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“Chi e cosa vieta, oggi, all’uomo il diritto di piangere? Il diritto di piangere come liberazione?”. Sul Natale che sto vivendo

Ho comprato le traverse per mia madre, servono quando si stende sul letto, in modo da evitare le uscite di urina. Una volta compravo i giornali, intendo dire all’inizio dei suoi disturbi. Me lo diceva lei stessa: mettici un giornale!, e io andavo ad acquistare un quotidiano qualunque. Hai preso il giornale?, mi chiedeva lei, al mio ritorno, sì, rispondevo io, e lei: “Fegato, fegato… polmone!”, che è un vecchio detto napoletano, riferito alla storia di Pulcinella al quale viene ordinato di comprare del fegato, raccomandandogli di ricordarselo bene, di non fare come al solito; invece Pulcinella, nonostante per tutta la strada abbia ripetuto fegato fegato fegato fegato, quando arriva davanti al macellaio, ecco che s’impapina e salta fuori un’altra cosa, salta fuori questa storia del polmone, che vuol dire: anche Pulcinella è uno strumento, suo malgrado, e si scarta.

È passato del tempo, tre mesi, tre mesi da quando i dottori davano mamma per spacciata, e noi figli, disperati, a contare i giorni, i giorni fatidici. I giorni sono passati e lei è ancora lì. Siccome è sabato, oggi non viene la badante, dunque c’è mia sorella, insieme guidiamo quella macchina infernale del sollevatore (un misto di mostro meccanico e di croce) fino in camera da letto, imbrachiamo mia madre e la solleviamo azionando il comando. Mia madre non parla, un po’ si lamenta, sta tutta rattrappita, accartocciata, insaccata nelle maglie dell’imbracatura, e mia sorella, sotto di lei, cambia le lenzuola. La vera emergenza è questa, oltre a quella che c’è fuori, il Covid. Siamo tornati quattro mesi fa dalle vacanze: mare, sole, Costiera Amalfitana, ed ecco che piombiamo nella realtà milanese. Non che Milano sia responsabile di quello che ci accade, che accade ai suoi abitanti, ma sembra che Milano se le attira, che ti complica la vita.

Intanto è quasi Natale e io sento un bisogno impellente, qualcosa che mi fa cedere a un desiderio che non posso trattenere, prendo una scala e mi inerpico fino all’altezza degli scaffali della mia libreria. I libri sono messi in disordine, accumulati, accatastati, non mi è possibile riconoscerli, devo girarli con una mano, uno alla volta, affinché capisca di che libro si tratta, mentre l’altra mano si tiene alla scala. Mi tendo, mi sporgo, salgo ancora un gradino per continuare la mia ricerca. Ho nella testa il ricordo della copertina del libro, ma non sono sicuro. Si ribaltano davanti ai miei occhi volumi e volumi di Singer, Kafka, Auerbach, Vico, Cormac McCarthy, Del Giudice, Panikkar, Orwell, Camus, Bonnefoy, Thomas Mann, Von Balthasar, Dostoevskij, Robert Walser, Bulgakov, Steinbeck, Florenskij, Urzidil, Bernanos, Walcott, William Carlos Williams, Burroughs. Sento la pressione dei pantaloni che si allenta e un bottone precipita sul pavimento della mia stanza. Guardo il bottone laggiù e nel movimento che compio mi s’incastra un piede, mi si tende e mi si storcia un polso, ma proprio da questo contrasto, da questa resistenza fisica, e proprio sotto l’ultima catasta, giusto sotto a tutto, ritrovo il mio libro, finalmente viene fuori “Il senso della nascita”, di Don Giussani e Giovanni Testori, il libro che mi ha spalancato l’orizzonte! Me lo regalò Riccardo Bonacina, giornalista, e non l’ho più dimenticato (con l’approvazione sincera dell’amico Luca Doninelli, che era lì vicino). Lo lancio sul mio letto, dall’alto, e quello, nel cadere, produce un tonfo dolce, pieno, di cosa familiare, di cosa inaspettata e familiare, di scoperta dolce e drammatica insieme; la scoperta che feci alla fine della lettura del libro, che si può ancora amare, si può ancora essere amati, che quell’amore è un grumo di dipendenza in questo essere voluti, grumo fatto di carità e infinito sperdimento, di carnalità e infinita sperdutezza, giacché ognuno di noi nasce da un amore totale, il di più che lega la carità all’essere generati; di padre in figlio, di madre in figlio, che è il senso vero della creazione, l’abbraccio capace di far rifiorire una carne marcia, dentro cui l’uomo, grazie a quell’abbraccio, rinasce, ed è un evento immenso, non privo di sofferenza, di Croce.

