20 Gennaio 2022

“Per realizzare i suoi sogni era disposto a tutto”. Il romanzo di Raul Gardini

Di Raul Gardini mi disse, diversi anni fa, Girolamo Melis, instancabile, anomalo pensatore. Aveva lavorato con lui; tra l’altro, gli aveva portato Henri Matchavariani, artista georgiano cresciuto in Francia, raffinatissimo, per rifare il logo della Montedison. Più che il resto – ero, come ora, ingenuo, annuvolato, più cretino che candido – ricordavo le imprese, leggendarie, del “Moro di Venezia”, la barca di Gardini, timonata da Paul Cayard, che nel ’92 aveva vinto la Louis Vuitton Cup. L’anno dopo Gardini muore, in circostanze non del tutto chiare, quasi da copione; “Era un genio”, mi diceva Girolamo, “un esteta, un visionario… è diventato il fulcro di tutte le ire e le vendette, in quella porcilaia italiana che culmina con Mani Pulite”. Mi piaceva l’idea dell’imprenditore bello & audace, di Ravenna, antica, decentrata, desueta capitale dell’impero romano d’Occidente, ostile ai maneggi politici, che il fine settimana mollava l’alta finanza per darsi al mare. Di Gardini molti, in modo diverso, hanno scritto; qualcuno – Matteo Cavezzali, nel 2018, con Icarus – ha tentato il romanzo, in modo un po’ improvvido. La Fondazione Raul Gardini, nata nel 2013, presieduta da Ivan Gardini, con un comitato scientifico che annovera, tra gli altri, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, Francesco Profumo e Riccardo Muti, permette di consultare diversi documenti, tra cui la lettera pubblicata dal “Sole 24 Ore” il 23 giugno del ’93 in cui Gardini ricostruisce la vicenda Enimont e la sua storia dentro il gruppo Ferruzzi. Sarebbe morto un mese dopo. Il 14 febbraio del 1990, presso l’Accademia dei Lincei, Gardini fa un discorso, “Il coraggio di credere in una nuova epoca di sviluppo”, che traccia la via dell’Europa – “Molte cose sono facili oggi, secondo me, perché siamo riusciti tutti insieme… a rendere inutili, come utensili e come simbolo, la falce e il martello” – e insiste su una tara tutta italiana: “In questo paese si dubita: si dubita di se stessi, si dubita dei documenti, si dubita degli impegni, si dubita di tutto”.

Raul Gardini, come i grandi personaggi, resta un grande enigma, un punto di contraddizione. Credo che soltanto uno come Gianluca Barbera, attento all’estro epico – ha romanzato le vite di Magellano e di Marco Polo, ha scritto la biografia di Gheddafi e di Anna Frank – e alla perizia narrativa – Il viaggio dei viaggi – scaltro nelle dinamiche editoriali – ha fondato Barbera Edizioni e Melville – con una identità filosofica – nel 2018 raccoglie una serie di interviste che mappano Il pensiero filosofico in Italia oggi – avrebbe potuto scrivere l’autentico romanzo sulla vita di Raul Gardini. D’altronde, Barbera è famelico, di tutto, sa essere generoso fino all’estremismo, alcuni lo pensano insopportabile. Di lui si può dire che abbia una tenacia leonina: in solitaria – o quasi – tende a tenere sotto scacco il grigio sistema culturale odierno. In ogni caso, L’ultima notte di Raul Gardini è un libro che rapina, che ha i toni del giallo, tiene il lettore sotto minaccia, distilla centinaia di documenti in una folata di dialoghi efficaci, spesso violenti. Lui accenna a Leonardo Sciascia, l’epigrafe evidente è tratta da Il lungo addio di Raymond Chandler, quella esoterica ricalca un anatema ebraico; nel romanzo si cita, a lungo – anche per le fatalità ravennati –, Jorge Luis Borges. Alcuni passi sono potenti: il giovane Raul che nel 1940, nelle “campagne intorno a Ravenna”, con il padre, Ivan, proprietario terriero, accoppa una beccaccia con una fionda; o quando, capitato nel Mato Grosso, tra i Tupi, usi a mangiare carne umana, rievoca la vicenda di Michael Rockefeller, rampollo dell’aurea dinastia, morto in Nuova Guinea, “ucciso e poi divorato” dagli Asmat; o quando, a Galla Placidia, “intento a contemplare i mosaici del mausoleo”, Gardini, ragazzo, è “colto dalla visione della sua morte per annegamento”. Naturalmente, ci sono gli intrighi finanziari, strategie e sotterfugi, la ricchezza e il delirio, l’ascesa e l’eclissi, il crisma di una autentica “storia italiana”, il carisma di un uomo solo, isolato, incontentabile. Il libro è stato opzionato per farne un film, dalla Mompracem: i lavori sono già iniziati. Così, contatto il furibondo Barbera, barbaro alle moine letterarie, un solitario, pure lui.

