20 Gennaio 2022

Raffaele Fiore: quando la medicina torna all'arte

Creatività medica – l’atto poetico in terapia di Raffaele Fiore (edito nel 2018 per i tipi di Anima edizioni) è il libro che ogni medico, sanitario o terapeuta dovrebbe avere. La società con il progredire dell’aggressione scientifica, e uso la parola aggressione non a caso, ha completamente drogato con le sue promesse di eternità, soldi e gloria tutti o quasi gli aspiranti medici e terapeuti. Quante volte ho sentito dire durante il mio percorso di studi “voglio fare il medico così guadagno un bel po’ e sono a posto”. La medicina è diventata sempre di più una piattaforma sicura in cui “stare a posto”, una sorta di isola paradisiaca dello stipendio. Niente di più orribile e lontano da quel giuramento di Ippocrate, così poetico. Raffaele Fiore in questo testo riprende alla lettera quell’antico giuramento, dove ormai la parola in greco antico si è persa nel tempo, sfilacciata. Per Fiore fare medicina è fare arte medica: la medicina è un’arte come la poesia, nella medicina si crea e si distrugge, si parte dalla parola per arrivare all’uomo. La malattia è parte di un percorso, non un allarme da sedare, da affogare con farmacologia universale.

In questi giorni così aggressivi di propaganda sul vaccino, su farmaci che vengono iniettati universalmente senza tenere conto della meravigliosa diversità dell’essere umano, trovo il libro di Raffaele Fiore un vero miracolo, un nucleo luminoso in cui immergersi, in cui ritrovare il piacere di fare medicina e di sentirsi pazienti. Per quanto Raffaele Fiore abbia una dolcezza e un approccio comunicativo delicatissimo (lo potete ascoltare gratuitamente nelle meravigliose piccole lezioni che tiene su youtube sul canale della libreria Cavour Esoterica di Perugia), quel che scrive non è assolutamente incline alla morbidezza. Il presupposto dell’arte medica dovrebbe essere uno soltanto: “Il terapeuta stesso è il medium più prezioso, è lo strumento più efficace. Per curare un essere umano non ci vuol altro che un essere umano: tutto il resto è meno indispensabile”. Il medico o il terapeuta quindi non dovrebbero essere solo dei ruoli, un camice “bianco distanza”, che impongono firme e ricette senza guardare in faccia il paziente, assecondando protocolli asettici, codici e sigle, ma un essere umano che vede un altro essere umano nella sua immensa e unica diversità, eppure sempre simile, sempre umano.

Il fare medicina quindi diventa fare arte medica, dove intuizione e conoscenza si fondono in un essere umano che fa del proprio lavoro una pratica poetica, affronta la poiesis ovvero “il fare dal nulla”. Perché la medicina è creazione e parte dalla parola. Nella parola infatti risiede il potere immenso di creare e di distruggere. Pensiamo ad esempio alle diagnosi, già solo la parola ci terrorizza e apre dentro di noi crateri di paura e vuoto. Come tecnica di radiologia sto nel punto vuoto sul ponte tra il paziente e la diagnosi, il mio operato è esattamente il ponte di congiunzione; quante volte ho visto sguardi disperati che cercavano nei miei gesti una conferma o una assoluzione. Fiore ci dice che spesso si passa più tempo a curare un paziente dalla parola della diagnosi che dalla malattia stessa. Questo perché definire e dare un nome non è sempre un atto di gioia, un atto creativo, ma può essere un atto devastante.

Partendo dal primo capitolo “Credere” si affronta questa parola in modo verticale: il medico non deve credere all’apprendimento scientifico come si crede a una religione, la conoscenza non passa dall’accumulo spasmodico di nozioni, di un sapere enciclopedico, o almeno non solo, ma la vera conoscenza passa “soltanto attraverso una ricerca interiore e spirituale generata da uno stato iniziatico che non è acquistabile – grazie a Dio, almeno quello non è in vendita.” Ecco quindi che il terapeuta deve avere “il coraggio di far crollare quella maschera, cioè quelle caratteristiche egoiche che ci fanno credere di sapere chi siamo e cosa vogliamo per aprirci definitivamente alla verità che ci vive”. Colui che fa arte medica, che promuove un atto creativo nella cura dell’altro si spoglia necessariamente delle maschere delle definizioni, diventa un uomo davanti a un altro uomo, pratica il silenzio e l’ascolto. Si mette nel deserto del paziente.