“Senza l’esperienza del dolore” dice Don Giussani “non c’è esperienza dell’umano, vale a dire di un’urgenza braccata, contestata, sconfitta”. E Giovanni Testori gli risponde: “C’è un personaggio, l’Ambleto (che è uno stravolgimento dell’Amleto), in cui il monologo dell’essere o non essere viene sostituito da un altro, lunghissimo monologo in cui egli torna indietro fino a ritrovare il momento in cui suo padre e sua madre si sono abbracciati, si sono amati; fino a ridiventare goccia; la prima”. Questo, questo significato profondo del nascere, di andare all’origine del concepimento, sembra essere qualcosa di esaurito, di continuamente cancellato nel mondo d’oggi, sepolto, da non poter più riconquistare, il senso che non è più possibile raggiungere, che quindi non serve più a sorreggerci, a orientarci, quel senso di cui non rimane più niente, se non le nostre povere carni offese, il nostro povero pensiero incerto, che credeva; ebbene per Testori diventa il segno della speranza, che dietro quella macchia, quella negazione s’infutura una grande speranza.

Suonano alla porta. Nel pomeriggio arriva anche l’altra mia sorella, la più piccola di noi tre, la più disincantata, la più pratica, rispetto a noi che abbiamo creduto a tutto quello che ci dicevano, che sarebbe venuta una rivoluzione, una rivoluzione giusta, necessaria, che avrebbe cambiato in meglio il mondo. Giovanna saluta mia madre, e la scena mi suscita un confronto che finisce nel niente, puro pensiero divagante: psicologia, esercizio, retorica. Risparmio i contenuti. Mia madre sta lì, distesa, che boccheggia. Sui mobili fotografie dei parenti, di mio padre, alle pareti quadri della Madonna, della Madonna, di San Giovannino e Gesù, un dipinto della Santa Trofimena che giganteggia nel cielo, protettiva, trionfante, sul nostro piccolo paese d’origine: Minori. Ancora foto incorniciate qua e là, guardo sempre quella dei miei antenati, fatta a Napoli agli inizi del Novecento, e mi viene da piangere, la guardo da vicino per scoprire il dolore su quei volti: il mio bisnonno giovane, con i suoi fratelli, uno, in particolare, che scrisse “Il nichilismo nell’amore” (manoscritto bruciato per sua stessa volontà testamentaria), le due sorelle, l’anziana madre; e penso all’occasione per cui fu scattata, la visita medica, il male incurabile che fu diagnosticato alla madre. Ecco il motivo della foto, del viaggio a Napoli, e il disagio, acuito dallo studio fotografico in cui si usava posare allora: un giardino antico, un finto sedile di pietra, un finto albero dipinto sullo sfondo, che sporge dalle mura diroccate. L’anziana madre, al centro, ha un’espressione rassegnata, trattiene il dolore perché non può fare a meno di trattenerlo, ma dentro di lei cosa pensa? I giorni che ha vissuto, i giorni che la rincorrono, che corrono avanti e arrivano fino a oggi, raggiungono mia madre che sussurra di aver fatto con sua madre le stesse cose che facciamo noi con lei: “Che ti credi – mi dice –, che anch’io non la pulivo mamma mia, non l’accudivo io?”.

