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“Studiando queste opere d’arte, capirete la guerra in Vietnam… Noi per il professor Grizzuti abbiamo donato il sangue”: una lettera di Vincenzo Gambardella su scuola & educazione

Caro Davide,

ritorno su quanto ci siamo detti al telefono, sì, il tema dell’educazione in Italia, la crisi profonda del sapere che stiamo attraversando, fra commercializzazione di tutto e dosi massicce, invasive, di tecnologia digitale. Vorrei ritornare sugli effetti che queste cose producono sulla scuola, su noi, sul nostro Paese infinito e bellissimo.

Vincenzo Gambardella è scrittore. Tra i suoi ultimi libri, “Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo da Sarajevo” (2019) e “Come tutte le cose dell’universo” (2018). Insegna

Mi viene in mente il professor Giuseppe Grizzuti, al Liceo artistico di Napoli. Ricordo la sua prima lezione, quando ci disse di prendere i libri di Storia dell’arte e sfogliarli, semplicemente. Era il libro di Argan, un classico oggi. Ricordo persino il rumore delle pagine, lo ricordo perché era un momento pieno di attesa. Era un fruscio che aveva qualcosa di vegetale, qualcosa che mi faceva pensare alla foresta. E pensando alla foresta, pensai alle foglie degli alberi, ai rami scossi dal vento, pensai alla pioggia, come se si preparasse un grande acquazzone, che si sarebbe scatenato di lì a poco. Invece, il professor Grizzuti, lui, pingue, bassino, curvo, mezzo pelato, nonostante la giovane età, ci guardava dalle sottili feritoie dei suoi occhi, schermate da lenti spesse, e dalla piega amara della sua bocca, dalle sue tenere labbra, fece uscire una frase incredibile: Ebbene – disse –, voi studiando queste opere potrete capire persino la guerra del Vietnam.

Così mi resi conto della foresta. Non era solo per la carta che si genera dagli alberi, come avevo pensato (la mia povera ragione aveva collegato ingenuamente i libri agli alberi), no, c’era qualcosa di originario nelle parole del professore: il sapere precede tutto ed è la condizione fondamentale per ogni giudizio. Del resto io ero uno studente allora, ero alle prime armi e quindi come potevo capire?, tant’è vero che il professore non ci convinse perché non ci arrivavamo; io non ci arrivavo, e si diffuse uno scetticismo generale nella classe che solo il tempo ha ricondotto al suo vero e profondo significato.

Questo accadde nel 1972, mentre due anni dopo, il nostro giovane professore si presentava in aula madido di sudore, tremante, trascinando i piedi fino alla cattedra, ma che dico!, lui rifiutava la cattedra e preferiva mettersi al primo banco, di fronte a noi, per fare lezione, per provare a fare lezione, viste le sue condizioni. Poi la sua figura scompariva dietro la stretta e decrepita porta, sormontata da un sudicio panno che faceva da tenda.

E un giorno venne a prenderlo l’ambulanza al Liceo artistico di Napoli, in via Santa Maria di Costantinopoli. Lo portarono via perché era alla fine. Il fatto che vedevamo era che Giuseppe Grizzuti, il professore Giuseppe Grizzuti, moriva come un attore sulla scena, alla maniera dei grandi attori, nel desiderio di morire sulla scena e per la scena, non per finta, non secondo i canoni della rappresentazione, ma per lacerare il sipario che divide il vero dal falso, per dire che è tutto vero quello che facciamo e abbiamo bisogno della verità, di riconoscere la verità o lo spirito della nostra vita nella verità; e per strappare il sipario che ci divide, per dire finalmente che cos’è il vero, per capire che da quello strappo o ferita o passaggio noi incominciamo a maturare, accediamo a una maturità donata, umana. Non siamo più gli stessi nel valutare ciò che si compie o si lascia compiere, ciò che si comprende o si lascia comprendere; e insisto: tutto ciò che si compie o si lascia compiere, tutto ciò che si comprende o si lascia comprendere. Perciò quel giorno del 1974 che portarono via il professore Giuseppe Grizzuti, alcuni di noi gli andarono dietro, lo seguirono. All’ospedale ci chiesero di donare il sangue e noi lo facemmo.

Vincenzo Gambardella

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