I temi affrontati da Fiore sono davvero moltissimi e tutti fondamentali. Questo libro andrebbe distribuito nelle giornate dei test di medicina e delle professioni sanitarie, c’è davvero necessità di restituire tutto questo macigno di sicurezze scientifiche assolute e scambiarlo con la pratica del silenzio, perché “sostituire un ego dismesso e scomodo con uno più funzionante non serve a nulla”. Infatti “l’assenza di silenzio è il vero tallone d’Achille di quest’epoca. Tutte le attività, anche le più intime, quelle che richiedono l’assoluta presenza, oggi sono accompagnate da un disturbo di fondo che ha l’unico scopo di tenere la consapevolezza lontana dal pensiero. (…) I nostri pazienti, tutti, per contro, invocano silenzio, lo bramano: spesso si sono ammalati per ottenerlo”. Nel silenzio e nel vuoto che lo accompagna è possibile l’atto intuitivo del fare arte medica, “il silenzio è l’urlo dell’anima”. Dal fare vuoto nasce l’accoglienza necessaria per sviluppare un atto di cura davvero poetico.

La rivoluzione del fare diagnosi potrebbe proprio risiedere nella capacità di accogliere e stare dentro al deserto. Il deserto è un luogo archetipale, un momento dove non si sa più cosa fare, quel momento della vita dove le apparenti certezze mentali crollano, un luogo dove siamo terrorizzati dal non sapere chi siamo eppure così potente nel suo essere vuoto. “Guardare le cose senza definirle, senza per forza dargli un nome, guardarle con la sorpresa del miracolo, toglierà l’abitudine dalle nostre vite.” Collegato al concetto di deserto, che è ben più di una immagine, è proprio un luogo interiore da sperimentare, c’è il fenomeno dell’ascolto attivo. Il medico dovrebbe porsi in una condizione dove tutto il suo corpo fisico, mentale, emotivo sono direzionati all’altro in totale assenza di giudizio, dove le categorie che abbiamo studiato a scuola si sgretolano, permettono nella polvere all’altro di esistere e di sedersi sopra. “Definire, quindi, è un atto mentale molto rischioso, perché paralizza gli aspetti più elevati dell’essere umano, della sua mente e della creatività che in essa dimora.”

Le categorie e le indicazioni terapeutiche dovrebbero essere accompagnate da una conoscenza profonda di queste, e non dal punto di vista “scolastico” come credenze, ma dal punto di vista personale. Il vero terapeuta dovrebbe poter consigliare e parlare solo di ciò che ha sperimentato sulla propria pelle, perché il medico è il primo paziente di se stesso. “Ciò che diciamo deve essere parte della nostra biografia: questa è la testimonianza più efficace a sostegno dell’onestà terapeutica. (…) Ricordo di non aver mai prescritto una seduta di idrocolonterapia ad alcun paziente prima di averne provato un paio in prima persona.”

Viviamo in un tempo dove il benessere tecnologico viene fatto coincidere con il benessere sociale, ma non c’è niente di più falso. Siamo in una società immersa in una “dimensione oncologica” dove l’unico modo in cui il nostro corpo (e il nostro spirito) ci comunica la ribellione è attraverso la formazione di tumori: “il tumore è una radicale trasformazione rivoluzionaria di un gruppo di cellule che non vuole più stare alle regole del tessuto di appartenenza”. Ma questa dimensione oncologica nasce sempre dalla parola e ora è più che mai esasperata ed evidente: abbiamo imparato a macinare tra i denti parole come contagi, numeri, grafici, polmonite bilaterale interstiziale e il tutto dimenticandoci che quella parola produce un mondo immaginale dentro di noi, ci fa precipitare. “Oggi l’eloquio è scarico di energia divina e annega nella propria banalità, ma se la creatività verbale entra in crisi e tradisce la propria incapacità di esprimere il dolore, il corpo, per contro, sembra svelare infinite risorse con cui riesce a produrre forme cliniche polimorfe, sempre più resistenti alle terapie convenzionali, che sono l’epifania di una protesta radicale senza confini.”

Un libro come antidoto al veleno della meccanicità in medicina per chi attraversa i corridoi dell’ospedale con indosso un camice e all’improvviso non sa dove si trova, dove sta andando. Per chi, come a me è capitato spesso, si chiede che senso abbia essere complice di un sistema sanitario che è diventato un grande serpente con due teste e che mangia se stesso, affogando tutta l’arte poetica terapeutica nel codice a barre, nel protocollo da inserire nella macchina di risonanza magnetica. Creatività medica è uno scrigno di luce e silenzio, non troverete niente dentro se prima non avrete fatto il vuoto necessario per accogliere queste parole di Raffaele Fiore.

Clery Celeste

Gruppo MAGOG