Non capita tutti i giorni di perdere la testa per un libro. Non sto usando una metafora. Intendo “perdere la testa” in senso letterale. Vale a dire sentirsi trascinare in un vortice di storie e di personaggi che entrano ed escono di scena, sostituiti da altre storie e personaggi, per poi ricomparire a centinaia di pagine di distanza e riallacciare un sottile e magico filo narrativo. Quando viviamo un’esperienza di lettura del genere vuol dire che siamo di fronte a una di quelle che, a ragione, il critico Franco Moretti ha definito “opere mondo”.
«Le opere mondo sono opere che esprimono l’epica nella modernità, complesse, infinite, digressive, allegoriche, polisemiche e aperte. Non più un attraversare i generi, ma i contenuti che essi possono veicolare».
D’altra parte, già la citazione, tratta da Baudelaire, che apre il libro la dice lunga: «Un’oasi di orrore in un deserto di noia». Una frase che lo scrittore cileno Roberto Bolaño (1953 – 2003) ha posto come epigrafe al suo 2666, lo strepitoso romanzo pubblicato nel 2004, un anno dopo la sua prematura morte avvenuta a Barcellona mentre era in attesa di un trapianto di fegato.

Se vogliamo partire dall’inizio, e cioè dal titolo, c’è di che scervellarsi, tanto che a oggi ancora non si è arrivati a una spiegazione definitiva. Per quanto mi riguarda, mi basta sapere che in più di una intervista Roberto Bolaño stesso ha detto che il titolo, 2066, avrebbe meritato una estenuante spiegazione, talmente lunga che alla fine non la diede mai.
Un romanzo di mille pagine diviso in cinque parti che è impossibile riassumere, ma che ruota intorno alla ricerca di un misterioso e introvabile scrittore tedesco scomparso nel nulla. Quattro critici letterari, ossessionati da questa figura, sono impegnati in una caccia estesa nel tempo e nello spazio sulle tracce di Benno von Arcimboldi, nome d’arte che non a caso richiama il noto pittore del Cinquecento Arcimboldo, quello che dipingeva teste umane con frutti e vegetali. E la scrittura di Bolaño per molti versi si rifà alla stessa concezione: costruisce storie e immagini grazie al sovrapporsi di altre storie e immagini diverse tra loro. In 2066 i racconti, le riflessioni, i sogni, le figure, le voci si moltiplicano, quelle importanti si affiancano alle minime e aneddotiche in un insieme mutevole, pauroso, ironico, commovente: proprio come nelle immagini di Arcimboldo il pittore, dove una serie di frutti e verdure, rappresentati nella loro verità fino al dettaglio, si trasforma in un volto minaccioso o comico, continuando a riflettersi a vicenda e a scambiarsi le parti senza mai arrivare a un’immagine definita una volta per tutte.
Una vicenda labirintica intorno al male ambientata tra la vecchia Europa, gli Stati Uniti e una sperduta cittadina messicana, Santa Teresa, in cui da anni si susseguono omicidi di giovani donne povere, nella maggioranza dei casi violentate e massacrate selvaggiamente, e che le autorità non riescono, o non vogliono, fermare.
Un romanzo dalla struttura molto complessa tanto che procedendo nella lettura a volte capita veramente di sentirsi persi nella foresta di segnali, riferimenti e suggestioni disseminati lungo il percorso da Bolaño, che si rivela un maestro nel mescolare realtà e irrealtà. Quasi alla fine della seconda parte del libro un personaggio fa una riflessione illuminante sulla concezione della narrativa che ha Bolaño:
“Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore”.
Insomma, se vi piacciono le cose semplici e preferite aggirare gli ostacoli senza affrontarli mai a muso duro, 2666 non è il libro che fa per voi. Quello di Bolaño è un romanzo totale perennemente in bilico tra verità e apparenza a cui è impossibile dare un ordine preciso, tanto è vero che l’autore riteneva che le cinque parti potessero essere lette separatamente e nella sequenza preferita dal lettore.
Ricordo che lo scrittore messicano Carlos Fuentes una volta ha detto che alla letteratura spetta di parlare di ciò che è invisibile dentro il visibile e possiamo dire che 2666 ne è una splendida prova. Leggendolo ci muoviamo a tentoni, confusi da segnali che stentiamo a riconoscere e che spesso scopriamo non significano quello che credevamo. Eppure, in questo grande caos è possibile avvertire un suono lontano che ci rimanda a qualcosa di vagamente familiare. Sembra di sentire in sottofondo il battito del cuore di nostra madre quando ci portava in grembo. Alla fine di 2666 la prima impressione può essere di non essere arrivati da nessuna parte, ma in realtà, senza che ce ne rendessimo conto, Bolaño ci ha preso per mano e ci ha guidati verso un punto indefinito ma decisivo, quello dove giacciono tutte le nostre domande. Naturalmente senza nessuna risposta.
Silvano Calzini