Mi viene da piangere, mi viene da piangere per quegli antenati che non ho mai conosciuto, per mia madre, le mie sorelle, per tutti gli uomini della terra, per i bambini che muoiono di fame, per Gesù che nasce, per il nostro pianeta che gira nel buio, come un orologio mirabile, insieme agli altri pianeti, la cosa più lontana e struggente che mi viene di pensare in questo momento, tale è lo sperdimento che avverto nei miei pensieri, nel mio animo, di cosa creata, sperdimento testoriano della natura umana; e vedo la nostra galassia come uno stupendo orologio creato nell’universo, quindi nell’immensità, ma allo stesso tempo cosa creata perché orbitante in evoluzioni ed evoluzioni precise, che percorrono nello spazio inesistenti linee geometriche perfette, da compasso e curvilinee, cosa di natura immensa e umana, di superiorità immensa e umana. “Chi e cosa vieta, oggi, all’uomo il diritto di piangere? Il diritto di piangere come liberazione?” si chiede Testori “Piangono per riacquistare fisicamente la memoria. L’astrazione in cui viviamo è colpevole anche di questo: di non lasciare più piangere la gente; di far disimparare all’uomo a piangere pur facendolo piangere. Ma non è più un pianto di liberazione, quello che oggi viene concesso. Non è forse un’altra, terribile colpa di quest’astrazione l’aver tolto all’uomo anche la liberazione che viene dalla lacrima e di avergli lasciato solo l’umiliazione della lacrima o la lacrima che non restituisce più all’uomo il suo significato di confidenza con la vita e persino con la morte?”.

Si fa sera, con le mie sorelle discutiamo di tutto, gli affetti non sono caduti nel baratro dell’indifferenza, e comunque se qualcosa è finito in quel baratro maledetto, la voragine non si è chiusa, lasciandoci fuori da noi stessi, divisi, i nostri ricordi andati in pezzi, i nostri cuori sigillati per sempre. “E il Covid allora?, di chi è la responsabilità di questa peste?”. “Peste?, la chiami peste?”. “E il terremoto?, chi è che fa venire il terremoto? Dio forse?”. “No, Dio non può farlo”. “Ma se può tutto, perché non può fare questo?”. “No, è la politica che manca, con tutte le tasse che paghiamo, la salute non è un diritto?”. “E pensare che ci lamentavamo di Fanfani e Andreotti!”. “Ma Dio, Dio che fa?”.

Siamo sempre nel mistero delle cose che accadono e di chi le compie, chi è responsabile; cose che accadono e non si consumano nella prima conseguenza, tanto meno nella seconda, o nella terza o nella quarta; c’è una tensione però, si sviluppa una tensione che è l’antidoto al male, una tensione positiva, che ci interroga. È qualcosa che parte dallo sguardo, dice Testori, quando racconta del suicida che si presenta, nel descrivere l’eventualità assurda della visita di un suicida a casa nostra, a casa di chiunque, per spiegare lo sguardo umano di chi lo accoglie, di chi lo accetta, un certo sguardo umano, in cui c’è dentro tutto: il punto ultimo della disperazione e del dolore, nel significato definitivo e liberante del rapporto che si istituisce attraverso la comprensione massima dello sguardo. Lo vedo anche qui questo, lo vedo nei nostri gesti, nelle nostre disperazioni che si intrecciano alla speranza, lo sento nelle nostre parole, nei racconti che riferiamo dagli altri, che abbiamo sentito dagli altri.

Un prete, giorni fa, parlava in televisione della lunga malattia del padre; mi ha colpito, sono rimasto a pensare e a pensare… Dice che un giorno è riuscito a ficcare sotto la mascherina del padre un piccolo crocifisso, affinché il genitore potesse baciarlo. Lascio che questo episodio operi in me, nella mia solitudine, nella solitudine delle mie ossa, nella rivelazione incessante che sento cogliermi di continuo attraverso i giorni di attesa, che passano. Di colpo il sacerdote dice: “Essere il padre di mio padre”, lo dice alla fine della sua testimonianza, e detto, pronunciato, incarnato da un figlio è straordinario, tocca un punto altissimo di comprensione, come comprensione del suo rapporto; scava un abisso di senso, di bellezza assoluta, confortante, tangibile, grande quanto il mondo, come la vita intera che c’è ancora da vivere; la maestà della vita, avrebbe detto Testori. Mai più meno di questo!

Vincenzo Gambardella  

*In copertina: Rogier van der Weyden, Deposizione, part., 1435

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