Il romanzo attacca, in epigrafe, con una maledizione: perché?, cosa significa?

È la voce del destino, che segna i protagonisti e dà direzione e colore alla storia, un’atmosfera; c’è poi il rimando a Ca’ Dario, il palazzo quattrocentesco sul Canal Grande, a Venezia, appartenuto a Raul Gardini e che tuttora gode di una fama sinistra. Gardini lo acquistò anche per quello: un gesto di sfida, in tono col suo carattere. Non era un imprenditore come gli altri. Veniva da Ravenna, da una famiglia di possidenti terrieri. Aveva studiato agraria. Dopo aver sposato Idina, figlia di Serafino Ferruzzi, aveva preso il comando del gruppo alla morte del suocero, schiantatosi in uno strano incidente aereo. Era un solitario, un individualista. Appassionato di vela: appena poteva prendeva la via del mare. Non sedeva al tavolo, se non era lui a condurre il gioco. Aveva un rapporto difficile con la politica. Nel cosiddetto salotto buono dell’imprenditoria italiana era considerato un parvenu. Per realizzare i suoi sogni era disposto a tutto. Sappiamo com’è finita.

Gianluca Barbera ha pubblicato, tra l’altro: Magellano (2018), Marco Polo (2019), Il viaggio dei viaggi (2020)

Il sottotitolo del romanzo – “Il giallo di Tangentopoli” – mi sembra pretestuoso: è il romanzo, piuttosto, di un uomo, del suo spiazzante successo, di un precipizio. Cosa ha rappresentato Gardini per l’Italia, di cosa è emblema la sua vicenda?

Non c’è niente di pretestuoso in questo romanzo, a parte forse l’occasione che mi ha spinto a scriverlo (un momento di lucidissima vitalità); mi pare che tutto sia al posto giusto, come mai prima d’ora. Un’imponente e sudata cattedrale narrativa, a dire il vero: molto più di un giallo, una storia famigliare che affronta uno snodo cruciale del nostro Paese. Non solo Gardini, ma anche la dinastia Ferruzzi, seconda solo agli Agnelli nel momento del suo massimo splendore. Luci e ombre. Vetta e precipizio. Parto dalla morte di Gardini (omicidio o suicidio?), per poi allargare la prospettiva, poiché come metto in bocca a un personaggio “la verità viene sempre da lontano e riguarda tutti”. Nel finale m’inoltro in una possibile ricostruzione dei fatti, che naturalmente qui non svelo. Credo che non conosceremo mai la verità. Una cosa è certa: quella morte ha deviato il corso del processo Enimont e in un certo senso anche quello della storia. È stato lo stesso Antonio Di Pietro a riconoscerlo: “Per me la sua morte è stata un colpo molto duro, quasi un coitus interruptus. Il suo interrogatorio avrebbe rappresentato una svolta per l’inchiesta e per la storia d’Italia. Avrebbe fatto i nomi dei beneficiari della tangente Enimont da centocinquanta miliardi. Se l’avessi fatto arrestare subito, quella stessa notte, sarebbe ancora qui con noi. È stato questo il mio errore. Quella doveva essere una giornata decisiva per Mani Pulite, purtroppo non è mai cominciata”. Insomma, Gardini ha rappresentato un’anomalia, era un uomo senza limiti: dapprima genio visionario e carismatico, ammirato e temuto, poi “anello debole” dell’imprenditoria italiana, come l’ha definito a un certo punto il gotha industriale e finanziario di allora, scaricandolo.

Hai raccontato Magellano e Marco Polo; hai narrato le grandi avventure della storia. Ora, Raul Gardini. Perché? Ti piacciono i personaggi mitici, anomali, inafferrati; pensi che il romanzo sia un modo per stanare nel labirinto del passato una qualche ‘verità’?

