. Con Ezio ci risale spesso d’estate: lassù sta il loro condiviso ventre di sassi e di boschi. I lunghi silenzi e le mute incomprensioni di quei luoghi ispireranno a Silvio D’Arzo il suo incantato e lacerante racconto Casa d’altri.

Il romanzo biografico di Carlo Pellacani, Il figlio di Linda. La vita breve di Silvio D’Arzo, edito da Consulta Librieprogetti in occasione del centenario della nascita del grande scrittore reggiano, non a caso prende avvio, con ritmi cadenzati di passi antichi, dalle radici appenniniche dei Comparoni, partendo da quell’Andrea, capostipite contadino, nato nell’anno della battaglia di Valmy, per scendere progressivamente a Reggio, dove suo figlio Agostino, scrivano e portiere, metterà su famiglia. Linda è l’ultima delle sue figlie, Ezio ne sarà il nipote. Comparoni anche lui. Il libro di Pellacani anche per questa sua attenzione genealogica ci sembra un meditato atto d’amore, dove le citazioni autobiografiche e documentarie pazientemente inserite nella narrazione – ricavate dagli scritti di Silvio d’Arzo, dalle lettere e dalle testimonianze dei suoi amici più cari, come Luciano Serra o Giannino Degani – sono definite “pietre d’angolo”. Esse, come tali, quasi riparano la breccia nel cuore di chi, lungo la sua breve esistenza, si sentì fondamentalmente scartato.

Questa attenzione al racconto della vita, quasi che la vena narrativa potesse compensare la solitudine di un’identità precaria, fu del resto radicata nella visione darziana, tanto che lo scrittore, nel 1950, scrivendo di Henry James su “Paragone” afferma che «ogni arte, in fondo, è biografia superiormente intesa», sposando quanto aveva osservato quasi quarant’anni prima Piero Jahier su “La Voce” circa la natura squisitamente autobiografica dell’arte. Ma Ezio l’avventuriero, che legge Stevenson, Swift e Conrad, che non solo con la fantasia si mangia a pedalate la via Emilia o le colline fra Secchia e Crostolo, non temendo di navigare per mare fra pirati come Gec, pronto a scappar di casa come Penny Wirton che non conobbe padre e volle così ottenere il suo riscatto, mescola i suoi giorni a tristezza e coraggio. Sia chiaro: nelle peripezie narrative del reggiano Comparoni non c’è nulla dell’epica ed eroica follia del reggiano Ariosto; la conquista più ambita rimane sempre in lui quel sentimento corrisposto d’altruità che nemmeno la madre può colmare e che sfiorerà poco prima di morire incontrando la bellissima Ada Gorini.

D’Arzo muore trentenne come Federigo Tozzi, falciato a Roma dalla Spagnola il mese dopo la sua nascita, scrittore da lui molto amato per l’esistenza vissuta fino in fondo, inclusi gli errori a modo suo riscattati, nonostante quel padre rude e cinico, così violentemente presente, del quale lo scrittore senese portava persino il nome. Paternità nota, notissima e soffocante quella dell’oste Ghigo del Sasso. Non meno dolorosa di quella assente del figlio di Linda. Ezio vorrebbe laurearsi a Bologna con una tesi su Tozzi, ma non c’è tempo: la guerra incombe, esigue le finanze domestiche con una madre ormai sessantenne. Brucia le tappe e decide di presentare una ricerca in glottologia sul dialetto delle colline reggiane. Forse non è casuale la scelta. Sì, tempi rapidi, senza dubbio, ma in quella tesi riaffiora il tema delle radici, l’appartenenza sicura, la lingua materna come fonetica del cuore. Gli orizzonti ci penserà ad allargarli la scrittura, con le traduzioni e i libri nello studiolo di via Aschieri: lì l’oceano è appena oltre Porta Santo Stefano, che da secoli non c’è più ma la puoi immaginare. Invece, il passeggio d’umanità che Ezio si diverte a guardare finite le lezioni, salutati gli amici al caffè, è solo temporaneo disincanto. La vita gli reclama ogni giorno il suo sensibile riscatto.

E poi c’è la Toscana, quella terra appena oltre l’Alpe di Cerreto. La terra di Masaccio, i cui affreschi fiorentini Ezio ammira ricordandosi della lezione di Longhi, anche se nella Trinità di S. Maria Novella quel Padreterno solenne che regge il Figlio crocefisso sfida la sua orfanezza. C’è a Firenze anche il rapporto intenso e spesso contrastato con Vallecchi, che forse comprenderà la sua grandezza dopo la morte. Non è solo il primo editore prestigioso che pubblica Comparoni, ma anche l’editore di Giovanni Papini, autore da lui amato e che, vecchio e cieco, lo visiterà in clinica sul letto di morte spaventando la madre col suo aspetto. Vallecchi, cui rivelerà solo in un secondo tempo la sua identità, appare come un padre editoriale contrastato, la cui affidabilità Ezio metterà alla prova più volte senza però definirla fino in fondo.

Intanto, finita la guerra, si consuma la sua giovinezza. «La giovinezza è una malattia, ma chi non ha sofferto questo male sacro non ha vissuto», scrive Papini ne Il sacco dell’orco (Vallecchi 1933). Silvio D’Arzo le resiste col suo sorriso, con il suo malinconico rigore, col desiderio di consegnare ai suoi studenti – fratello più che padre, lui figlio più che unico – la passione per la lettura. I suoi silenzi si infittiscono come i mal di testa che, a casa, affronta restando con gli occhi chiusi, aspettandone la tregua. In classe confida che gli è stata predetta dalla madre una morte prematura; poi la butta a ridere – si fa per dire – immaginando una fine violenta, d’arma bianca. Invece, la morte si annida nel suo stesso sangue. Lo condanna a fine precoce anche Cesare Pavese, che per conto di Einaudi rifiuta la possibilità di pubblicare Casa d’altri a Torino. Il parere è giacobino: «Non mi interessa affatto. A morte!», completando senza pietà la valutazione, solo in apparenza più mite, della Ginzburg («…niente di più che una novella lunga, con un fiato da passerotto»). Il racconto avrà però l’elogio del fiorentino Emilio Cecchi, e soprattutto l’avallo convinto di Giorgio Bassani che lo accoglierà su “Botteghe Oscure” un mese dopo la scomparsa del suo autore per leucemia, il 30 gennaio del 1952. L’anno successivo verrà editorialmente consolidato in un volumetto pubblicato da Sansoni.

Proprio Bassani, assieme ad Attilio Bertolucci, proporrà Ezio Comparoni alias Silvio D’Arzo (nonché Andrew Mackenzie, Sandro Nedi, Andrea Colli…) per il “Premio Viareggio” alla memoria, inutilmente. Ma il tempo, oltre che funambolo, è spesso galantuomo, e grazie anche a un libro come quello di Pellacani, il figlio della Linda ha avuto il suo riscatto, perché alle antiche ferite quel tempo, se noi lo vogliamo, sa porre rimedio.

Alberto Castaldini

 

 

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