C’è una frase di Gardini che lo fotografa alla perfezione. “Per me l’opinione degli altri non conta nulla”. Pare fatta apposta per rendercelo antipatico. Ma io, oltre all’innegabile presunzione, ci vedo un invito ad assumerci le nostre responsabilità. Noi decidiamo, noi rispondiamo. E allora dobbiamo usare la nostra testa, fidarci di noi stessi. O non ce lo perdoneremo. A patto ovviamente di non trascendere sconfinando nel solipsismo. Ma per tornare alla tua domanda: io racconto storie e personaggi per cui provo attrazione, a volte un’attrazione fatale; invecchiando, divento sempre più istintivo e meno razionale: non ho deposto il culto per l’intelletto, diciamo che ho imparato a diffidarne nella misura in cui l’ho scoperto fallace. L’espressione “mitici, anomali, inafferrati” che hai usato non è sbagliata anche se rappresenta ovviamente un modo riduttivo di descrivere ciò che vedo nei personaggi che racconto; però ci va vicino. Fondamentalmente direi che mi occupo di questo genere di storie perché credo mi vengano bene: uno deve fare quello che sa fare meglio; più passano gli anni, più mi sento legato ai fatti e meno alle deduzioni.

Prolungo la domanda di prima. In fondo, cosa può dirci un romanzo su Gardini di più di una biografia, dei documenti storici, delle carte, tantissime, di cui disponiamo per ricostruirne la vicenda ‘reale’ di Gardini? Hai studiato uno stratagemma per far sì che il tuo libro sia tradotto in film, è tutto lì?

Ovviamente c’è tutto un universo di ragioni che mi hanno spinto a occuparmi di questa storia nella forma che le ho dato. Innanzitutto non ho il temperamento del saggista. E poi i saggi invecchiano presto. Leggo prevalentemente saggi ma scrivo di preferenza romanzi; perché l’arte narrativa ha questo potere: prende una storia appiattita sulla cronaca, sull’attualità, o anche non adeguatamente trattata dalla storiografia recente, e gli soffia dentro la vita, quella vita che solo l’arte sa conferire, per i lettori che verranno, non solo per quelli di oggi. Il contratto cinematografico è venuto da sé, perché questa è a tutti gli effetti una “grande storia”, una tragedia shakespeariana (passami l’espressione); il produttore l’ha letta in pochi giorni e ha contattato la mia agente: abbiamo chiuso subito, è stato tutto molto naturale e beneaugurante.

Mi interessa capire qualcosa sulla forma che hai scelto per questo romanzo, diversa dai precedenti. Ci sono flashback, interrogatori, parecchi dialoghi, un grammo di Borges, un po’ di hard boiled. Come sei arrivato a questa formula narrativa e perché?

Ogni storia necessita della sua voce, ovvio, e quella che ho usato mi è parsa la più adatta, la più naturale, la più sincera. A dire il vero non guardo mai a nessun modello. Mi affido a ciò che sento. Negli anni ho affinato le mie corde: sento, ma potrei dire vedo, le parole e le immagini che evoco davanti agli occhi, mentre scrivo, come se potessi toccarle. Potrei citarti come riferimenti Leonardo Sciascia o Truman Capote. O anche qualche autore italiano recente. Ma in realtà è un discorso che faccio a posteriori, perché il mondo, anche quello della critica, ha bisogno di etichette. La verità è che per la forma che do ai miei romanzi mi affido all’istinto, alle mie antenne: il ragionamento viene dopo, in veste di supervisore.

Insomma, chi è stato Gardini, perché si è ucciso?

Se si è ucciso, lo ha fatto perché sarebbe stato impossibile per lui immaginarsi in una cella, con tutto ciò che comporta: il suicidio di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni e suo rivale in affari (ma da lui stimato), nel carcere di San Vittore tre giorni prima lo aveva sconvolto. Di certo la sua morte ha fatto comodo a molti, ha evitato la galera a diverse persone. La mattina del ritrovamento del suo cadavere era atteso in procura da Di Pietro: molti avevano paura di ciò che avrebbe potuto dire.

A differenza di altri imprenditori, Gardini non piace ai politici, né a lui piace la politica. È questo a metterlo, per così dire, ‘fuori gioco’? Insomma, chi vorresti, speculando all’impazzata, come Presidente della Repubblica?

Come ebbe a dire Di Pietro, coi politici Gardini non ci “avrebbe mangiato insieme nemmeno un piatto di pasta”. Li considerava delle sanguisughe, dei “vitelli che non si vogliono svezzare”. Durante il braccio di ferro tra Montedison (Gardini) e Eni (Cagliari) per il controllo di Enimont, ebbe la sfacciataggine di dire: “La chimica sono io”. Craxi se la legò al dito. E non solo lui: non dimentichiamo che Eni all’epoca era la cassaforte dei partiti politici, da cui attingere a man bassa e dove piazzare i loro uomini. L’idea che Gardini potesse metterci le mani sopra era intollerabile. Quanto all’imminente elezione del Presidente della Repubblica, vedrei bene la riconferma di Mattarella.